Ecomondo 2019: in Italia si procede ancora a rilento con le bonifiche dei siti contaminati

La buona notizia è che la tecnologia si è evoluta a tal punto che ormai siamo in grado di affrontare quasiasi situazione. Andrebbe solo sfruttata, ottimizzando le risorse che si mettono a disposizione per gli interventi di bonifica e avendo ben chiara un’idea di riqualificazione dell’area contaminata.
Federico Turrisi 8 novembre 2019

Di siti inquinati e di bonifiche si sente parlare da parecchi anni. 20 per l'esattezza. Nel 1999 infatti è entrato in vigore il Decreto Ministeriale 471 del 1999, ossia la prima normativa organica in Italia in materia di bonifica dei siti contaminati, poi ampiamente rivista e modificata dal decreto legislativo 152 del 2006 "Norme in materia ambientale". Ebbene a che punto siamo? La risposta è che siamo piuttosto indietro. A questo tema delicato e molto complesso è dedicato l'appuntamento "Luci e ombre nella bonifica dei siti contaminati a 20 anni dall'entrata in vigore della prima normativa ambientale", organizzato nell'ambito di Ecomondo, in corso in questi giorni alla Fiera di Rimini.

"Il bilancio di questi ultimi 20 anni non può che essere negativo", commenta Marco Petrangeli Papini, professore associato di Impianti chimici e direttore del master di secondo livello in “Caratterizzazione e Tecnologie per la Bonifica dei Siti Inquinati" presso l’Università "La Sapienza" di Roma. Del resto, basta dare un'occhiata ai numeri per rendersi conto che in Italia, per quanto riguarda gli interventi di bonifica delle aree contaminate, la situazione presenta diverse criticità e che c'è ancora parecchio lavoro da fare.

Nel nostro paese ci sono 41 Siti di Interesse Nazionale (Sin), a cui si aggiungono 17 Siti di Interesse Regionale (Sir). Ma sparsi per il territorio l'Ispra (l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha contato 12.482 siti potenzialmente contaminati (con procedimento amministrativo in corso). La regione con il numero più elevato è la Lombardia: 3.733. Per quanto riguarda i Sin, ossia i casi più importanti, stiamo parlando di una superficie terrestre di 171.268 ettari, pari allo 0,57% del territorio italiano.

Stando all'ultimo rapporto (datato 31 dicembre 2018), curato dal Ministero dell'Ambiente, sullo stato di avanzamento delle procedure di bonifica nei Sin, si può notare che le percentuali di aree con procedimento concluso, sia per quanto riguarda la bonifica dei terreni sia per quanto riguarda quella delle falde, sono bassissime, in molti casi perfino ferme allo zero. Ad oggi, per due terzi dei Siti di Interesse Nazionale è stato portato a termine solamente il piano di caratterizzazione, per il 12% sono stati avviati gli interventi di bonifica o di messa in sicurezza e infine per il 15% il procedimento è stato concluso. Lo stesso presidente dell'Ispra, Stefano Laporta, in un'audizione davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, ha definito la situazione dei Sin "non brillante".

Tutto questo a fronte di una spesa di oltre 3 miliardi di euro. La domanda allora è: perché siamo a questo punto? Le ragioni sono molteplici. Il nemico numero uno è sempre lei: la burocrazia. Norme spesso poco chiare, continui passaggi di proprietà che impediscono di risalire agli effettivi responsabili della contaminazione, sovrapposizioni di competenze tra i diversi enti. Insomma, addentrarsi in questo discorso significherebbe addentrarsi in una giungla. "L’impostazione concettuale dell’attuale normativa è corretta e condivisibile; però, nell’atto pratico, l’applicazione della norma risulta complessa e farraginosa", aggiunge Mentore Vaccari, professore aggregato di Rifiuti e bonifica di siti contaminati all’Università degli Studi di Brescia.

Un altro nodo riguarda l'onerosità degli interventi di bonifica. "La fase di caratterizzazione del sito richiede molto tempo e molte risorse" – prosegue Vaccari – "È sbagliato pensare di fare il minimo indispensabile in questa fase iniziale, per cercare di risparmiare, e poi concentrarsi subito sugli interventi di bonifica. Una delle motivazioni che portano a un allungamento dei tempi di bonifica e a un incremento dei costi è proprio legata a una cattiva caratterizzazione del sito contaminato".

Eppure, dal punto di vista tecnologico l'Italia non è messa male; anzi, per certi aspetti siamo all'avanguardia. "Ci sono tutte le condizioni per arrivare a un’accelerazione significativa. Grazie agli avanzamenti della tecnologia, attualmente possiamo affrontare qualsiasi situazione, ma il paradosso è che non la sfruttiamo appieno", sottolinea Petrangeli Papini. "C'è poi un altro aspetto fondamentale da tenere in considerazione ed è quello legato alla riqualificazione, ossia alla destinazione finale delle aree bonificate: bisogna intervenire su una determinata area avendo già in mente quali sono poi le sue prospettive di utilizzo".

Insomma, i motivi per essere un po' più ottimisti non dovrebbero mancare, anche se è verosimile che il numero dei siti contaminati in Italia, a livello locale, sia destinato ad aumentare nei prossimi anni. Ricordiamo poi che dall'inizio del prossimo anno diventerà pienamente operativa, presso il Ministero dell'Ambiente, la Direzione generale per il risanamento ambientale, che si occuperà della bonifica dei siti inquinati d’interesse nazionale. Segno che l'argomento è oggetto di attenzione da parte delle istituzioni. Staremo a vedere.