Fonti rinnovabili: a che punto è l’Italia nel processo di decarbonizzazione?

Il nostro paese ha già raggiunto gli obiettivi per il 2020 per quanto riguarda i consumi finali di energia da fonti rinnovabili, ma la strada verso quelli fissati al 2030 pare molto più ardua. “Ci vuole più coraggio, in Italia manca ancora una visione di lungo periodo”, sostiene Alessandro Marangoni, amministratore delegato di Althesys.
Federico Turrisi 6 novembre 2019

Che piaccia a no, la transizione energetica è inevitabile. Con il passare degli anni le fonti rinnovabili sono destinate a sottrarre sempre più terreno a quelle fossili. Del resto, se vogliamo quanto meno provare ad avvicinarci agli obiettivi fissati dall'Accordo di Parigi sul clima del 2015 (ridurre le emissioni di gas serra per mantenere l'aumento medio della temperatura mondiale al di sotto di 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali), gli esperti dell'Ipcc, ossia del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, suggeriscono che è necessario diminuire fin da subito la percentuale di fonti fossili all'interno del mix energetico. Un tema cruciale, insomma, di cui si parlerà in maniera approfondita anche durante Key Energy, la fiera internazionale delle energie rinnovabili e della mobilità sostenibile che si terrà alla fiera di Rimini dal 5 all'8 novembre nell'ambito di Ecomondo.

L'Unione Europea sul fronte delle rinnovabili è in prima linea e ha tracciato la rotta con il "Clean Energy Package" (Pacchetto per l’energia pulita), che comprende una serie di misure, tra regolamenti e direttive, per indirizzare il mercato elettrico verso un modello più sostenibile per l'ambiente. Nel 2018 su 20,7 GW (gigawatt) di nuova capacità installata nei 28 paesi membri dell'Ue ben il 95% è stata rinnovabile. La parte del leone la fa l'eolico con 10,1 GW (pari al 49%), seguito dal solare con 8 GW (39%).

E in Italia come siamo messi? Se dovessimo fare un bilancio per quanto riguarda le rinnovabili, possiamo dire che il nostro paese si difende bene – anche se non possiamo reggere il confronto con un paese come la Danimarca, che punta a produrre energia elettrica al 100% da fonti rinnovabili per il 2050 – ma occorre fare molto di più. Partiamo dalla buone notizie. L'Italia ha già raggiunto l’obiettivo del 17% previsto per il 2020, per quanto riguarda il contributo delle rinnovabili nei consumi finali di energia. Per esempio, grazie alla realizzazione di nuovi impianti, la potenza generata dall'eolico nel 2018 è cresciuta di 452 MW, con un +78% rispetto al 2017.

Ben più difficile sarà raggiungere gli ambiziosi obiettivi previsti per il 2030, contenuti nel Pniec, ovvero nel Piano nazionale integrato per l'energia e il clima, che si inserisce nel quadro di riferimento europeo per le politiche climatiche ed energetiche. Gli obiettivi fissati a livello comunitario sono tre:

  • riduzione delle emissioni di gas serra almeno del 40% (rispetto ai livelli del 1990)
  • 32% di rinnovabili sui consumi finali lordi di energia
  • un miglioramento almeno del 32,5% dell'efficienza energetica

Questa è la vera sfida a cui si trova di fronte il nostro paese. Le parole chiave sono due: decarbonizzazione e riconversione. Partiamo dalla prima. Il Pniec prevede per l'Italia l'abbandono totale del carbone entro il 2025. Questa fonte fossile, la più inquinante di tutte, non incide in maniera significativa all'interno del mix energetico italiano (la sua quota si aggira intorno al 10% ed è in calo). In altri paesi europei invece il carbone ha ancora un peso rilevante, come dimostra il caso della Germania, che ha fissato la completa decarbonizzazione per il 2038, ben tredici anni dopo rispetto all'Italia. Nel nostro paese attualmente le centrali a carbone attive sono otto. Althesys, società professionale indipendente, specializzata nella consulenza strategica e nella ricerca nei settori ambiente, energia, utilities e infrastrutture, ha elaborato una roadmap per l'uscita italiana dal carbone, in linea con quanto indicato dalla Pniec, e ha individuato quattro aree su cui intervenire in maniera più consistente:

  • capacità di generazione a gas
  • rafforzamento delle reti
  • sistemi di stoccaggio
  • sviluppo delle rinnovabili

Il tema della decarbonizzazione è strettamente legato a quello della riconversione. "Riconversione non solo degli impianti, ma soprattutto delle competenze delle persone. È evidente che le competenze richieste per gestire una centrale a carbone siano diverse da quelle necessarie per gestire un impianto eolico o fotovoltaico. E ciò si lega ai temi dell'innovazione e della digitalizzazione che offrono grandi vantaggi, ma richiedono anche competenze specifiche per l'appunto", commenta Alessandro Marangoni, amministratore delegato di Althesys. Il passaggio dalle fonti fossili a quelle rinnovabili può creare delle opportunità sicuramente, ma può anche diventare terreno di scontro tra ambientalisti, da una parte, e lavoratori e organizzazioni sindacali, dall'altra.

"Un caso emblematico del potenziale conflitto tra obiettivi ambientali e occupazione è quello della Sardegna, un'isola non solo dal punto di vista geografico, ma anche dal punto di vista energetico", prosegue Marangoni. "La Sardegna dipende ancora molto dal carbone: se spegnessimo le centrali domani mattina non solo lasceremmo metà dell'isola al buio, ma metteremmo a rischio numerosi posti di lavoro. Sviluppare qui le rinnovabili non è facile: spesso la regione Sardegna si è opposta alla realizzazione di impianti eolici per motivi di tipo paesaggistico. A questo punto, le alternative sono le seguenti: o si potenziano le infrastrutture di collegamento con il continente, con tutti i rischi e i costi del caso, o si tiene il carbone o si ritorna alle candele. È una questione delicata, non affatto facile da gestire".

Caso sardo a parte, verrebbe da chiedersi che cosa manca all'Italia in generale per attuare la transizione energetica e avvicinarsi al modello virtuoso dei paesi scandinavi. "Dal punto di vista tecnologico, per quanto riguarda il settore delle rinnovabili, non siamo un paese arretrato. Le competenze dei nostri tecnici non hanno nulla da invidiare a quelle dei colleghi europei. All'Italia manca soprattutto una visione di lungo periodo", conclude il ceo di Althesys. "Il fatto di avere offerto in passato generosi incentivi per le rinnovabili, ma poi aver fatto marcia indietro, addirittura con tagli retroattivi, ha fatto scappare gli investitori e non ha certo aiutato. Se ci si pone degli obiettivi, anche ambiziosi, bisogna farlo con chiarezza e seguire quella strada con convinzione".

Fonte | Irex Annual Report 2019