I ricercatori si schierano contro Seaspiracy: la pesca sostenibile esiste, va solo supportata

In un recente articolo, un gruppo di studiosi ha criticato il documentario, accusandolo di aver affrontato la questione della pesca in maniera approssimativa e parziale. Smettere di consumare pesce è l’unica soluzione? No. C’è una parte del mondo della pesca, quella artigianale e locale, che andrebbe tutelata e valorizzata. E noi consumatori possiamo (anzi dobbiamo) fare la nostra parte.
Federico Turrisi 8 Giugno 2021

Non poteva lasciare indifferente un documentario come “Seaspiracy”, diretto da Ali Tabrizi e uscito su Netflix lo scorso 24 marzo. In poco meno di un'ora e mezzo vengono mostrate allo spettatore una dopo l'altra le storture dell'industria mondiale della pesca (dall'uccisione di specie marine iconiche, come i delfini, agli operatori del settore ridotti a schiavi in alcuni Paesi). La conclusione del regista è netta e fa discutere: la pesca sostenibile non esiste, dunque bisogna smettere di mangiare pesce.

A circa un mese di distanza dall'uscita del documentario, su Il Bo Live, magazine online dell'Università di Padova, è apparso un articolo in cui tre studiosi di biologia ed ecologia marina mettevano in evidenza gli errori di impostazione di Seaspiracy. La critica principale? Nel lavoro di Tabrizi il mondo della pesca viene raffigurato in maniera incompleta e parziale per veicolare un messaggio che non lascia via di scampo (occorre rinunciare del tutto al consumo di pesce, per l'appunto). Tra gli autori del documento, sottoscritto poi a livello nazionale da altri 78 firmatari tra ricercatori e docenti universitari, c'è Paolo Guidetti, dirigente di ricerca presso la Stazione Zoologica Anton Dohrn – Istituto Nazionale di Biologia, Ecologia e Biotecnologie Marine.

Che cosa non vi ha convinto del documentario?

La materia è trattata con un approccio molto poco strutturato, e si finisce per fare di tutta l'erba un fascio. "Non bisogna consumare più pesce" non può essere la soluzione. Un altro tipo di pesca esiste e non può essere demonizzato come quella industriale. Una persona può scegliere benissimo di essere vegana, ma bisogna stare attenti a posizionarsi in modo troppo estremo e pretendere che tutto il mondo lo faccia. Questa è la mia opinione. Il regista del documentario confonde la sostenibilità con l'impatto. L'unica pesca che non ha impatto è quella che non fai. Ma se ne fai poca e la fai bene, esiste la sostenibilità ed esiste la liceità di mangiare in maniera consapevole e nella giusta misura i prodotti del mare.

Il problema dell'overfishing comunque è reale?

Assolutamente. Questo è innegabile. E sull'argomento la scienza ha pubblicato una quantità enorme di paper, puntando il dito nei confronti non della pesca in generale ma di una parte della pesca, quella industriale. Una parte della pesca, tra l'altro, che spesso l'Europa ha finanziato. La pesca industriale, oltre a depauperare gli stock ittici, non è economicamente autosufficiente e per anni ha goduto di sussidi esagerati. Dietro la pressione anche di parte della ricerca, che si è alleata con il mondo della piccola pesca tradizionale e con alcune associazioni ambientaliste, adesso qualcosa sta cambiando.

Pesca artigianale è sinonimo di pesca sostenibile?

Partiamo innanzitutto da una considerazione: la pesca industriale non è minimamente interessata alla sostenibilità delle risorse naturali. Se sono una grande multinazionale, non mi interessa pescare per sempre, ma mi interessa fare soldi per sempre. La logica del profitto è spietata: oggi investo nella pesca e faccio un capitale, che magari reinvesto in un titolo in borsa o in qualche altro campo, lasciando i debiti alla società e alle prossime generazioni. Se invece un modello di pesca è legato al territorio, è più probabile che sia più responsabile.

Ci spieghi meglio.

Per esempio, anziché partire da Venezia e andare a pescare nell'oceano Indiano, rimango nell'alto Adriatico; necessariamente dovrò tenere conto del fatto che, se pesco tutto oggi, domani potrò contare su poco o niente. Una pesca artigianale condotta a livello locale non è per definizione sostenibile, ma è quella che può esserlo. Beninteso, se è fatta male, anche quella è insostenibile. Pesca sostenibile non significa solo rispettare i tempi di rigenerazione della natura. Significa anche avere la capacità di autosostenersi dal punto di vista economico e di generare un beneficio per il territorio, in termini di posti di lavoro e di supporto al settore del turismo.

Attorno alla pesca ruota quindi una componente sociale?

Ma certo. I borghi marinari in Italia sono luoghi suggestivi e caratteristici perché il loro paesaggio urbano è stato plasmato così proprio dalla pesca locale. Togliendo quest'ultima, sarebbero posti senza anima, verrebbe meno la loro identità culturale. Per moltissime comunità costiere la pesca è custode di tradizioni antiche e rappresenta un'importante fonte di sostentamento.

Tornando a Seaspiracy, nel documentario viene attaccato anche il sistema degli schemi di certificazione di sostenibilità. Qual è il punto di vista di voi ricercatori?

Da ecologo marino, dico che è difficile rispondere a questa domanda, perché non è qualcosa nelle nostre mani. La certificazione di sostenibilità è uno strumento, e come ogni strumento non è positivo o negativo di per sè. Dipende dall'uso che se ne fa. Lo studioso può intervenire dicendo che i criteri utilizzati per certificare la pesca di un determinato stock sono buoni, cattivi, discutibili, migliorabili in un certo senso o nell'altro eccetera. Dopo di che, se un'etichetta è ottima dal punto di vista dei princìpi ma viene applicata male, questo è fuori dalla nostra portata.

Il ruolo del consumatore è cruciale: dobbiamo imparare a mangiare il pesce giusto?

Assolutamente sì. Non esistono solo tonno, salmone e pesce spada. Si possono apprezzare tantissime altre specie, ormai ignote ai più. Se mangio tonno una volta ogni tanto non è grave, ma se il mercato richiede sempre e solo quello tutti i giorni, allora sarà sicuramente sovrapescato. Questa non è certo una novità, visto che di iniziative e progetti (che hanno coinvolto ricercatori, chef, associazioni ambientaliste eccetera) per promuovere il pesce povero ne sono state fatte abbastanza negli anni. Va detto anche questo: c'è una certa "pigrizia" da parte del consumatore a impegnarsi a conoscere quello che mangia.

È tutta una questione di consapevolezza, insomma.

Tutti i giovani, e anche i non più giovani, conoscono le caratteristiche tecniche dell'ultimo modello di smartphone. Però non sanno che cos'è un sugarello o un lanzardo. E si lasciano confondere dalla narrazione del tonno pinna gialla che si taglia con un grissino, ma che in realtà comincia ad avere problemi di sovrapesca. Bisogna diffidare, inoltre, dei prodotti low-cost. Se i costi di produzione sono bassi, vuol dire che una buona parte è stata scaricata sull'ambiente o sui lavoratori (che nei Paesi in via di sviluppo vengono magari schiavizzati).

A livello individuale, bisogna dunque informarsi di più. E a livello istituzionale?

Innanzitutto, certi Paesi (come la Cina) dovrebbero smetterla di inviare in giro per il mondo i loro pescherecci industriali che svuotano i mari e gli oceani. Qui in Europa un po' di sostegno alla pesca artigianale comincia ad arrivare. Tuttavia, c'è sempre quella tendenza a essere più intransigenti in certi casi e più morbidi in altri. E poi c'è da dire un'ultima cosa.

Prego.

Perché tutto questo di cui stiamo parlando – sostenibilità, tutela dell'ambiente, socioeconomia – non dovrebbe far parte dei programmi scolastici e diventare una materia seria, come la storia, la matematica, la geografia, da insegnare ai ragazzi? Sono loro che devono far propri e applicare nella vita quotidiana questi princìpi. Parlarne dovrebbe essere la consuetudine.