Il lato nero dell’industria del pesce: Seaspiracy, il documentario che non risparmia niente e nessuno

Il nuovo documentario Netflix di Ali Tabrizi sul tema della pesca sostenibile affronta uno per uno tutti i lati oscuri della pesca intensiva.
Sara Del Dot 30 Marzo 2021

Del pesce, della sua provenienza, di come viene prodotto e catturato, di quale impatto abbia sull’ambiente il suo arrivo sulle nostre tavole non se ne parla molto. Avrai sentito e letto tanto sulla produzione della carne e del latte. Ad esempio, è ormai chiaro ed evidente che un intero pollo messo in vendita al supermercato al costo di soli 2 euro non possa aver avuto una vita particolarmente salubre, dal momento che per alimentarlo e per crescerlo bene dovrebbe volerci un investimento economico di gran lunga maggiore.

Forse però non ti sei mai domandato come sia possibile pagare 16 euro di all you can eat e mangiare sushi senza limite. Da dove viene quel pesce? Da quale parte del mondo? Come viene pescato? È mai possibile produrre così tanto pagando un prezzo così basso? Cosa si nasconde dietro quei pochi euro? Come è possibile avere tutto questo sempre sulla tavola o a disposizione al supermercato se non fanno che ripeterci che i mari di tutto il mondo sono in sofferenza per mancanza e danneggiamento di ecosistemi?

Seaspiracy, il nuovo documentario targato Netflix e realizzato dal regista britannico Ali Tabrizi, ha provato a rispondere a tutte queste domande.

Si tratta di un racconto estremamente dettagliato e variegato di ciò che sta accadendo ai mari di tutto il mondo, o meglio di cosa stia loro facendo la pesca intensiva. Esatto, proprio quella che fa finire il sushi all’interno del rotolo di riso o che ti consente di spezzare la fame con un rapidissimo sandwich al tonno. Il regista del film, infatti, da sempre amante del mare e degli oceani, prova a distogliere lo sguardo da quello che da anni viene considerato il nemico numero uno degli oceani, la plastica, puntando i riflettori su un problema che per essere cambiato richiederebbe uno sforzo ben maggiore, intaccando interessi economici inimmaginabili: l’alimentazione.

Pratiche dannose

Dalla mattanza dei delfini alla caccia alle balene, dal fenomeno del bycatch, le catture accidentali di specie come tartarughe, delfini e foche che finiscono nelle reti destinate ad altri pesci, fino allo shark finning, lo spinnamento che sta svuotando i mari dei loro predatori, gli squali, la cui definitiva assenza determinerebbe uno squilibrio dannosissimo per tutti gli ecosistemi marini, Seaspiracy mostra come ogni fenomeno sia collegato e come la costante prosecuzione di tutto questo stia comportando delle conseguenze che non possiamo nemmeno immaginare.

Lontano dagli occhi…

E non le possiamo immaginare per un motivo molto semplice: ogni cosa avviene in mare aperto, lontano dalla costa e dagli occhi di chi dovrebbe vigilare. Il confine tra pesca “legale” e pesca di frodo diventa sottilissimo dal momento che anche le semplici certificazioni che dovrebbero garantire al consumatore l’eticità di una produzione e l’assenza di effetti collaterali su specie protette non sono realmente affidabili. A tutto questo si aggiunge uno scenario ancora più sconcertante. Dietro la pesca industriale, in particolare quella dei gamberetti, si nasconde un mondo di sfruttamento della manodopera, di utilizzo delle forza lavoro degli abitanti di paesi che della pesca dovrebbero vivere ma i cui mari sono stati depauperati dalle grandi multinazionali del pesce, armate di reti talmente grandi che potrebbero contenere intere cattedrali. Reti che, una volta messe all’opera, radono al suolo tutto ciò che si trova sul fondo del mare, compresi coralli, anemoni, specie in via di estinzione.

Meglio gli allevamenti quindi?

Arrivati a questo punto potresti obiettare che per salvare gli oceani dallo spopolamento e le specie che non c’entrano nulla dalle catture accidentali basterebbe acquistare soltanto pesce proveniente dagli allevamenti ittici. Certo, potrebbe funzionare così se non fosse che in gran parte di queste realtà, esattamente come accade di frequente negli altri allevamenti intensivi, i pesci nascono, crescono e vivono in condizioni disperate, ammassati l’uno sull’altro e soggetti a infezioni, malattie e parassiti come i pidocchi del mare. Non ci credi? Appena qualche giorno fa sono state pubblicate le immagini realizzate da un nucleo investigativo guidato da Ciwf e che ha coinvolto tantissime altre associazioni animaliste che mostravano le condizioni degli allevamenti di salmone scozzese, di cui l’Italia è grande importatore. Si tratta della stessa realtà raccontata anche all’interno di Seaspiracy, dove viene inoltre quantificato l’impatto ambientale dovuto al rilascio in acqua di feci e scarti dei pesci allevati, cui vengono spesso somministrate sostanze chimiche per scongiurare il rischio di infezioni e malattie.

Il legame tra pesca e inquinamento

Parlare di pesca non significa eliminare dal dibattito il tema dell’inquinamento e questo Ali Tabrizi lo sa bene. O meglio, l’ha scoperto. Infatti le reti e le attrezzature da pesca rappresentano la maggior parte dell’inquinamento di plastica che interessa le acque del mare. Molto, molto di più rispetto alle cannucce e i cotton fioc. Ma nessuno ancora ha pensato di affrontare concretamente il problema, a differenza di quanto accade per gli oggetti che possono essere utilizzati direttamente dai consumatori, ovvero da noi.

Sostenibilità ambigua

Seaspiracy accompagna lo spettatore in oltre un’ora e mezza di informazione sul mondo della pesca intensiva, offrendo la possibilità di capire davvero cosa si trova all’origine del pesce che mangiamo e ponendoci di fronte alle nostre responsabilità. La domanda che, minuto dopo minuto, si fa sempre più nitida e più lontana dalla risposta è: esiste la pesca sostenibile? Secondo l’autore no, infatti si premura di dedicare alcuni minuti a un'azienda che si occupa di produrre alimenti simili in tutto e per tutto al pesce, anche a livello nutrizionale, ma realizzati utilizzando le alghe. Ciò che lascia in chi lo guarda, non c’è dubbio, è una consapevolezza maggiore e il desiderio di comprendere meglio tutto ciò che non possiamo vedere (e conoscere) al di fuori del nostro piatto.