Il biometano inquina? Gli impianti emanano cattivi odori? Legambiente smonta le fake news sul biogas

Il biometano è un combustibile derivante da fonti rinnovabili e uno dei protagonisti nello sviluppo dell’economia circolare. Tuttavia, una parte dell’opinione pubblica è contraria agli impianti, in particolare nei territori dove se ne prevede la realizzazione. I principali dubbi riguardano le emissioni inquinanti e l’esalazione di odori sgradevoli.
Federico Turrisi 28 Gennaio 2021

Sei proprio sicuro di sapere tutto sul biometano? Non ti fa impazzire l'idea di avere all'interno del territorio del tuo Comune un impianto di digestione anaerobica? Il motivo forse è da ricondurre a una cattiva informazione, che non ti ha raccontato proprio tutto su questa materia. Già, perché il biometano è spesso oggetto di critiche e timori che non hanno un fondamento scientifico. Ed è proprio al biometano che è dedicata la seconda "puntata" della campagna Unfakenews, lanciata di recente da Legambiente e dalla Nuova Ecologia.

Il biogas in Italia

Partiamo dai numeri. Con circa due migliaia di impianti (l’80% dei quali è in ambito agricolo) l'Italia è il secondo produttore di biogas in Europa e il quarto al mondo, ma il potenziale produttivo potrebbe essere più elevato. Secondo il Consorzio Italiano Biogas, infatti, solo il 15% dei reflui zootecnici viene trattato in biodigestori che producono biometano e nei prossimi 10 anni questa percentuale potrebbe salire al 65%, passando da una produzione annua di 1,5 miliardi di metri cubi di biometano a 6,5.

Tutto questo può giocare un ruolo chiave nello sviluppo dell'economia circolare nel nostro Paese, per un motivo molto semplice: la digestione anaerobica, ovvero il processo per ottenere da una parte biogas e dall'altra digestato da trasformare poi in compost di qualità, permette di chiudere il cerchio dello smaltimento della frazione organica differenziata (quello che buttiamo nell'umido, per intenderci) e di dare una seconda vita agli scarti della filiera agroalimentare. In particolare, il biometano, che è un combustibile proveniente da fonti rinnovabili, può rivelarsi un'alternativa più ecologica al gas naturale di origine fossile, che sappiamo essere tra i principali responsabili del cambiamento climatico. Il compost invece può essere riutilizzato in agricoltura, restituendo carbonio al suolo e permettendo di ridurre l'utilizzo di fertilizzanti chimici.

Il biometano è una fonte di emissioni inquinanti?

Le emissioni inquinanti durante il processo di produzione del biogas – si legge nel dossier curato da Legambiente e dalla Nuova Ecologia – sono minime rispetto ad altri tipi di impianti e sono più controllate. Questo perché, durante la digestione anaerobica, la fermentazione del materiale organico avviene in ambienti chiusi, in assenza di ossigeno e senza il rilascio di emissioni gassose in atmosfera. Nella fase di upgrading invece, ovvero nel passaggio da biogas a biometano, la miscela di gas viene depurata attraverso la rimozione di solidi in sospensione e tracce di altri gas (anidride carbonica, ammoniaca, acido solfidrico) tramite processi quali filtrazione fisica, desolforazione, deumidificazione e filtrazione su carboni attivi. Tra le varie sostanze, l'ammoniaca e l'acido solfidrico sono quelle che determinano il maggiore impatto odorigeno (oltre a essere dannosi per la salute), ma le consolidate tecnologie dei nuovi impianti hanno risolto il problema sia delle emissioni inquinanti sia degli odori sgradevoli.

Dagli impianti possono arrivare cattivi odori?

Gli odori potrebbero sprigionarsi soprattutto nella fase di trasporto e in quella di stoccaggio del materiale in arrivo e in uscita. Per questo motivo, ricorda Legambiente, i moderni impianti generalmente prevedono un ambiente chiuso dotato di unità di captazione e trattamento aria, che previene la diffusione dei cattivi odori. Dopo di che, è il processo biologico anaerobico in sé che è in grado di ridurli, ottenendo anzi un effetto igienico-sanitario sulla materia prima utilizzata.

Dove andrebbero costruiti gli impianti?

Per quanto riguarda gli impianti che trattano i rifiuti organici, la soluzione ottimale è realizzarli su scala provinciale, nelle aree industriali, nei pressi dei luoghi di maggior produzione dei rifiuti, per limitare al massimo il loro spostamento sul territorio. Sulle dimensioni, bisogna tenere in considerazione che nei prossimi anni le percentuali di raccolta differenziata dell’umido sono destinate ad aumentare. Gli impianti per i fanghi di depurazione dovrebbero essere realizzati nei siti dove si trovano gli impianti di trattamento delle acque reflue. Insomma, grazie all'uso di tecnologie moderne negli impianti e con una corretta gestione di tutta la filiera è possibile contenere in maniera drastica tutte le criticità additate dai detrattori del biometano.