Il tonno potrebbe sparire dai nostri mari a causa della pesca industriale

I ricercatori delle Università della British Columbia e della Western Australia hanno raccolto un ampio database sulla quantità di tonno pescata: negli ultimi 60 anni le catture a livello globale sono aumentate del 1000% e ormai si viaggia a un ritmo di sei milioni di tonnellate pescate all’anno. Risultato, quasi tutte le varietà di tonno sono ora a rischio estinzione.
Federico Turrisi 22 ottobre 2019

Il tonno è uno dei pesci più consumati. Quante volte, non sapendo che cucinare, hai preso una scatoletta o un vasetto sott'olio di tonno? Del resto, basta farsi un giro al supermercato per vedere la quantità di questo pesce che viene messa a disposizione per noi consumatori. Senza contare poi il boom del sushi anche nei paesi occidentali. Tutto questo inevitabilmente è possibile grazie alla pesca intensiva, ma c'è anche un prezzo altissimo da pagare: il tonno continua a scarseggiare nelle acque di tutto il mondo e la sua stessa sopravvivenza è in pericolo. Lo conferma un vasto studio condotto dai ricercatori delle Università della British Columbia di Vancouver (in Canada) e del Western Australia di Perth nell'ambito dell'iniziativa globale Sea Around Us.

Quello che emerge dalla ricerca, che ha raccolto le informazioni in un corposo database relativo alla quantità di tonno prelevata dai mari e dagli oceani, è scioccante: la pesca su scala industriale sta diventando sempre meno sostenibile, depauperando i banchi di pesce di tutto il mondo e di fatto mettendo a rischio quasi tutte le varietà di tonno, da quello rosso (Thunnus thynnus) al pinna gialla (Thunnus albacares). Le catture di tonno a livello globale sono aumentate di oltre il 1000% negli ultimi sei decenni, alimentate da una forte espansione della pesca industriale. Si è arrivati ormai a pescare sei milioni di tonnellate di tonno all'anno.

Le due specie più pescate sono il tonnetto striato e il tonno pinnagialla con circa quattro milioni di tonnellate catturate all'anno

Gli studiosi hanno messo in evidenza che le due specie più pescate sono il tonnetto striato e il tonno pinnagialla (insieme fanno circa quattro milioni di tonnellate pescate all'anno), mentre la pesca del tonno rosso, quello più utilizzato nei ristoranti di sushi per intenderci, è in diminuzione da quando la specie è stata classificata come a rischio estinzione.

L'Oceano Pacifico è in vetta per quantità di tonno pescata fornendo il 67% delle catture totali del mondo, per lo più opera di flotte giapponesi e statunitensi. Segue l'Oceano Indiano, con il 12% delle catture da parte di flotte soprattutto taiwanesi, spagnole, indonesiane e francesi, mentre l'Atlantico registra un ulteriore 12% ed è sfruttato in particolare da navi spagnole, francesi ma più di recente anche – fanno notare i ricercatori – da pescherecci giapponesi e coreani battenti la bandiera del Ghana.

L'altro dato allarmante che emerge dalla ricerca riguarda gli squali azzurri (o verdesche) che vengono catturati accidentalmente: sono infatti considerati una specie a rischio estinzione e rappresentano quasi il 23% degli "altri" pesci catturati durante le operazioni di pesca del tonno. Il punto è che spesso a questi animali vengono rimosse le pinne, per rivenderle sul mercato (è la crudele pratica del finning), e poi vengono ributtati in mare come scarti. Tra il 1950 e il 2016 nel solo Oceano Pacifico sono stati rigettati in mare 5,7 milioni di tonnellate di diverse specie di squali. Che cosa possiamo fare noi? È molto semplice, cominciamo a consumare tonno saltuariamente. Non è mai morto nessuno rinunciando a qualche sushi in più.

Fonte | "Using harmonized historical catch data to infer the expansion of global tuna fisheries" pubblicato su Fisheries Research il 13 settembre 2019