La Cop25 di Madrid si chiude con un nulla di fatto: tutto rimandato al 2020

Nonostante due giorni extra di trattative, non è stato trovato un accordo sulla questione del mercato del carbonio e su altri punti cruciali per la mitigazione dei cambiamenti climatici. Il rischio è che si arrivi all’appuntamento cruciale della Cop26 di Glasgow più divisi che mai. In sostanza, la venticinquesima conferenza Onu sul clima è stata un fallimento.
Federico Turrisi 16 dicembre 2019

Una doccia fredda per Greta Thunberg e per tutti coloro che si auguravano che la Cop25 di Madrid potesse portare a dei passi in avanti per quanto riguarda la lotta contro la crisi climatica. E invece la conferenza Onu sui cambiamenti climatici più lunga della storia si è rivelata un clamoroso fallimento. Già, perché non sono bastati due giorni in più di trattative per arrivare a un accordo tra le parti sulle questioni più importanti e alla formulazione di proposte coraggiose per cercare di arginare quanto meno gli effetti del riscaldamento globale, che sono ormai sotto gli occhi di tutti. E non sono bastate le proteste di milioni di persone che chiedono ai grandi del pianeta un cambio di marcia.

Chi non nasconde il proprio disappunto è lo stesso António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite: "La comunità internazionale ha perso un'importante opportunità per mostrare una maggiore ambizione nell'affrontare la crisi climatica. Ma non dobbiamo arrenderci, e non mi arrenderò". Tutti i principali nodi sul tavolo – mercato del carbonio, loss and damage, double counting, sostegno ai paesi più poveri – sono rimasti irrisolti. Insomma, tutto rinviato al 2020, ultimo anno utile per rendere operativo l'Accordo di Parigi del 2015 e per assumere impegni vincolanti sui tagli alle emissioni di gas serra, in modo da contenere l'aumento medio della temperatura globale entro 1,5 gradi rispetto all'era pre-industriale. La strada verso la Cop26 di Glasgow appare sempre più un percorso a ostacoli.

A questo punto la prima domanda che ti potrebbe venire in mente è: di chi è la colpa? Distinguere tra paesi buoni e paesi cattivi rischia di semplificare troppo una questione che in realtà è infinitamente più complessa. Però possiamo senz'altro individuare stati che hanno contribuito di più al fallimento della Cop25 rispetto ad altri. I vincitori (ammesso che così possiamo definirli) sono i grandi inquinatori e i paesi ancora dipendenti dai combustibili fossili: Stati Uniti, Cina, India, Arabia Saudita, Australia, Brasile, Giappone. I perdenti sono invece i paesi emergenti più vulnerabili ai cambiamenti climatici, come quelli africani che dovranno fronteggiare periodi di siccità sempre più devastanti o quelli del Pacifico che rischiano di essere letteralmente sommersi a causa dell'innalzamento del livello del mare.

In mezzo c'è l'Unione Europea, che in realtà farebbe parte del primo gruppo di stati – pensa solo a paesi come la Polonia, la Repubblica Ceca e la stessa Germania che ancora dipendono molto dal carbone – ma ha cercato di appoggiare le istanze dei paesi vulnerabili. In generale, l'Europa vorrebbe proporsi a livello internazionale come modello da seguire per il raggiungimento degli obiettivi climatici dell'Accordo di Parigi, come dimostra anche il nuovo Green New Deal presentato dalla Commissione Europea, ma non è riuscita a conquistarsi un vero ruolo di leadership all'interno della Cop25. E l'Italia? Ha fatto sommessamente il suo dovere, ribadendo la posizione europea che chiede maggiore ambizione sul tema del cambiamento climatico (del resto, il peso internazionale del nostro paese è piuttosto marginale). "Meglio senza accordo piuttosto che un accordo al ribasso", ha dichiarato il ministro dell'Ambiente Sergio Costa.

"Bisogna avere ben presente la complessità del negoziato sul clima, prima di dire che queste conferenze sul clima siano inutili. Non sarà questo passo falso a mettere in discussione il sistema su cui si basa l'Unfccc", sottolinea Stefano Caserini, docente di Mitigazione dei Cambiamenti Climatici al Politecnico di Milano e policy advisor di Italian Climate Network. "Che ci siano Stati che stanno sfuggendo alle loro responsabilità è innegabile. Non bisogna però sparare nel mucchio".

Che cosa allora dobbiamo salvare da questa Cop25 di Madrid? Va detto che qualche risultato, seppur piccolo, è stato raggiunto. "Di positivo, per esempio, c'è l'accordo sull'inserimento del Gender Action Plan che promuove i diritti e la partecipazione delle donne all’interno dell’azione climatica internazionale. E poi da segnalare c'è una dichiarazione, voluta dall'Unione Europea, dove si chiede di aumentare l'ambizione dei prossimi impegni nazionali. Sicuramente è molto poco. Considerando come si erano messe le cose a Madrid, condivido l'idea che è meglio nessun accordo piuttosto che un pessimo accordo", conclude Caserini.