La Cop26 vista da un giovane attivista di Extinction Rebellion Italia

“Ho capito che i veri leader siamo noi, e che non siamo soli”, ci ha raccontato Marco Pitò, 22 anni, dopo aver passato due settimane in piazza a Glasgow.
Gianluca Cedolin 16 Novembre 2021

Mentre nelle stanze della Cop26 i delegati di circa 200 Paesi negoziavano (senza gran successo), con l'obiettivo di trovare un accordo su come combattere efficacemente la crisi climatica, all'esterno, nelle piazze, per due settimane decine di migliaia di attiviste e attivisti da tutto il mondo hanno fatto sentire costantemente la loro voce, chiedendo ai leader mondiali di agire immediatamente sulla strada della giustizia climatica e sociale. Tra di loro c'era Marco Pitò, 22enne ribelle di Extinction Rebellion Italia, impegnato da tempo nella lotta per il clima attraverso gesti di disobbedienza civile pacifica insieme al movimento. Lo abbiamo sentito per Ohga.

Sono passati tre giorni dall'accordo finale della Cop26. Sui social di Extinction Rebellion Italia avete manifestato grande insoddisfazione. Tu cosa pensi del risultato della Conferenza Onu sul clima?

Non avevo grandi aspettative, e nonostante questo sono state comunque deluse. A Glasgow dovevamo fare cinque passi e ne abbiamo fatti due e mezzo; i leader mondiali sono stati ancora una volta incapaci di affrontare una crisi che riguarda tutta l'umanità. Sin da com'era impostata la Cop si intuiva un probabile insuccesso: per ogni indigeno c'erano due persone legate alle fonti fossili, era una conferenza poco inclusiva per le persone più vulnerabili alla crisi climatica. Si prospettava, insomma, che una parte piccola del mondo, di cui facciamo parte, avrebbe preso le decisioni. Manca un'azione chiara, vincolante, con delle tappe definite per affrontare la crisi come si deve. Sì, c'è qualche vaga citazione allo stop al carbone, ma manca una data ed è stata annacquata nel documento finale.

A livello personale e come attivista, come hai vissuto questi giorni? Ha prevalso l'entusiasmo per il grande coinvolgimento dal basso o la tristezza per il mancato ascolto alle vostre richieste?

Sono stato a Glasgow tutte e due le settimane: la prima sempre fuori, in piazza, la seconda anche dentro la Cop26. Ho sentito tantissimo la carica e l'energia, il desiderio di giustizia che stava fuori dalla Cop26, il grande senso di comunità, la condivisione tra i manifestanti. Di contro, ho visto le stanze cupe all'interno della Cop26, i ritmi frenetici che però non hanno portato a nulla: dentro era un mix tra un labirinto e un circo. Questi giorni mi hanno dato un'altra prova di come il cambiamento non possa arrivare da dentro, ma debba venire da fuori, dalla gente.

Quindi andrete avanti con le vostre battaglie, nonostante per ora non abbiano voluto darvi ascolto?

Certo, voglio continuare a lottare all'esterno, attraverso la disobbedienza civile non violenta. La differenza tra noi e i cosiddetti leader è che noi veniamo arrestati dalla polizia e di fronte a un giudice ci prendiamo le nostre responsabilità, mentre loro non se le sono ancora prese, come se nel mondo non ci fosse un'emergenza. Siamo noi i veri leader, quindi dobbiamo continuare la nostra azione.

Marco Pitò a Glasgow, fuori dalla Cop26 (Credits photo: Roberto Gammeri)

Nel commento finale alla Cop26 avete citato il trattato di non proliferazione dei combustibili fossili e quello su una dieta plant-based, due delle principali richieste delle società civile. Quanto siamo lontani dagli obiettivi?

Molto. Le proposte dal basso non vengono quasi mai discusse, per questo come Extinction Rebellion chiediamo di instaurare delle assemblee cittadine a cui venga dato del potere decisionale. Devono essere formate da persone estratte a sorte da cluster stratificati, le quali scelgano insieme come uscire dal problema della crisi climatica. Attualmente, gli impegni presi dai Paesi ci portano verso un riscaldamento globale di 2,4°, quindi verso un pianeta inabitabile: dovrebbero essere le assemblee cittadine a prendere questi impegni.

Pensi che ci siano rischi in questo modello da voi proposto?

Per 26 anni (il periodo trascorso dalla prima Conferenza Onu sul clima, ndr) abbiamo assistito a tantissimo greenwashing: ci hanno dato l'apparenza che le cose funzionino, altrimenti la gente si starebbe rivoltando per le strade, però questo modello non funziona. Ci sono invece diversi esempi dell'efficacia delle assemblee cittadine per prendere decisioni radicali, non è un'utopia, a patto che sia dato loro davvero il potere di decidere.

La Cop26 è stata un'occasione per confrontarvi con gruppi di Extinction Rebellion molto forti e radicati come quelli britannici e in generale con molti altri attivisti. Quanto è stata bella e importante quest'esperienza di scambio?

Tantissimo. Ho visto molte persone che non conoscevo e che lottavano come me, con me, per lo stesso obiettivo. Nonostante in Italia siamo un movimento formato più o meno da giovani, o almeno così veniamo raccontati, in Gran Bretagna mi ha riempito il cuore vedere persone di 70-80 anni che gridavano, cantavano, esprimevano voglia di cambiamento. Le marce erano molto internazionalizzate, c'era gente da tutto il mondo e di tutte le età, ho sentito una grande carica. Ho capito che non siamo soli, nonostante quelli dentro continuino a deluderci.

Come mai in Italia la disobbedienza civile a livello ambientale, nonostante la crescita degli ultimi anni, fatica a trovare ampio consenso e partecipazione?

Io ho fatto parte di gruppi Extinction Rebellion dovunque sono stato: in Italia, in Belgio dove vivo, in Gran Bretagna nelle ultime due settimane. In Italia gli spazi democratici e di partecipazione sono strettissimi, spesso repressi. Anche la minima disobbedienza viene punita, o comunque minacciano di punirci con sanzioni sproporzionate. Quello che faccio in Belgio avrei paura a farlo in Italia, e non perché qui regni il caos, anzi è un paese molto civile. Per questo chiediamo di ampliare la democrazia attraverso la partecipazione. Poi certo, serve anche la disobbedienza civile, e quella si può e si deve fare ovunque.