L’altra faccia del Black Friday: l’impatto ambientale e sociale dello shopping sfrenato

Dietro al tuo acquisto a basso costo, c’è molto di più dell’oggetto che ti è stato appena recapitato a casa. All’origine di quel telefono, quel vestito, quel paio di scarpe, ci sono costi ambientali e sociali che ben poco hanno a che vedere con l’incredibile sconto che ti ha convinto a cliccare “Compra”.
Sara Del Dot 29 novembre 2019

“Noi soffochiamo sotto la roba che accumuliamo, i nostri armadi sono pieni di cose che non mettiamo, i nostri garage sono colmi di oggetti che compriamo in offerta ma che in realtà non hanno un reale utilizzo. Ciononostante continuiamo a comprare sempre di più e non ci rendiamo conto che quest'abitudine all’usa e getta sta accelerando l’inquinamento, il cambiamento climatico e la distruzione delle risorse ambientali.”

Decine di migliaia di mezzi che lasciano i magazzini per andare a consegnare rapidamente la merce, autisti che viaggiano a velocità spropositate rischiando incidenti e mettendo in pericolo la propria sicurezza per svuotare nel tempo previsto i loro furgoni, oggetti acquistati per sfizio dovuto al prezzo basso e non per una reale necessità che presto (troppo presto) si trasformeranno in tonnellate di rifiuti da smaltire, una catena di produzione alimentata dalla smania di comprare che si abbatte con forza soprattutto sulle fasce di lavoratori meno tutelate.

Sì, lo so che sei già pronto con il telefono in mano, l’indice sul mouse del computer per acquistare tutto ciò che di più accattivante e conveniente il web ti possa offrire in occasione del Black Friday e del Cyber Monday. Vestiti, borse, scarpe, a cui si aggiungono cellulari, computer, tablet e altri elettrodomestici ma anche oggetti che in una circostanza normale non degneresti di uno sguardo e all’improvviso ti sembrano irrinunciabili grazie allo sconto del 50% che li ha rivestiti di rinnovata bellezza.

Anche quest’anno decine di migliaia di furgoni colorati lasceranno enormi magazzini carichi di scatole sorridenti da consegnare direttamente a casa tua. Una sorta di Natale in anticipo in cui, per 24 ore (ma anche per una intera settimana) tutto ciò che desideri può essere tuo. Anche se, in realtà, non tutto ciò che sta per diventare tuo in realtà è ciò che desideri. Durante queste giornate ogni negozio, ogni piattaforma di e-commerce appare ai nostri occhi come un’immensa possibilità di soddisfazione personale, soddisfazione che può essere raggiunta in appena un paio di giorni direttamente con il cellulare mentre ti trovi in viaggio da casa al luogo di lavoro o dal tuo computer in ufficio. Durante il venerdì nero, infatti, un’enorme percentuale (circa l’80%) degli acquisti è realizzata online. Comodo, pratico, poco impegnativo e poco invasivo. Ed ecco come milioni e milioni di articoli iniziano a fare il giro del mondo per arrivare nel minor tempo possibile nelle nostre case.

Ma ti sei mai chiesto quale sia il costo reale di questi oggetti iper scontati? Quali meccanismi si muovono silenziosamente dietro le quinte di queste giornate di occasioni assolute? Chi prepara quei prodotti, chi li porta nelle nostre case, chi gestisce le ordinazioni, chi sono i volti e le voci dietro quel click che in pochi giorni ci recapita qualunque cosa direttamente sul divano? E che impatto ha tutto questo sull’ambiente, sui consumi e sulla società intera?

Ogni cosa è scontata

Il Black Friday è uno dei giorni dell’anno in cui la quantità di acquisti online raggiunge un picco difficile da superare. In pratica, non è altro che una 24 ore in cui è possibile acquistare articoli a prezzi stracciati, così da invogliare le persone ad acquistare di più pensando meno.

I risultati sono evidenti. Folle inferocite che corrono tra le corsie dei negozi di elettrodomestici alla ricerca dell’offerta più vantaggiosa per il telefono che devono cambiare, file di persone accampate fuori dagli store in attesa dell’apertura del mattino, risse violente per l’ultimo pezzo disponibile. Youtube pullula di video in cui gli effetti del Black Friday sono ben visibili (e anche un po’ inquietanti).

Questa tradizione nasce in America, dove si radica negli anni ‘80 e cade ogni anno il venerdì successivo alla festa del Ringraziamento (che è il quarto giovedì di novembre). Trattandosi di una data a ridosso del Natale, si è soliti riconoscere nel Black Friday l’avvio ufficiale delle spese natalizie, non a caso è stato riscontrato che a partire da quella data le vendite subiscono un generale incremento fino al fatidico arrivo di Babbo Natale.

Dagli Stati Uniti l’usanza si è poi diffusa anche in Europa e in Brasile. Dal 2005, poi, il Black Friday è seguito dal Cyber Monday, il lunedì successivo dedicato esclusivamente allo shopping di oggetti elettronici e tecnologici. Questo ha generato una tendenza a estendere il periodo di sconti all’intero weekend che intercorre tra le due giornate, e spesso a tutta la settimana precedente.

Come è facilmente intuibile, in tutto questo Amazon si è posta come piattaforma prediletta su cui effettuare acquisti online. La vera regina del Black Friday.

I dati dell'e-commerce

L’e-commerce come lo conosciamo noi nasce nel 1994 e anno dopo anno raccoglie un numero sempre maggiore di adepti. Secondo i dati dell’Osservatorio sull’eCommerce B2C del Politecnico di Milano, nel 2019 solo in Italia sono stati sfiorati i 31,6 miliardi di euro mobilitati attraverso acquisti online, il 15% in più rispetto al 2018. In tutto questo, le ordinazioni da smartphone occupano il 40% del totale.

Entrando più nello specifico, durante le giornate del Black Friday e Cyber Monday 2018 si è registrato il maggiore picco di vendite dell’anno, attestando il Cyber Monday come giornata che ha registrato maggiori vendite nella storia dell’azienda e il Black Friday 2018 come record storico. In questi due giorni Amazon ha venduto più di 18 milioni di giocattoli e oltre 13 milioni di prodotti di moda. Si parla di milioni di articoli in più rispetto all’anno precedente, di cui una cospicua parte è stata ordinata tramite l’applicazione mobile, quindi direttamente dallo smartphone. Sempre secondo i dati di Amazon, nelle prime sette ore di Black Friday, ovvero da mezzanotte fino alle sette del mattino erano già stati acquistati oltre 50mila giocattoli e più di 50mila prodotti per la casa, 7500 aspirapolvere e 3500 computer e tablet.

L'impatto sociale del Black Friday

Il consumatore, per quell’insano egoismo che contraddistingue la società di oggi, ha la sola preoccupazione che gli arrivi il regalo in tempo.

Sembrano dati incredibili, eppure sono reali. E quest’anno, probabilmente, cresceranno ancora. Ma proviamo a fermarci un secondo a riflettere. Stiamo parlando di milioni e milioni di oggetti grandi e piccoli, giocattoli, elettrodomestici, device e vestiti, che vengono acquistati da un telefono o da un pc e spostati a gran velocità in giro per il mondo. Questi oggetti da qualche parte devono pur provenire e in qualche modo devono arrivare fino alle nostre case. Forse non te lo sei mai chiesto perché non ti interessa o preferisci non avere brutte sorprese. Ma cosa si cela dietro questo meccanismo incredibile che ci consente di ricevere tutto ciò che abbiamo ordinato in modo quasi immediato?

La risposta è una ed è la più semplice. Sono le persone, i lavoratori. Infatti, milioni di persone in tutto il mondo vengono impiegate in questi periodi (e non solo) nel settore della logistica per fare in modo che tutte le ordinazioni vadano a buon fine e ogni consumatore riceva il proprio pacchetto senza poi sentire il bisogno di sollevare lamentele. Certo, potrai dire, è il loro lavoro. Eppure se ogni anno a ridosso del Black Friday viene proclamato uno sciopero per rivendicare maggiori tutele e diritti, evidentemente in questo meccanismo c’è qualcosa di profondamente sbagliato.

Il primo sciopero in assoluto dei lavoratori di Amazon risale al 2017 nello stabilimento di Castel San Giovanni in provincia di Piacenza. Allo sciopero, che ha portato sotto i riflettori in tutto il mondo il problema Amazon e a cui avevano aderito tutte le sigle sindacali italiane, avevano manifestato solidarietà e partecipazione anche lavoratori dalla Germania e dalla Francia. La richiesta? Stipendi più alti e migliori condizioni di lavoro. Anche l’anno scorso i lavoratori hanno deciso di incrociare le braccia. Nel corso della giornata di Black Friday 2018, infatti, hanno scioperato lavoratori in Francia, Spagna e Germania. Ma anche in Italia, sempre nello stabilimento di Castel San Giovanni, si sono verificati momenti di agitazione.

E il 2019 non è da meno. Anche quest’anno, infatti, centinaia di lavoratori nel settore dei trasporti (in pratica i corrieri che portano i pacchi a casa) a Brandizzo (Torino) e Marene (Cuneo) hanno manifestato davanti alle sedi proclamando uno sciopero di 16 ore a causa dell’aumento costante di lavoro dovuto a questi picchi, che impongono ritmi molto pesanti e sempre più veloci e quindi la messa a repentaglio della sicurezza dell’autista e dei cittadini lungo il suo passaggio.

Ma capiamo meglio come funziona tutto questo.

In magazzino

La vita dei magazzinieri l’abbiamo letta e vista un po’ ovunque. Reportage, inchieste, denunce degli ultimi anni hanno portato a galla il reale meccanismo di gestione del lavoro all’interno degli stabilimenti di e-commerce, in particolare quello di Castel San Giovanni da cui sono partite le prime proteste. Tutti questi documenti e testimonianze, raccolte nel tempo da testate e programmi come Piazzapulita, Linkiesta, Internazionale, Il Fatto Quotidiano hanno fatto emergere una realtà lavorativa fatta di ritmi estenuanti, chilometri e chilometri percorsi ogni giorno a passo svelto (il cosiddetto passo Amazon), movimenti sempre uguali che alla lunga possono portare a problemi di salute, pause per il pranzo con tempistiche irrisorie e controlli severi sulla produttività del lavoratore.

Con il tempo, in seguito alle varie trattative dei sindacati per l’adozione del Contratto integrativo aziendale (che avrebbe portato migliori tutele ai lavoratori) sempre declinata dall’azienda, che hanno portato anche al primo sciopero del 2017, si è finalmente giunti alla firma di un accordo che prevede la partecipazione dei sindacati nella gestione dell’organizzazione del lavoro assieme all’azienda e la situazione per i lavoratori è notevolmente migliorata.

Tuttavia, l’enorme mole di lavoro che si presenta durante il Black Friday e gli altri periodi di picco è sempre una situazione particolare da affrontare. Per tutti gli esercizi, ma anche e soprattutto per le piattaforme di e-commerce come Amazon, che in questi periodi aumenta il numero dei suoi lavoratori quasi del doppio facendo ricorso al lavoro in somministrazione. Di questo abbiamo parlato con Vincenzo Guerriero della UILTuCS UIL, uno dei protagonisti della firma dell’accordo con Amazon che ha migliorato in modo consistente la vita dei lavoratori.

“L’impatto che può avere il Black Friday su qualsiasi esercizio commerciale, non è difficile da capire, vede molto impegnati gli addetti al settore. Le conseguenze sono visibili in termini di risorse, impegno, concentrazione e tempo sottratto alla famiglia perché si fanno delle ore in più, ci sono aperture straordinarie come le domeniche e le sere… Per quanto riguarda Amazon in particolare il discorso è più o meno lo stesso, con l’aggravante che i lavoratori devono movimentare una quantità ben maggiore di pacchi che devono arrivare a casa dei clienti. Questo aumento di pezzi da movimentare implica una maggiore stanchezza fisica e mentale, il che a sua volta implica un maggior tempo trascorso all’interno dell’azienda e un conseguente aumento della probabilità di compiere degli errori. Noi abbiamo avuto dei casi durante il picco in cui è diventato un problema anche allontanarsi per andare in bagno a causa della mole di lavoro. Poi, certo, il periodo va affrontato e si affronta.”

E Amazon lo affronta anche aumentando il numero di lavoratori, attraverso la formula della somministrazione.

“Con l’aumento della quantità del lavoro, naturalmente, c’è anche un aumento della popolazione di lavoratori all’interno dell’azienda, che diventano quasi il doppio. E anche questa sovra-popolazione all’interno del luogo di lavoro affatica il dipendente dell’azienda. Nei periodi di picco si passa da circa 1600 lavoratori a 3200-3500, e quelli aggiunti sono lavoratori somministrati, ovvero sono assunti attraverso agenzie di cui sono dipendenti. In pratica l’azienda prende in prestito il lavoratore da un’agenzia del lavoro e paga (di più, quasi il doppio) l’agenzia del lavoro che poi paga il lavoratore. In questo modo, l’azienda non si assume responsabilità o legami nei confronti del lavoratore, che è tutelato dai sindacati ed eventualmente in futuro potrà essere assunto a tempo determinato.”

“Io dico sempre che quando noi ci muoviamo anche solo per andare a mangiare una pizza la sera con la famiglia a volte dovremmo far caso a quello che c’è dietro quella pizza. Così, dietro al pacco che arriva subito a casa c’è tutta una corsa dei lavoratori che devono in qualche modo riuscire a soddisfare le esigenze del consumatore.”

La consegna

Nel Black Friday e nei giorni immediatamente successivi, migliaia di furgoni lasciano i magazzini carichi di oggetti e iniziando il loro giro per consegnare i prodotti agli acquirenti casa per casa. Sono i furgoni delle aziende a cui Amazon affida le sue consegne e che mettono a disposizione del colosso mezzi e autisti.

Questi autisti, però, non sempre riescono a svolgere il proprio lavoro in condizioni di sicurezza, e anzi spesso si trovano a dover pagare il prezzo della pressione a cui sono sottoposti per diverse ore della giornata. Per questa ragione quest’anno in Piemonte i lavoratori Uiltrasporti hanno deciso di scioperare per chiede ad Amazon di intervenire per fare in modo che i drivers abbiano condizioni di lavoro migliori e la garanzia di poter effettuare consegne in sicurezza, anche attraverso un aumento del numero di lavoratori impiegati nelle consegne.

Per gli autisti, ovvero quelli che vanno a consegnare il pacchettino a casa della gente, in questo periodo il volume della merce e quindi i carichi di lavoro aumentano tantissimo. Allo stesso tempo, però, il numero dei lavoratori che devono gestirli è sempre lo stesso”, spiega Manuel Mauro, dirigente sindacale della Uiltrasporti Piemonte. “Più la gente ordina, più merce Amazon deve movimentare. Quindi se tu ordini una cosa, qualcuno prenderà il tuo pacco dal magazzino, lo metterà in una sacca e lo affiderà al corriere che andrà a consegnarlo. Se di pacchi ne ordini tre, il magazziniere dovrà movimentarne tre e l’autista riceverà tre consegne diverse. Prova a moltiplicare questo procedimento per tutti gli ordini che Amazon ricevere in questo periodo.”

Infatti, il problema è che se ad esempio nei periodi normali Amazon prevede 100 corrieri per movimentare 100 pacchi, nei momenti di picco si arriva anche a 800 pacchi per gli stessi 100 corrieri. Di conseguenza, le modalità e soprattutto i tempi di consegna cambiano. Così come cambiano le condizioni in cui il driver si trova a lavorare. Lavorando con ritmi così elevati, per riuscire a consegnare tutto, diventa infatti molto difficile riuscire a rispettare le norme del codice della strada, muoversi attorno al furgone in sicurezza, evitare di sbandare, calcolare in modo preciso i movimenti del mezzo per non andare a sbattere o tamponare.

“Amazon riesce a tarare il giro di consegne di ogni autista su un certo numero di ore. Ad esempio, al driver viene detto che quel giorno ha una rotta di otto-nove ore, che sono abbastanza approssimative dal momento che ci sono mille variabili che possono portare l’autista ad abbassare un po’ il proprio rendimento e quindi ad allungare i tempi. Per rimanere all’interno di quella tempistica, se le consegne da 80 diventano 100 il driver deve aumentare il passo, correre sempre di più, e si trova a fare molto più lavoro di quello che riuscirebbe a fare in sicurezza. E se non finisci le consegne possono essere presi dei provvedimenti.”

Il risultato della fretta e della velocità a cui i driver sono sottoposti per riuscire a effettuare tutte le consegne previste è un grosso rischio, dovuto ad ansia e distrazione, a cui vengono esposti sia i lavoratori sia i cittadini che possono trovarsi al loro passaggio. E nel caso in cui qualcosa vada male, le conseguenze potrebbero abbattersi sull’autista che è al volante da ore.

“È perfettamente naturale essere vittima di disattenzione in un lavoro in cui si trascorrono ore e ore al volante e si finisce col rappresentare un rischio anche per i cittadini. Più sei distratto più rischi di farti male. Essendo sempre di fretta e guidando velocemente, non è detto che l’autista riesca a curare ogni millimetro che compie con il furgone, a calcolare ogni distanza e ogni spazio. Quindi può capitare che, correndo, il driver vada a sbattere. Se si tratta di un incidente piccolo come urtare un cancello, un muretto ammaccando il furgone o strisciare la fiancata su una colonna durante una curva, è possibile che quei danni vengano poi addebitati sui lavoratori. Alcune aziende, infatti, estremizzano un articolo del contratto nazionale che prevede che se il lavoratore provoca un danno per sua negligenza deve risarcire l’azienda e di conseguenza effettuano addebiti sugli impiegati in maniera selvaggia, compiendo decurtazioni sulla busta paga a fine mese.”

In pratica, la distrazione dovuta alla pressione che questo lavoro comporta può trasformarsi in un vero e proprio costo. Un costo che potrebbe essere ammortizzato grazie a una maggiore ottimizzazione, magari aumentando il personale, in grado di abbassare i carichi di lavoro.

L'impatto ambientale del Black Friday

Il Black Friday e il Cyber Monday sono fenomeni che andrebbero evitati perché si promuove un modello di consumo che non è più realistico in base alle risorse del nostro Pianeta. Inoltre, non fa che alimentare una filiera di produzione che si appoggia su trasporti, quindi emissioni di CO2, largo impiego di packaging usa e getta, plastica e un aumento spropositato di rifiuti.

Per effettuare un ordine online, ti basta un click. Un semplice movimento dell’indice (o del pollice se sei da smartphone) che innescherà un processo di recupero e consegna dell’oggetto che hai scelto in modo da fartelo arrivare a casa nel minor tempo possibile. Ciò che forse non sai, è che questo tuo minimo movimento, spinto magari soltanto dall’appetibilità di uno sconto con la percentuale più alta del solito, ha delle conseguenze non solo sul tuo guardaroba, non solo sulle persone che faranno in modo che tu riceva il tuo acquisto in un paio di giorni o meno, ma anche sull’ambiente che ti circonda. E questo impatto ha inizio molto prima della scelta del prodotto e del click su “conferma ordinazione”.

Il consumo sfrenato di cui il Black Friday (e a seguire il Cyber Monday) si è reso portabandiera, implica tutta una serie di aspetti che, naturalmente, non sono mai sotto gli occhi del consumatore, il cui sguardo e mente sono costantemente isolati dalla consapevolezza di qualsiasi informazione potrebbe farlo desistere dall’inserire il codice della carta di credito nell’apposito spazio. Di conseguenza, quasi nessuno di noi riesce a trovare quattro secondi di tempo per porsi la fatidica domanda “ne ho davvero bisogno?”.

Risorse

Innanzitutto dobbiamo pensare che ogni cosa che compriamo nasce da una materia prima (se escludiamo gli oggetti creati attraverso percorsi di economia circolare che però coinvolgono una minima parte e soprattutto non hanno nulla a che fare con ciò che si acquista in questi periodi, quindi prodotti tecnologici e di fast fashion). Quindi se acquistiamo un maglioncino o un telefono dobbiamo considerare che alla base c’è una filiera produttiva che coinvolge la produzione del materiale in cui è stato realizzato, la sua successiva lavorazione e il suo confezionamento. Basta pensare che, complessivamente, per produrre un solo paio di jeans sono necessario 10.000 litri di acqua e per la produzione del denim, il materiale di cui sono fatti, viene impiegato ogni anno il 35% del cotone presente al mondo. Una richiesta così grande (e non necessaria) di oggetti nuovi comporta la necessità di raccogliere più materia prima, utilizzare più risorse come l’acqua che potrebbero essere utili ad altri scopi, aggiungere più sostanze potenzialmente nocive per la sua lavorazione come metalli pesanti e coloranti tossici.

“La questione delle risorse è fondamentale da inquadrare e lo dimostra il fatto che da anni ormai è stato introdotto l’Overshoot Day, il giorno in cui le risorse del Pianeta necessarie per un intero anno si esauriscono a causa dei nostri consumi. Quest’anno l’Overshoot day globale è stato il 29 luglio.” A parlare è Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste e #TheFashionDuel Project Leader di Greenpeace, che sottolinea come sia necessario introdurre una nuova narrazione del consumo, in controtendenza con la logica del “tutto e subito” che non fa altro che sottrarre risorse preziose alla Terra per trasformarle in nuovi rifiuti.

“Da una parte abbiamo un business che utilizza troppe risorse senza rispettare i limiti ambientali del Pianeta, dall’altra un approccio al consumo che viene continuamente stimolato dai messaggi che ci dicono che possiamo comprare, ma soprattutto che possiamo comprare a basso costo. Acquistare tante cose ci rende felici per pochissimo tempo e la maggior parte di chi fa shopping compulsivo, dopo aver acquistato ritorna in questo momento di down. In questo modo si continua a comprare sperando di soddisfare questo bisogno. Eventi come il Black Friday e il Cyber Monday sfruttano proprio questo tipo di debolezza. Perché tu puoi avere tutto quello che desideri per pochissimi soldi e quando hai finito di fare acquisti con il denaro con cui normalmente avresti acquistato una cosa in realtà te ne sei comprate tre. Solo che magari di due non avevi nemmeno bisogno, magari rimangono poco tempo nell’armadio prima di finire tra i rifiuti.”

Packaging

In particolare per quanto riguarda i prodotti che ordiniamo online, dovremmo cominciare a capire che per qualsiasi oggetto che aspettiamo, c’è un imballaggio che arriva a casa con lui. Un imballaggio che in appena qualche secondo finirà dritto dritto nel bidone (speriamo) della differenziata. Nel 2017 in Italia sono stati consegnati 150 milioni di pacchi da acquisti online, tutti accompagnati dal loro bell’imballaggio.

Secondo i dati di Corepla, Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica, solo nel 2016 l’e-commerce ha messo in circolo 300 mila tonnellate di imballaggi, ovvero il 15% del totale di plastica immessa. E anche la carta non scherza. Se ci pensiamo, infatti, tutti i pacchi di Amazon ci arrivano avvolti in una confezione di cartone. Che fine fa tutto quel packaging? È possibile riciclarlo tutto? Non sarebbe forse meglio evitare di utilizzarlo?

Trasporto

Sul territorio nazionale tutti i pacchi ordinati online vengono trasportati e consegnati su gomma, ovvero in furgoni quasi sempre diesel. Tantissimi furgoni che vanno su e giù per le città carichi di pacchetti. Secondo alcuni dati del 2017 in Gran Bretagna è stato stimato che nel giorno del Black Friday, dai magazzini di Amazon parte un camion ogni 93 secondi. Uno dei circa 82mila mezzi impiegati per portare nelle case degli acquirenti gli oggetti che hanno ordinato.

Certo, potresti obiettare che la consegna di tanti pacchetti contemporaneamente da parte di un solo mezzo di trasporto potrebbe risparmiare quelle emissioni che deriverebbero dalle auto di ciascun acquirente che si reca in centro a comprare direttamente il prodotto. Vero. Eppure questa riflessione viene facilmente annullata dalla pratica delle cosiddette “spedizioni veloci”, ovvero quelle che ti fanno arrivare il pacchetto a casa in meno di due giorni. Secondo il professore di logistica sostenibile del MIT, Josué Velázquez-Martínez, questa possibilità, che noi consideriamo una comodità irrinunciabile, comporta un maggiore e più frequente utilizzo di mezzi e quindi un aumento della quantità di CO2 immessa in atmosfera. Sempre secondo il docente, se le persone fossero disposte ad aspettare una settimana invece che un paio di giorni, ucciderebbero 20 alberi invece di 100.

A tutto questo si aggiungono le spedizioni aeree per far arrivare i prodotti dal Paese di produzione fino ai centri di distribuzione sul territorio nazionale e i resi, ovvero le restituzioni degli acquisti, che comportano un doppio viaggio e quindi doppie emissioni.

Il vero costo dei resi

I resi sono un altro problema ambientale derivato dall’acquisto sfrenato e indiscriminato che si fa durante il Black Friday. Secondo un report di Appriss Retail, negli Stati Uniti gli anni scorsi i resi hanno comportato un costo di 369 miliardi ai rivenditori e secondo GreenBiz questa spesa nel 2020 potrebbe salire fino a 550 miliardi (il 75% in più rispetto al 2016). Questo perché, in media, degli acquisti che si fanno online viene rimandato indietro circa dal 15 al 30%. E molti non vengono nemmeno rimessi sul mercato. Infatti, spesso i costi di rivalutazione e ri-confezionamento da parte del venditore finiscono per non valerne la pena e l’oggetto restituito, invece che rivenduto, viene indirizzato all’inceneritore. Un vero e proprio spreco che comporta inquinamento atmosferico dovuto al recupero dell’oggetto da parte del corriere, un’immensa produzione di rifiuti da imballaggio e una quantità di materiali in buone condizioni che finiscono nella spazzatura o dispersi nell’ambiente. Tutto questo magari a causa di un acquisto effettuato troppo in fretta.

E i rifiuti?

Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Nella maggior parte dei casi, in rifiuto. Il principio della fast fashion è proprio questo. Acquistare tanto a poco, e dopo una stagione al massimo gettare via e acquistare ancora, invece di prendersi cura, riparare e far durare.

“Bisognerebbe sensibilizzare i consumatori sul fatto che se devono comprare un abito perché ne hanno bisogno, sarebbe opportuno verificare se si tratti di un capo di qualità, che è possibile riparare, magari fatto in fibra naturale e non in poliestere, insomma assicurarsi di avere a che fare con un prodotto che valga la pena e duri di più rispetto a qualcosa da gettare nel bidone al primo utilizzo.” Come racconta Chiara Campione di Greenpeace, l’ormai diffusa abitudine all’acquisto a basso costo non solo non rispetta l’ambiente e le sue risorse, ma provoca un accumulo di rifiuti complicati da smaltire, soprattutto per quanto riguarda quelli tecnologici e i tessuti, che tra l’altro rappresentano i principali articoli ordinati in occasione del Black Friday.

“Il fast fashion è un modello di business improntato sullo spreco e sul concetto di ‘usa e getta‘, ovvero pago poco ma alla prima usura posso acquistare qualcosa di nuovo a un prezzo altrettanto basso. Ciò provoca, oltre a un dispendio di risorse, anche un accumulo di rifiuti dannosissimo.”

E questo problema si ricollega a doppio filo con il materiale di cui sono realizzati, situazione che rende impossibile anche solo pensare a inserire questi rifiuti in un circuito di economia circolare.

Tutti i prodotti a basso costo, non solo gli abiti, sono realizzati con materiali scadenti che non hanno un vero valore e non riescono quindi nemmeno a essere recuperati con efficacia”, continua Chiara. “L’idea di una vera circolarità deriva dal fatto che la gente deve iniziare a prendersi cura delle cose che acquista tenendole bene, lavandole adeguatamente e riparandole. In questo modo oltre a durare 7 anni invece di uno, il tuo oggetto può essere riciclato al 100%.”

In sostanza ciò che costa così poco inevitabilmente non sarà stato realizzato con materiali di buona qualità, fatti per resistere poche volte e poi finire nel sacco dell’immondizia. Perché invece non puntare su qualcosa che costi un po’ di più ma possa durare 10 volte tanto, oppure (udite udite) essere riparato?

Green Friday: per un consumo consapevole

Comprare, comprare, comprare. Black Friday e Cyber Monday esistono per questo. Perché la gente compri, sia felice di acquistare, di avere cose nuove, possibilmente pagando il meno possibile. Una sorta di paese dei balocchi sia per i consumatori che per i negozi, che possono proporre i loro prodotti con un costo accessibile a tutti rendendoli ultra appetibili e svuotando i propri scaffali. Tuttavia sul mercato c’è chi al consumo sfrenato e al fast shopping ha scelto di non dare adito e ha deciso di stare dalla parte dell’ambiente e delle persone. Sono ancora pochi, ma destinati a crescere grazie alla consapevolezza che, lentamente, si sta facendo largo tra chi ha deciso di non girarsi dall’altra parte e di approfondire le reali dinamiche che animano fenomeni in cui sarebbe molto più comodo lasciarsi scivolare. Come, appunto, il Black Friday.

Make Friday Green Again

Tra le milioni di aziende in tutto il mondo che non vedono l’ora di svendere i propri prodotti, ce ne sono almeno 600 che hanno deciso che ciò che vendono ha un valore. Promosso da Nicholas Rohr, fondatore del marchio di abbigliamento sostenibile Faguo, Make Friday Green Again è un collettivo di aziende e negozi, per lo più francesi, che hanno deciso di rinunciare agli sconti del Black Friday per promuovere il concetto di consumo consapevole e sostenibile, incoraggiando le persone ad acquistare soltanto ciò di cui hanno davvero bisogno.

Patagonia

L’impegno ambientale di Patagonia è ormai noto a tutti e anche per il Black Friday non poteva mancare un’iniziativa finalizzata alla difesa dell’ambiente. Invece di dimezzare i prezzi dei suoi articoli, il brand americano di abbigliamento sportivo ha scelto di dare la possibilità ai consumatori di raddoppiare il loro impatto positivo sull’ambiente. In pratica, a partire dal Black Friday fino a tutto il periodo natalizio i cittadini potranno effettuare una donazione, attraverso la piattaforma Patagonia Action Works a un’associazione ambientalista che si impegna a combattere la crisi ambientale. Patagonia, dal canto suo, raddoppierà la donazione per un massimo di 10.000 euro per singola donazione.

Non è la prima volta che Patagonia compie una scelta controcorrente per il Black Friday. Nel 2016 aveva donato il 100% delle sue vendite durante il Black Friday ad associazioni ambientaliste di tutto il mondo per un importo complessivo di 10 milioni di dollari.

Kibou

Un grande contributo può essere dato anche da realtà più giovani, per le quali rinunciare alla giornata di sconti potrebbe rappresentare uno svantaggio ma che hanno comunque scelto di stare dalla parte giusta. È il caso di Kibou, il brand di abbigliamento del giovane triestino Marco Belluzzo, che ha deciso non solo di partecipare al Green Friday ma anche di lanciare il progetto Kibou Forest in cui, pre-ordinando una maglietta, sarà possibile contribuire alla piantumazione di una piccola foresta. Dal 24 al 1 dicembre, infatti, ogni dieci articoli pre-ordinati Kibou pianterà un albero che verrà geolocalizzato e fotografato così da essere seguito da chi ha contribuito. L’obiettivo di Marco è quello di arrivare a 1000 alberi così da creare una piccola foresta.