L’Artico si sta sciogliendo: cronaca di una morte annunciata

Per la giornata della Terra non potevamo non occuparci della zona che sta risentendo maggiormente degli effetti del riscaldamento globale: l’Artico. Come sta cambiando questo ecosistema e perché dovremmo preoccuparci? Ce lo facciamo spiegare dalla ricercatrice ed esperta di ghiaccio marino Giulia Castellani, che ha preso parte alla missione Mosaic, la più grande spedizione artica nella storia.
Federico Turrisi 22 Aprile 2021

Che l'Artico e i suoi abitanti stiano soffrendo è un dato di fatto, incontrovertibile. La regione artica è l'area del pianeta che sta subendo in maniera più rapida e vistosa gli effetti del cambiamento climatico. Qui negli ultimi decenni si è assistito a una drammatica riduzione del ghiaccio marino. I numeri parlano chiaro. Basta dare un'occhiata al grafico qui sotto, che può essere considerato una sorta di cartella clinica dell'Artico.

Le linee che vedi rappresentano le medie decennali relative all'estensione del ghiaccio marino: nel corso di un anno solare, a marzo (cioè alla fine dell'inverno) si raggiunge il livello massimo, mentre a settembre (cioè alla fine dell'estate) si raggiunge il punto minimo. Come potrai notare, c'è una netta differenza nel percorso che seguono la linea color ocra (che rappresenta la media del periodo 1979-1990) e la linea azzurra (che rappresenta la media del periodo 2011-2019). Significa che negli ultimi 30 anni il mar Glaciale Artico ha continuato a perdere ghiaccio marino, e il 2021 (l'altra linea azzurra che si ferma ad aprile) sta seguendo la traiettoria della media del decennio 2011-2019.

Fonte: National Snow and Ice Data Center

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Nella memoria rimangono impresse le immagini di orsi polari affamati, per non parlare della ormai tristemente celebre fotografia scattata da Steffen Olsen, dove si vedono dei cani correre sull'acqua anziché sul ghiaccio in Groenlandia nel mese di giugno. Eppure, di come funziona e di come reagirà a questo cambiamento l'ambiente artico nel suo complesso sappiamo ancora poco.

Lo scorso ottobre si è conclusa la spedizione scientifica nell'Artico più grande della storia: la missione Mosaic (acronimo che sta per Multidisciplinary drifting Observatory for the Study of Arctic Climate). Per oltre un anno, ossia dal settembre 2019 all'ottobre 2020 e coprendo quindi tutte le stagioni, decine di scienziati provenienti da diversi Paesi si sono alternati per raccogliere informazioni e campioni da analizzare in laboratorio, che saranno utili in vari campi, dall'oceanografia alla biologia, per comprendere meglio i meccanismi che regolano questo ecosistema così affascinante e allo stesso tempo così fragile. A guidare la spedizione c'era l'Istituto Alfred Wegener per la ricerca marina e polare, con sede a Bremerhaven (in Germania), che ha messo a disposizione del team internazionale di ricerca la sua nave rompighiaccio Polarstern. Alla missione MOSAiC hanno partecipato anche cinque italiani, tra cui Giulia Castellani, ricercatrice di 35 anni ed esperta di ghiaccio marino che lavora proprio presso l'Istituto Alfred Wegener. Da lei ci siamo fatti raccontare come sta il "paziente Artico".

Perché è importante studiare il ghiaccio marino?

Perché svolge un ruolo chiave per quanto riguarda tutta la catena alimentare marina artica. Dallo zooplancton ai pesci, fino ad arrivare all’orso polare, le specie che popolano l’Artico hanno bisogno del ghiaccio per il loro sostentamento. Non tutti sanno che al suo interno c’è un mondo, e mi riferisco soprattutto al sistema microbico: batteri, virus, alghe e altri microrganismi che stanno alla base della catena alimentare.

E da qui si possono trarre informazioni utili per monitorare lo stato di salute dell’ambiente artico, giusto?

Sì, esatto. In poche parole, cerchiamo di capire come è effettivamente strutturato l’ecosistema artico alla base. Quali alghe, per esempio, vivono dentro al ghiaccio marino e qual è la loro distribuzione, visto che il ghiaccio è molto eterogeneo? Una prima distinzione da tenere a mente è infatti quella tra ghiaccio giovane, più sottile, e ghiaccio vecchio (in inglese multiyear), più spesso e più resistente. Quest'ultimo, in particolare, sta diminuendo a un ritmo preoccupante. Un'altra domanda allora è: come influirà la riduzione del ghiaccio artico sull’intera catena alimentare?

Si può già parlare di “punto di non ritorno” per l’Artico?

Purtroppo sì. L’Artico sta male, il ghiaccio è sempre di meno, e questa tendenza non si può invertire. In un futuro non troppo lontano, durante la stagione estiva potremmo ritrovarci l'Artico senza ghiaccio. Noi scienziati stiamo studiando un ecosistema che sta cambiando profondamente, oltre che rapidamente, e questo complica ancora di più le cose.

Perché dovremmo preoccuparci delle sorti di un luogo così remoto come l’Artico?

Si potrebbe usare questa similitudine: se non funziona bene il frigorifero, diventa difficile cucinare quello che vogliamo e quindi tutta la casa ne risente. La circolazione atmosferica, più in generale il clima sul pianeta, si basa sull’equilibrio tra il freddo dei poli e il caldo equatoriale. Nel momento in cui avremo un Artico – arriverà anche l’Antartico, che è un po’ più stabile ma risente anch’esso degli effetti del riscaldamento globale – che si riscalda sempre di più, mettiamo a rischio proprio questo equilibrio climatico. Aggiungiamo che l’Artico è la regione meno studiata, perché non è facile arrivare e condurre ricerche in luoghi così inospitali. All’interno dell’ecosistema artico si formerà un nuovo equilibrio e ci saranno dei vincitori e dei perdenti, ma molto non si conosce ancora. Attenzione, non stiamo parlando solo degli orsi polari, delle foche e di altre specie animali, ma anche di popolazioni umane che basano la propria sopravvivenza sulla buona salute dell’ecosistema artico. Pensiamo agli inuit, agli abitanti dell’Alaska e della Groenlandia e via dicendo.

Se il destino dell’Artico è già segnato, viene da chiedersi "e adesso"?

Ci dobbiamo preparare. Il clima sta cambiando, e lo vediamo già adesso con l’aumento della frequenza e dell’intensità di eventi meteorologici estremi. A livello scientifico, dobbiamo studiare più a fondo i meccanismi di adattamento dell’ecosistema artico per capire che cosa ci aspetterà nel futuro: per esempio, ci sarà un’invasione di altre specie oppure no? Di certo, non si può più tornare indietro, non possiamo cambiare la situazione invertendo il trend negativo di diminuzione del ghiaccio marino nell’Artico.

Come vive una scienziata come te questa situazione?

Quando si va in quei posti, c’è tristezza. Stiamo perdendo uno dei luoghi più affascinanti del pianeta. Sono ambienti ostili, che non sono fatti per la sopravvivenza umana (in inverno si vive al buio, quando c’è vento la temperatura percepita scende sotto i -50 gradi centigradi). Ma soltanto umana, perché in realtà è presente tutto un ecosistema straordinario. Prima della missione Mosaic ero stata nell’Artico nel 2015: a cinque anni di distanza ho notato una grande differenza. Il cambiamento è rapidissimo. Possiamo ancora studiarlo, capirlo. Partecipare a una missione artica significa scoprire sempre qualcosa di nuovo. Ogni volta si prova un misto di emozioni: da una parte la tristezza di veder morire questo ecosistema, dall'altra l'entusiasmo di poterlo studiare e anche la curiosità scientifica di chiedersi “chissà come sarà tra 20 anni”. La preparazione al cambiamento inizia oggi.