L’Italia naviga in pessime acque: ritardi, carenze e reati nella depurazione idrica

La cattiva gestione delle acque reflue causa all’Italia ingenti danni a livello ambientale ed economico, come evidenziato dal report Mare Monstrum di Legambiente.
Gianluca Cedolin 7 luglio 2020

Ci sono 342 comuni italiani che non hanno alcun servizio di depurazione delle acque reflue, come emerge dall'ultimo report Mare Monstrum sulle infrazioni compiute nel nostro mare e nelle nostre coste, elaborato da Legambiente. Se nei giorni scorsi abbiamo parlato della prima macrocategoria di reati legati ai litorali e alle acque italiane, quella della cementificazione, oggi vogliamo parlarti di un'altra piaga altrettanto dannosa per gli ecosistemi marini e, in questo caso, anche fluviali: quella dello scarso (o assente) livello di depurazione delle acque. «Sotto questo punto di vista – si legge nell'apertura del paragrafo Mare inquinato – il nostro paese naviga sempre in cattive, anzi pessime, acque».

I numeri

Sotto il profilo dei reati, nel 2019 sono state contestate 7.813 infrazioni legate all'inquinamento da cattiva depurazione, scarichi fognari e idrocarburi, con 9.433 persone denunciate o arrestate e 3.177 sequestri eseguiti dalla Capitaneria di porto e dalle Forze dell'ordine, le quali hanno messo a disposizione i dati per il report. Legambiente cita invece dati Istat per raccontare come solamente il 44% dei comuni italiani sia dotato di un impianto di depurazione adeguato agli standard imposti dall'Unione europea. In Sicilia il 12,9% della popolazione regionale vive in comuni senza depurazione, in Calabria il 7%, in Campania il 3,9%. Campania che, come nel caso degli abusi edilizi, si conferma la regione con il maggior numero di reati anche in questo ambito (1.937, il 24,8% del totale).

Le procedure di infrazione europee

Dalla nostra cattiva gestione delle acque reflue deriva un gravissimo danno ambientale (finiscono nei fiumi, e quindi in mare, un sacco di sostanze pericolose e nocive), ma anche economico. Da anni paghiamo multe salate all'Unione europea per i ritardi e le inadempienze. Nell'estate 2019 la Commissione europea ha stabilito che ci sono 620 agglomerati in 16 regioni italiane che da 13 «violano palesemente le norme europee in materia di raccolta o di trattamento delle acque reflue urbane». E nel 2018 la Corte europea di giustizia ci ha condannato a 25 milioni di euro di multa per non aver completato le fogne e i depuratori i 74 luoghi, oltre a 30 milioni extra ogni sei mesi di ritardo per completare i lavori. Tutti soldi, scrive Legambiente, con cui «avremmo potuto mettere a norma il nostro sistema di depurazione», con tutti i benefici ambientali, economici e di immagine che ne deriverebbero.

Alcuni casi eclatanti

Legambiente racconta dei casi finiti di recente nelle aule di giustizia, come il depuratore Carpaccio Paestum dal quale nel 2018 erano stati dispersi in mare 130 milioni di filtri di plastica, a causa di una condotta abusiva «negligente, imperita e imprudente, commissiva e omissiva». O l'operazione Cloralix, in cui alla fine di maggio i carabinieri del Gruppo tutela ambientale di Napoli hanno sequestrato 12 depuratori della Gesesa, ipotizzando per 33 persone (tra cui non solo i gestori, ma anche pubblici amministratori e tecnici comunali) vari reati, tra cui inquinamento ambientale, frode nelle pubbliche forniture, gestione illecita di rifiuti, scarichi di acque reflue senza autorizzazione. Gli indagati «adottavano fraudolenti espedienti finalizzati a mascherare le inefficienze degli impianti, che finivano per cagionare ulteriore inquinamento dei corsi d’acqua», dove sono stati trovati metalli pesanti, altissime concentrazioni di azoto ammoniacale e nitrico e addirittura escherichia coli.

O ancora l'operazione Arsenico della Procura di Cosenza, che ha portato a febbraio al sequestro del grandissimo depuratore per reflui industriali di Bisignano, che da protettore dell'ambiente si era trasformato nel suo killer, come si legge in Mare Monstrum. Qui i rifiuti industriali venivano confluiti senza alcun trattamento direttamente nel fiume, in cui c'era un mix di azoto ammoniacale, mercurio, ferro, boro, zinco, arsenico, cromo, nichel, idrocarburi ed escherichia coli, con valori anche 40mila volte superiori al limite consentito. Sono tutti casi in cui si mischiano un menefreghismo di fondo per l'ambiente e la salute delle persone, oltre che per le leggi, e una spasmodica ricerca di scappatoie per tagliare i costi, senza esitare a ricorrere a corruzione e metodi criminali.

Come impedire gli illeciti

«I sequestri si moltiplicano in maniera proporzionale all’aumento dei controlli», quindi bisogna elevare il numero dei controlli, soprattutto di notte, quando solitamente vengono bypassate le misure di sicurezza. In questo ha aiutato l'inserimento nel codice penale del reato di impedimento al controllo, avvenuto nel 2015, e in generale dall'associazione ambientalista viene sottolineata l'importanza del reato di inquinamento ambientale (legge 68/2015). Il ministro dell'Ambiente ha poi di recente istituito un nuovo commissario straordinario per la depurazione delle acque, Maurizio Giugni, affiancato da due subcommissari. Nella speranza, di Legambiente e di tutti noi, che si cominci a cambiare davvero rotta.