L’Unione Europea ha raggiunto un accordo sulla direttiva che vieta la plastica monouso dal 2021

L’Europa ha deciso: banditi i dieci oggetti di plastica monouso che maggiormente inquinano spiagge e oceani, posti ambiziosi obiettivi di riciclo per tutti i Paesi membri. Ci avviciniamo a un’Europa plastic free e leader di sostenibilità. Ma per Greenpeace non è ancora abbastanza.
Sara Del Dot 20 dicembre 2018

8 milioni di tonnellate di plastica abbandonata negli oceani ogni anno. Come se ogni minuto un camion rovesciasse il suo intero contenuto in mare. Gli animali muoiono soffocati o feriti, la barriera corallina è ormai quasi inesistente. Le microplastiche, impossibili da recuperare, vengono ingerite dagli stessi pesci che finiscono sulle nostre tavole, riempiendo di piccoli frammenti di polietilene anche il nostro organismo. Insomma, tutta la plastica che produci e che non viene avviata a riciclo, prima o poi ti torna indietro. E tu puoi accettarlo passivamente, oppure iniziare a muoverti per cambiare le cose. Ma agire tra le mura di casa propria, sebbene sia importante, non è sufficiente. È a livello istituzionale che devono essere avanzate leggi e proposte finalizzate a ridurre il consumo di materie plastiche e aumentare la percentuale di rifiuti avviati a riciclo.

E per fortuna, anche da quel punto di vista qualcosa sembra iniziare a cambiare. Infatti, l’iniziativa per la messa al bando della plastica monouso presentata dalla Commissione europea lo scorso maggio è finalmente (quasi) realtà. Dopo mesi di negoziati e 12,5 ore di trattativa, il Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione europea hanno raggiunto un accordo provvisorio, concordando un testo definitivo contenente le norme su produzione e commercializzazione dei 10 prodotti di plastica monouso che maggiormente inquinano spiagge e oceani. La direttiva dovrà ora essere ulteriormente approvata, per poi essere pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea e a quel punto dovrà essere recepita dagli Stati membri entro due anni.

Quali norme per salvare gli oceani?

Le norme già previste dalla proposta avanzata dalla Commissione europea a maggio 2018 sono state ratificate, perfezionate e ampliate, arrivando a coinvolgere direttamente anche le catene dei fast food. A partire dal 2021, quindi, saranno tassativamente vietati i 10 oggetti monouso che maggiormente vengono trovati sulle spiagge e nei mari: piatti, posate, cannucce, bastoncini dei palloncini, bacchette per il caffè, contenitori e tazze di polistirolo espanso e cotton fioc (questi ultimi banditi già dal 2019). Insomma, tutti oggetti in plastica facilmente “sostituibili” che dovranno essere prodotti utilizzando materiali biodegradabili ed ecosostenibili.

Ma le norme non riguardano soltanto il divieto del monouso. Infatti, l’Unione europea si è posta ambiziosi obiettivi per quanto riguarda il riciclo, imponendo, a partire dal 2025, una media di riciclo delle bottiglie in Pet del 25% per ogni Stato membro, e prevedendo entro il 2030 il riciclo di almeno il 30% delle bottiglie in plastica. Purtroppo, il testo non prevede il bando delle reti da pesca in plastica, che da sole rappresentano il 27% dell’inquinamento marino.

La direttiva si inserisce nel più ampio progetto del Pacchetto sull’economia circolare avviato nel 2015, finalizzato a rendere l’Europa un’economia più circolare e sostenibile, leader del riciclo e della salvaguardia ambientale.

La plastica, un problema urgente

Per risolvere, o per lo meno arginare, la situazione attuale, la strada da fare è ancora tantissima. Del numero complessivo di rifiuti che si trovano in mare, l’80% è rappresentato da scarti plastici. Quegli stessi rifiuti plastici di cui, al mondo, meno di un terzo viene avviato a riciclo. E, come abbiamo già detto, ogni anno sono 8 milioni le tonnellate plastica che vengono scaricate nelle acque degli oceani, l’equivalente del carico di un camion ogni minuto. Inoltre, il 90% di questa immensa quantità di plastica presente negli oceani deriva da oggetti monouso. A questa plastica “visibile”, “quantificabile”, si aggiungono le microparticelle, pezzetti microscopici che vengono ingeriti dai pesci e arrivano fino al nostro organismo tramite l’alimentazione. Considerati questi numeri, la direttiva europea appena approvata non sembra soltanto necessaria, ma attualmente ancora insufficiente. O almeno, così la pensa Greenpeace.

La reazione di Greenpeace

In un comunicato, Greenpeace, la storica organizzazione ambientalista, ha voluto comunicare che “le misure concordate, come la riduzione a monte della produzione di alcuni imballaggi e contenitori in plastica monouso, non rispondono pienamente alla gravità dell’inquinamento dei nostri mari.” L’organizzazione ha sottolineato che sebbene si tratti di un segnale importante da parte dell’Europa, la direttiva lascia un margine d’azione per implementare ulteriormente la normativa avvicinarsi sempre di più a una vera soluzione.