Moda etica: l’abbigliamento sostenibile che strizza l’occhio all’ambiente

Cosa sai della moda etica ed ecosostenibile? Sono la stessa cosa? E la moda “slow”? Scopri come capire se la tua camicetta preferita e la tua nuova borsa in ecopelle sono rispettose dell’ambiente e del lavoro di chi le ha realizzate. Perché anche scegliere cosa indossare ogni giorno è un gesto politico, più di quanto pensi.
Paola Perria 19 Novembre 2018

Ti sei mai chiesto da dove provengono gli indumenti che hai addosso? Di quali materiali sono fatti, se hanno richiesto la vita di un animale, in quale Paese sono stati prodotti, se per essere realizzati e venduti hanno comportato lo sfruttamento di un territorio, o della manodopera che li ha materialmente confezionati? Sono domande scomode, lo so.

Se sei abituato a comprare senza chiedere nulla, basandoti solo sul prezzo del cartellino e sull'estetica, allora te lo dico subito, questo articolo non fa per te. Potrebbe provocarti una forte irritazione. Perciò continua la lettura a tuo rischio e pericolo (di modificare le tue future scelte in fatto di abbigliamento). Se, al contrario, sei attento all'ecologia, ami gli animali, sei contro lo sfruttamento umano e ambientale, allora giochi in casa.

In entrambi i casi, stai a sentire cosa ho da dirti sulla moda etica. Perché anche scegliere cosa indossare ogni giorno è un gesto politico, più di quanto pensi.

Cosa significa moda etica

Partiamo dalla definizione. I termini moda “etica”, ed “ecosostenibile” spesso usati come sinonimi, in realtà non sono propriamente giustapponibili, ma vanno molto d’accordo e si intendono come il prodotto di un’industria dell’abbigliamento alternativa rispetto a quella “di massa”. Una moda tracciabile, che fa della trasparenza della filiera il suo punto di forza, un po’ come succede per il commercio equo e solidale. Acquistando un indumento realizzato da un’impresa di moda etica, vestirai un capo di cui saprai:

  • In caso di tessuto naturale, che il filato è rigorosamente “organic”. Se di origine animale proverrà quindi da allevamento biologico certificato, se di origine vegetale da coltivazione biologica certificata (Es. lana, seta, cotone ecc)
  • Se sintetico, che il tessuto è stato studiato per essere biosostenibile, e biodegradabile al 100%
  • Se realizzato con materiale riciclato, da cosa si è partiti per arrivare al tessuto “finale”
  • Che è privo di agenti chimici inquinanti per l’ambiente o tossici per te ed è stato realizzato senza mettere a rischio l’ecosistema
  • Che per la sua confezione è stata coinvolta manodopera qualificata e non sfruttata
  • Da quale zona del mondo proviene il tessuto e dove è stato confezionato il capo

Le origini della moda etica

Quando è cominciata la “moda” della moda etica? La cosa è recente, ma non recentissima. L’aggettivo etico applicato alla moda – il più effimero dei settori industriali – comparve in una tesi del 2002 (a firma Thomas e Van Kopplen, dell’Università di Melbourne) dal provocatorio titolo: Etica e innovazione: una industria della moda etica è un ossimoro?, ma il tema diventa di scottante attualità un decennio dopo, nel 2013.

Ricorderai, forse, il tragico crollo della palazzina di Dacca in Bangladesh, nel quale morirono oltre 1200 persone. Erano tutti operai che lavoravano in condizioni di semi schiavitù, pagati pochissimo e stipati in ambienti malsani privi dei minimi requisiti di sicurezza, per cinque multinazionali dell’abbigliamento che di soldi ne fanno a valangate.

Ecco, cominci a capire. Senza voler demonizzare nessuno, ricorda che molti noti brand che ami, per potersi “permettere” certi prezzi, risparmiano sulla manodopera, delocalizzando le fabbriche laddove il lavoro costa meno e le leggi non tutelano gli operai. Questa consapevolezza ha smosso qualcosa anche nel duro e competitivo settore del fashion e molti manager e imprenditori hanno iniziato a mettersi una mano sulla coscienza e a chiedersi se sia lecito che in alcune parti del mondo ci siano persone che muoiono affinché altre più “fortunate” possano permettersi capi con una certa griffe di tendenza. Il business non può essere così crudele. Quindi, etico vuol dire rispettoso del lavoro degli esseri umani, oltreché dell’ecosistema, di cui tutti facciamo parte.

Moda etica o moda "slow"?

I due concetti sono molto simili. La moda fast è, come intuibile, la moda usa e getta, fatta di capi realizzati velocemente, che costano poco, che durano il tempo di una stagione, che stimolano l’acquisto compulsivo in serie. Ma questo tipo di abbigliamento e di accessori non ha nulla di etico e non può averlo per definizione. Quindi, che consigli posso darti per essere “lento” ed ecologico anche per quanto riguarda il tuo guardaroba? Eccone qualcuno:

  • Vai con vintage. La moda vintage è del tutto compatibile con il concetto di ecosostenibilità e di riciclo creativo
  • Ripara gli abiti che puoi riparare da solo, se sei capace, o affidati ad un lavoro di sartoria per recuperare e/o rinfrescare un indumento vecchio che, però, non ti va di gettare via. Discorso valido anche per scarpe e accessori
  • Dona gli abiti dismessi o che non ti stanno più
  • Tingi i tessuti chiari con tinte ecologiche e avrai un capo nuovo di zecca!

Anche questi piccoli gesti sono importanti. Rispetti l’ambiente e il lavoro di chi ha confezionato ciò che indossi prolungandone la vita più che puoi. A volte per rinnovare il tuo guardaroba ti basta cambiare i connotati a ciò che già possiedi.

Quanto costa la moda etica

Dipende. C’è la moda etica di lusso, che utilizza materiali e filati di altissima qualità e una manodopera sartoriale ultra qualificata, che non diversamente dagli altri marchi di alta moda propone le sue creazioni nelle sfilate e ha showroom dedicati. E poi ci sono le piccole aziende bio che a partire da un unico tessuto o materiale – ad esempio il sughero – realizzano pochi capi o accessori, pezzi unici di straordinaria fattura, ai quali puoi arrivare quasi solo attraverso l’e-commerce. Esistono anche brand di media caratura che realizzano un prêt-à-porter etico e solidale, ideale se vuoi vestirti bene ed essere a posto con la coscienza senza pesare sul portafogli. E naturalmente c’è sempre il mercato del vintage. Quindi, dipende. Una cosa è certa: la qualità si paga. Pertanto compra meno, meglio.

Le certificazioni della moda etica

Può sembrarti la parte più noiosa, ma devi sapere che esistono certificazioni internazionali che stabiliscono i criteri secondo cui un capo o un accessorio di moda etica possa essere definito tale. Dal momento che questo è un mondo di sigle, te ne allego giusto qualcuna, che dovrai imparare a ricercare nelle etichette quando deciderai di fare un po’ di shopping ecosostenibile per arricchire il tuo guardaroba.

  • Certificazione GOTS (Global Organic Textile standard). Vale per le fibre tessili di origine naturale, ed è una certificazione internazionale a 360° che valuta se un capo di abbigliamento o un accessorio sono stati prodotti rispettando criteri ambientali, e socio-lavorativi
  • Certificazione OCS (Organic Content standard). Organismo internazionale che certifica la provenienza biologica di un filato di origine naturale
  • Certificazione GRS (Global Recycle standard). Altra organizzazione internazionale che valuta l’ecosostenibilità di un tessuto riciclato, che sia di origine naturale o sintetica. In particolare il certificato GRS si applica al cotone, alla lana, al poliestere, alla poliammide, al cuoio riciclato
  • Certificazione Vegan (Animal Free Fashion). Questo certificato, che è ideale per chi abbia a cuore i diritti degli animali e segua uno stile di vita vegano, assegna una sorta di punteggio (non in cifre ma in V) in base alla percentuale di elementi animali nel prodotto di moda. Il massimo – vvv+ – certifica che il capo di abbigliamento o l’accessorio è totalmente animal free

Ora non hai più scuse, puoi fare la tua scelta in totale libertà e consapevolezza. Ma sai che ti dico? Io mi fido di te.

Fonti| Fashionhedge, Vesti la natura