Monitorare le microplastiche nel Mediterraneo con l’aiuto di cittadini e associazioni: la missione di MicroMar

Nato grazie alla collaborazione tra il Politecnico di Torino, il Joint Research Centre e la biologa ambientale Patrizia Pretto, il progetto si pone come obiettivo quello di incrementare le conoscenze relative all’inquinamento marino da microplastiche e microfibre, rafforzando il legame tra la ricerca scientifica e i cittadini in nome della tutela dell’ambiente.
Federico Turrisi 14 Giugno 2021

La minaccia numero uno per gli ecosistemi marini del nostro pianeta – ormai dovremmo saperlo – si chiama inquinamento da rifiuti solidi (in inglese marine litter), in particolare quelli di plastica, che impiegano anche secoli per biodegradarsi. Fanno impressione le immagini delle gigantesche isole di rifiuti galleggianti che si formano nell'Oceano Pacifico, e allo stesso modo rimaniamo colpiti dalla quantità di plastica che si ritrova sulle coste, anche qui da noi nel mar Mediterraneo.

La forma di inquinamento più pericolosa però è quella che non vediamo. Una volta dispersi nell'ambiente marino, i rifiuti di plastica "perdono" delle particelle microscopiche, dal diametro inferiore ai 5 millimetri, senza dimenticare le microfibre rilasciate con il lavaggio degli indumenti sintetici. Stiamo parlando delle famigerate microplastiche, che penetrano negli organismi marini e possono risalire la catena alimentare fino ad arrivare a noi esseri umani.

Questo è un tema assai importante, su cui la comunità scientifica lavora da tempo. La particolarità del progetto MicroMar, che ha l'obiettivo proprio di monitorare l’inquinamento causato da microplastiche e microfibre nel Mar Mediterraneo, è quello di coinvolgere anche i cittadini, oltre a ong, enti parco e associazioni no-profit, per la raccolta dei campioni da analizzare poi in laboratorio. I Paesi di lingua anglosassone hanno un termine specifico per identificare questo tipo di approccio: citizen science.

Nel dettaglio, il progetto è stato creato alla fine del 2020 grazie alla collaborazione tra il Politecnico di Torino (con il lavoro svolto dalle ricercatrici Tonia Tommasi e Silvia Fraterrigo Garofalo del Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia) il Joint Research Centre e la biologa ambientale Patrizia Pretto, e vede la collaborazione dell’Istituto Oceanografico Scripps di San Diego e dell’Università Federico II di Napoli, grazie alle attività condotte dalla Dott.ssa Manuela Rossi e dal suo team di studenti.

Oltre 70 persone al momento hanno aderito al progetto, per un totale di 180 campionamenti effettuati e inviati all'ateneo torinese, dove vengono esaminati per quantificare la presenza di queste particelle in determinate aree marine. Il primo passo per cercare di risolvere il problema è conoscerlo, giusto? Ecco, MicroMar si propone di dare il proprio contributo per perfezionare le conoscenze a disposizione sull'inquinamento da microplastiche nel Mediterraneo, chiedendo una mano anche ai cittadini. Del resto, la salvaguardia dei nostri mari è qualcosa che ci riguarda tutti da vicino.