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25 Maggio 2026
12:51

Pensioni, cambia tutto? Ipotesi uscita a 64 o 71 anni anche per i lavoratori “misti”

Il governo studia una riforma previdenziale che potrebbe estendere anche ai lavoratori con contributi precedenti al 1996 la pensione a 64 o 71 anni. Il prezzo da pagare sarebbe però il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno.

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Pensioni, cambia tutto? Ipotesi uscita a 64 o 71 anni anche per i lavoratori “misti”
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Il sistema pensionistico italiano potrebbe presto cambiare ancora.

Sul tavolo del governo c’è infatti una nuova ipotesi di riforma che punta a ridurre una delle differenze più discusse degli ultimi anni: quella tra lavoratori contributivi puri e lavoratori misti.

Una distinzione nata con la riforma Dini del 1996 e diventata ancora più evidente dopo la legge Fornero.

Oggi chi ha iniziato a versare contributi dopo il 31 dicembre 1995 rientra nel sistema contributivo puro.

Per questi lavoratori esistono alcune possibilità che invece restano escluse per chi aveva già contributi prima del 1996.

I contributivi puri possono infatti:

andare in pensione a 64 anni con almeno 20 anni di contributi e una soglia minima sull’importo dell’assegno;accedere alla pensione a 71 anni anche con soli 5 anni di contributi.

I lavoratori “misti”, invece, non possono usufruire di queste formule.

Per loro resta valida principalmente la pensione di vecchiaia a 67 anni con almeno 20 anni di contributi.

Ed è proprio qui che potrebbe arrivare la novità.

Secondo le ipotesi allo studio, anche chi ha versato contributi prima del 1996 potrebbe ottenere l’accesso:

alla pensione a 71 anni con almeno 5 anni di contributi;oppure alla pensione anticipata a 64 anni con 20 anni di versamenti.

Ci sarebbe però una condizione precisa.

Per ottenere questa maggiore flessibilità, il lavoratore dovrebbe accettare il ricalcolo interamente contributivo della pensione.

In pratica si perderebbe il vantaggio del sistema retributivo, generalmente più favorevole.

Per molti lavoratori con carriere brevi, però, questa potrebbe comunque rappresentare un’opportunità importante.

Oggi infatti chi non raggiunge i 20 anni di contributi rischia di non avere diritto ad alcuna pensione, anche dopo aver lavorato e versato contributi per molti anni.

La riforma punterebbe quindi a evitare situazioni considerate ingiuste, soprattutto per chi ha avuto percorsi lavorativi discontinui.

L’obiettivo del governo sarebbe costruire un sistema più flessibile, ma basato sempre di più sul metodo contributivo.

Più libertà nell’uscita dal lavoro, dunque, ma con assegni pensionistici calcolati interamente sui contributi realmente versati durante la carriera.