Realizzare bioplastica dalla buccia delle banane? Un gioco da ragazzi

Con l’aiuto di insegnanti ed esperti, gli alunni della 3ª I della scuola media Carducci-Vochieri di Alessandria sono riusciti a creare un materiale plastico biodegradabile da uno scarto alimentare come le bucce di banana. Un progetto che è valso il secondo posto al concorso nazionale “Chimica, la scienza che salva il mondo” organizzato da Federchimica Giovani.
Federico Turrisi 2 luglio 2020

Si parla tanto di bioplastica, e in commercio se ne trovano di vario tipo. Quella attualmente più richiesta è il Pla, o acido polilattico. Per molti è il materiale del futuro, perché ha le stesse proprietà della plastica e per di più è biodegradabile. E chi può essere sensibile ai temi dell'innovazione sostenibile se non i giovani? Complici Greta Thunberg e le manifestazioni del movimento Fridays for Future, a scuola si parla sempre più di clima e di tutela dell'ambiente; ma un conto è sentirne parlare, un conto è adoperarsi per dare vita a un'alternativa sostenibile, mettendo in pratica quello che si studia sui libri.

È quello che hanno fatto i ragazzi della classe 3ªI dell'Istituto comprensivo Carducci-Vochieri di Alessandria, che con un progetto sul recupero delle bucce di banana per realizzare un tipo di bioplastica si sono classificati al secondo posto al concorso nazionale "Chimica, la scienza che salva il mondo", rivolto alle scuole secondarie di primo grado (cioè alle medie), indetto dalla Federchimica Giovani.

"Avendo una formazione da chimica, è stato quasi automatico proporre ai ragazzi di partecipare a questo concorso", racconta Irene Agnolin, tra le docenti che hanno seguito il gruppo di studenti. "L’intento non era solo quello di creare una plastica biodegradabile da un materiale organico, ma anche che si riutilizzasse uno scarto alimentare. La scelta è caduta sulle bucce di banana, perché sono facilmente reperibili. E poi c'è da considerare che quando prendiamo una banana, in termini di peso, quasi la metà è costituita dalla sua buccia, ossia da qualcosa da scartare".

Al progetto hanno collaborato anche l'Istituto Tecnico Industriale Statale "Alessandro Volta " di Alessandria, che ha ospitato i ragazzi nei suoi laboratori, e il FabLab della città piemontese. Quest'ultimo è intervenuto per tagliare attraverso un macchinario più avanzato come il laser-cut il materiale ottenuto e fatto essiccare dalla 3ªI, in maniera tale da comporre una scritta su una tavoletta di legno.

"Non siamo entrati nel merito nella costruzione della materia, ma soltanto nella fase finale per far sì che questa materia avesse una forma più gradevole, diciamo così, e avesse una sua finalizzazione: in questo caso, creare una sorta di targa. Volendo, avremmo potuto ricavare oggetti diversi", spiega Mico Rao del FabLab di Alessandria. "Il Fablab è un luogo di condivisione, dove si impara facendo e collaborando con gli altri. Il fatto che la scuola ci abbia voluto coinvolgere in questo progetto è stato per noi un’occasione di sottolineare ulteriormente questa vocazione".

Del resto, il significato di un'iniziativa del genere va al di là del prodotto finale che si ottiene. È chiaro che la bioplastica ricavata dalla buccia delle banane non è stata concepita per una destinazione commerciale o per essere brevettata. Nel caso specifico, dunque, non interessava approfondire le sue caratteristiche tecniche. "Lo scopo principale era appassionare i ragazzi ad argomenti di chimica che, tra l’altro, si affrontano solitamente al liceo e non alla scuola media", prosegue Irene Agnolin. "Attraverso la realizzazione pratica e approcciando la materia in maniera diversa dal solito, hanno compreso i meccanismi di cui parlavamo in classe. In questo senso, è stato un bell'esperimento didattico".

Nota finale: si è trattato di un progetto extracurriculare. Ciò significa che i ragazzi non sono stati obbligati in alcun modo a prenderne parte, ma hanno deciso di parteciparvi di loro spontanea volontà. "E lo hanno fatto con entusiasmo", conclude Irene. Già questo può essere considerato un risultato non banale.