Sapore di chimica: oltre il 70% della frutta che mangiamo contiene tracce di pesticidi

Il rapporto “Stop Pesticidi” pubblicato ieri da Legambiente ci ricorda quanto ancora siamo lontani da un modello generalizzato di agricoltura sostenibile e biologica. In quasi la metà degli alimenti esaminati (nel caso della frutta siamo oltre i due terzi) sono stati rilevati residui di prodotti fitosanitari, il più delle volte comunque al di sotto delle soglie consentite dalla legge.
Federico Turrisi 18 Dicembre 2020

Boscalid, Dimethomorph, Fludioxonil, Acetamiprid, Pyraclostrobin, Tebuconazole, Azoxystrobin, Metalaxyl, Methoxyfenozide, Chlorpyrifos, Imidacloprid, Pirimiphos-methyl, Metrafenone: i pesticidi sono serviti. Il rischio che sulle nostre tavole finiscano cibi contaminati da prodotti fitosanitari è più alto di quello che si possa pensare. Quelli che ti abbiamo elencato all'inizio sono infatti i nomi dei fungicidi e degli insetticidi più diffusi negli alimenti in Italia. Ebbene, solo il 52% dei campioni analizzati è risultato privo di residui di queste sostanze chimiche.

È quanto emerge dal dossier "Stop Pesticidi 2020" realizzato da Legambiente in collaborazione con Alce Nero. I numeri non sono proprio rassicuranti. Più nel dettaglio, vediamo che i campioni fuorilegge non superano l’1,2% del totale, ma il 46,8% dei campioni regolari presenta uno o più residui di pesticidi. Proprio il multiresiduo risulta essere più frequente del monoresiduo, essendo stato rintracciato nel 27,6% del totale dei campioni esaminati, rispetto al 17,3% dei campioni con un solo residuo. E questo è particolarmente preoccupante: anche se la legislazione europea non lo vieta espressamente (a meno che ogni singolo livello di residuo non superi il limite massimo consentito), il cosiddetto effetto cocktail non è affatto da trascurare, dal momento che le interazioni di più e diversi principi attivi tra loro possono nuocere alla salute umana.

Preoccupano le percentuali sul multiresiduo: 27,6% del totale dei campioni analizzati

La frutta è la categoria in cui si concentra la percentuale maggiore di campioni regolari multiresiduo. Ad essere privo di residui di pesticidi è solo il 28,5% dei campioni analizzati, mentre l’1,3% è irregolare e oltre il 70%, nonostante sia considerato regolare, presenta uno o più residui chimici. L’89,2% dell’uva da tavola, l’85,9% delle pere, l’83,5% delle pesche e il 75,9% delle mele presentavano almeno un residuo. In alcuni campioni di pere sono stati trovati addirittura 11 residui contemporaneamente. E una situazione analoga è stata riscontrata nel pompelmo rosso e nelle bacche di goji, che hanno raggiunto anche quota 10 residui.

Diverso il quadro per la verdura. Se da un lato il 64,1% dei campioni è risultato senza alcun residuo, dall’altro non fanno stare tranquilli le percentuali di irregolarità trovate in alcuni prodotti come i peperoni, gli ortaggi da fusto e i legumi: rispettivamente nell’8,1%, nel 6,3% e nel 4% dei casi non sono state rispettate le norme. Tra i campioni esteri, infine, è la Cina a presentare il tasso di irregolarità più elevato (38%), seguita da Turchia (23%) e Argentina (15%).

Insomma, non si può certo dire che l'utilizzo delle molecole di sintesi in ambito agricolo sia in calo. Anzi, per il futuro non si vedono neanche segnali incoraggianti: basta considerare quello che è successo con la recente approvazione del Parlamento Europeo della nuova Pac, fortemente contestata dalle associazioni ambientaliste. Non dimentichiamoci che l'uso massiccio dei pesticidi ha gravi conseguenze sugli ecosistemi ed è tra i principali responsabili del declino delle api e degli altri insetti impollinatori.

"Occorre liberare l’agricoltura dalla dipendenza dalla chimica per diminuire i carichi emissivi e favorire un nuovo modello, che sposi pienamente la sostenibilità ecologica come asse portante dell’economia made in Italy, diventando un settore strategico per il contrasto della crisi climatica", afferma il presidente di Legambiente Stefano Ciafani. "Riteniamo anche necessaria una svolta radicale delle politiche agricole dell’Unione, con una revisione della Politica Agricola Comune che superi la logica dei finanziamenti a pioggia e per ettaro per trasformarsi in sostegno all’agroecologia e a chi pratica agricoltura sostenibile e biologica. Le risorse europee, comprese quelle del piano nazionale di ripresa e resilienza, vanno indirizzate all’agroecologia, in modo da accelerare la transizione verso una concreta diminuzione della dipendenza dalle molecole pericolose di sintesi, promuovendo la sostenibilità nell’agricoltura integrata e in quella biologica come apripista del modello agricolo nazionale, con l’obiettivo di giungere in Italia al 40 % di superficie coltivata a biologico entro il 2030".