Stiamo distruggendo il pianeta: in 50 anni sono spariti due terzi della fauna selvatica

Il nuovo rapporto Living Planet del Wwf non usa mezzi termini e parla di “catastrofico declino”. Tra il 1970 e il 2016 il pianeta ha registrato un calo medio del 68% degli animali selvatici. La causa principale di tutto ciò è la distruzione degli habitat naturali, legata a fenomeni come la deforestazione, l’urbanizzazione, l’espansione delle terre coltivate e la pesca intensiva.
Federico Turrisi 11 settembre 2020

La biodiversità del nostro pianeta non se la sta passando affatto bene e continua a calare a un ritmo sempre più veloce. Se l'umanità dovesse continuare a violentare la natura in questo modo, le conseguenze potrebbero essere drammatiche. Un esempio? Rischiamo che in futuro pandemie come il Covid-19 diventino sempre più frequenti.

A lanciare l'allarme è il Wwf nel suo nuovo rapporto Living Planet 2020, realizzato in collaborazione con la Zoological Society of London. Lo studio ha preso in considerazione 21 mila popolazioni di oltre 4 mila specie di vertebrati e ha registrato una caduta della biodiversità del 68% tra il 1970 e il 2016. In poche parole, in meno di 50 anni abbiamo perso oltre due terzi degli animali selvatici. In particolare, ci sono specie che stanno subendo perdite davvero pesanti: 84% per i pesci di acqua dolce, 87% per il gorilla di pianura orientale nella Repubblica Democratica del Congo addirittura 99% per il pappagallo cenerino in Ghana sud-occidentale, tanto per citarne alcune.

Il responsabile numero uno di questo disastro è l'uomo attraverso la distruzione degli habitat naturali. Dietro di esso ci sono la continua sete di nuovi spazi da destinare all'agricoltura e all'allevamento, la deforestazione e l'urbanizzazione. La pesca intensiva sta svuotando i mari e gli oceani. L'inquinamento delle acque, dell'aria e del suolo fanno il resto. Non possiamo poi dimenticarci di un'autentica piaga come il traffico illegale di animali selvatici e di prodotti faunistici (vedi alle voci avorio, corno di rinoceronte, scaglie di pangolino), che alimenta il bracconaggio. Senza contare gli sconvolgimenti provocati dal cambiamento climatico a livello di ecosistemi, sia terrestri sia marini.

Inoltre, evidenzia il rapporto del Wwf, le attività praticate dagli uomini li mettono in contatto sempre più stretto con gli animali, creando le condizioni favorevoli alla trasmissione di virus da specie a specie (spillover) e alla conseguente comparsa di malattie zoonotiche. Le ripercussioni sulla saluta umana della distruzione degli habitat naturali non sono assolutamente da sottovalutare. In questo senso il Covid-19 rappresenta una lezione da tenere bene a mente per il futuro.

Ricordiamo infine che la perdita di biodiversità sta anche compromettendo il raggiungimento della maggior parte degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell'agenda Onu 2030 (i famosi SDGs), compresa la riduzione della povertà e della fame. Dove troveranno il cibo e l'acqua, indispensabili per vivere, miliardi di persone, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo? Già, perché questo è il punto. La perdita di biodiversità è un argomento che ci tocca tutti, dal momento che ne va della sopravvivenza del genere umano. Facendo saltare gli equilibri della natura, ci stiamo scavando la fossa con le nostre stesse mani.