Tonno sostenibile: qual è il metodo di pesca che ti assicura di fare la scelta giusta?

È uno degli alimenti acquistati più spesso e con maggiore leggerezza, ma non sempre il tonno che acquisti, specialmente quello in lattina, è pescato e prodotto in modo sostenibile.
Sara Del Dot 17 ottobre 2020

È uno degli alimenti più presenti nelle nostre cucine e forse uno di quelli che acquisti con maggiore leggerezza. Perché il tonno è come il nero, sta bene su tutto. Lo metti nell’insalata, in un panino, in una pasta al volo da mangiare davanti alla tv. Soprattutto quello in scatola, che è economico, leggero e può rimanere sullo scaffale della dispensa per molto tempo.

Il tonno è un prodotto molto richiesto in tavola, anche forse non così indispensabile come potrebbero esserlo altri. E proprio la portata del suo mercato, che vede ogni anno un giro di svariati miliardi, dovrebbe essere il punto di partenza per ragionare sulla sostenibilità della sua produzione.

Infatti, non sempre (anzi, direi raramente) il tonno che acquisti viene pescato in modo sostenibile, garantendo la rigenerazione degli stock ittici presenti in mare e tutelando l’ambiente dall’inquinamento.

Tra le specie di tonno più richieste in tutto il mondo abbiamo il tonnetto striato (considerato il più sostenibile perché meno richiesto), il tonno pinna gialla che è il più venduto in assoluto sul mercato mondiale (quello nelle scatolette per capirci) e il tonno rosso del Mediterraneo, che è una delle specie ittiche considerate a rischio estinzione. Si tratta quindi di una specie davvero in pericolo, tanto che per la sua tutela è stata istituito anche un organo internazionale, l’ICCAT, Commissione internazionale per la Conservazione del tonno nell’Atlantico.

Per difendere il tonno e regolamentarne la cattura e la produzione, però, la strada è ancora lunga. Difendere gli stock ittici di questa specie, infatti, è complicato. In primis a causa degli interessi economici in gioco. Poi c’è l’annosa questione riguardante il fatto che la pesca è un’attività difficile da regolamentare. Pratiche di pesca illegale estremamente nocive sia a livello di ecosistemi che di inquinamento, infatti, sono diffusissime in tutto il mondo e difficilmente punibili, a meno che non le si colga sul fatto. Poi, c’è la sostenibilità. Non è infatti detto che pratiche legali (o illegali in un paese e non in un altro) siano sufficientemente rispettose delle necessità riproduttive degli stock o del resto degli ecosistemi marini. Basti pensare che, secondo Greenpeace, un terzo del tonno al mondo viene pescato a livelli biologicamente non sostenibili.

Ma quali sono i metodi attraverso i quali il tonno sta rapidamente scomparendo dai nostri mari? Quali sono i passaggi che portano un tonno dal mare alla scatoletta che conserviamo per quando dovremo farci una pasta in solitaria?

I metodi insostenibili

Nella pesca industriale vengono spesso utilizzati dei metodi per così dire “aggregativi” il cui concetto di base è quello di raccogliere tutto ciò che possono per pescare più esemplari possibili con lo sforzo minore. Una di queste pratiche prevede l’utilizzo dei F.A.D., Fishign Attractive Device, ovvero galleggianti posti in acqua attaccati a un lungo filo di nylon legato poi a un peso sul fondo, il cui scopo è quello di attrarre i tonni (o altri pesci), riunirli in un unico punto e poi catturarli con enormi reti a circuizione. Reti in cui, naturalmente, non finiscono soltanto i pesci ma anche tante altre specie più delicate come tartarughe o delfini, spesso rigettati in mare morti come conseguenza di quelle che vengono definite “catture accidentali”. A questi, poi, si aggiungono altri tipi di pesca come quella che prevede l’utilizzo di palamiti, ovvero fili con attaccate migliaia di lenze, ma anche sistemi di pesca a traino. Metodi, questi, utilizzati anche dai produttori che riforniscono di materie prime aziende che conosciamo, che in seguito a pressioni e campagne di consumatori e associazioni hanno modificato i loro processi cercando di renderli più sostenibili.

Il problema di questi metodi di pesca non riguarda soltanto i pesci. Infatti, con l’utilizzo dei FAD ma anche di altri metodi di pesca, vengono rilasciati in mare decine di migliaia di chilometri di cavi in polietilene, nylon e plastiche varie, dannosissimi sia che rimangano in superficie, in cui qualunque animale si potrebbe impigliare, sia che si depositino sul fondo, dove transitano tantissime altre specie e risultano impossibili da recuperare.

I metodi sostenibili

Come in tutte le attività produttive, quella artigianale è la pesca più sostenibile di tutte. E non è difficile capire perché. Si tratta di una pesca che avviene non lontano dalla costa, su piccole imbarcazioni da cui i pescatori catturano piccole quantità di pesci che possono selezionare, rilasciando così in mare esemplari catturati per errore ma ancora vivi.

Il metodo di pesca a canna, che pesca un pesce alla volta e consente di selezionare il pescato, è senza dubbio quello maggiormente sostenibile anche se non consente di approvvigionare le esigenze industriali. Tuttavia, le continue pressioni di consumatori e associazioni hanno indotto alcune aziende ad aprire questa strada proponendo determinate linee che derivano proprio da questa metodologia. In paesi piccoli delle Filippine o delle Maldive, le popolazioni locali utilizzano questo metodo per guadagnarsi da vivere, vendendo il loro pescato sostenibile e producendo valore per la loro comunità. Il WWF ha avviato una campagna nelle Filippine, principale esportatore in Europa del tonno pinna gialla, per cercare di introdurre metodi di pesca sostenibile e quote di pescato regolamentate.