Approvato il Pitesai: il governo autorizza nuove trivellazioni alla ricerca di gas naturale. Ma in molti criticano la decisione

Il Ministero della Transizione Ecologica ha approvato il Pitesai. Via libera alla ricerca e all’estrazione di gas naturale dai giacimenti delle nostre coste: l’obiettivo sarebbe quello di limitare l’impatto della crisi energetica. Ma c’è chi si oppone, giudicando il piano non efficace, ma anzi di ostacolo alla transizione verso fonti rinnovabili.
Michele Mastandrea 14 Febbraio 2022
In collaborazione con Luca Bertonazzi Docente di Diritto amministrativo e dell'ambiente (Statale Milano)

È stato approvato negli scorsi giorni il Pitesai, il “Piano della transizione energetica sostenibile delle aree idonee”. Si tratta, se non ne hai mai sentito parlare, di un provvedimento fortemente voluto dal ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani. L’obiettivo del piano è individuare in quali aree del Paese sarà possibile svolgere attività di “prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi”. In parole più semplici, dove poter riprendere a estrarre fonti energetiche come il gas naturale da giacimenti sottomarini.

Per il Ministero, che ha elaborato il piano con enti di ricerca specializzati come l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), si tratta di un provvedimento che va in direzione della de-carbonizzazione. Il Pitesai è pensato nell’ottica della sostenibilità non solo ambientale, ma anche sociale ed economica. Lo stop ai nuovi progetti di estrazione di gas, risalente al 2019, è dunque superato.

L’approvazione del piano ha però scatenato numerose polemiche. Al centro, come puoi facilmente immaginare, c’è la discussione sull’opportunità di installare nuove trivelle nei nostri mari. Eleonora Evi, europarlamentare in forza a Europa Verde, ha attaccato su Twitter il ministro Cingolani, “che invece di pensare ad attuare il Pnrr, sostenendo immediatamente le fonti rinnovabili e sollecitando tutte le autorizzazioni legate a questo settore, approva un piano che sospende la moratoria sulle estrazioni di idrocarburi nel nostro Paese”.

Pitesai, posizioni contrapposte

Soddisfatta invece Confindustria. La sua sezione della Romagna, una delle aree costiere più interessate dall’apertura di nuove attività estrattive, trova infatti positivo che “dopo anni di incertezze ci sia quantomeno un quadro chiaro in cui potersi muovere, ragionando nel medio e lungo termine su nuove autorizzazioni”.

Insomma, è emerso uno scontro di posizioni. Da un lato si trova chi, nell’ottica del contrasto alla crisi energetica, ritiene necessario aumentare la nostra produzione interna in tutti i modi. Anche sfruttando fonti di origine fossile come il gas naturale. Dall’altro c’è chi invece propone un’accelerazione immediata nei confronti delle energie rinnovabili, sbloccando le pratiche burocratiche per l’installazione di nuovi impianti.

A sfavore della prima ipotesi, afferma però Davide Tabarelli della società di consulenza Nomisma, sono soprattutto i tempi. Per Tabarelli, che ha definito il Pitesai “un mostro contro la politica energetica”, servirebbero infatti “anni, se non decenni” per aumentare la produzione nel nostro Paese. A favore del Pitesai c’è invece chi sostiene che aumentare la nostra produzione di gas potrebbe essere utile a far abbassare il prezzo della tua bolletta. Un tema non di poco conto, soprattutto con alle porte un conflitto tra Ucraina e Russia che potrebbe avere grosse conseguenze sul costo dell’energia.

Alcune ricerche smontano però questa idea. Ad esempio, il think tank Ecco spiega che “espandere la produzione di gas fossile italiano non avrebbe alcun impatto rilevante nel prezzo di mercato del gas e quindi per le bollette di imprese e consumatori". Questo perché il gas estratto non viene venduto immediatamente nel nostro Paese, ma entra nei flussi del mercato internazionale. Dove il suo prezzo di vendita si stabilisce in base alla produzione totale. L’ulteriore estrazione di gas da parte dell’Italia non porterebbe dunque a particolari benefici in termini economici.

Il Pitesai è una marcia indietro?

Al contrario, sempre secondo Ecco, riprendere a estrarre gas farebbe diminuire la credibilità internazionale del nostro paese sul clima. Questo poiché il nostro governo, a margine dei lavori della Cop26 di Glasgow, ha aderito come ‘friend member' alla Boga. Si tratta della ‘Beyond Oil&Gas Alliance' che intende mettere fine alla concessione di licenze per l’estrazione di combustibili fossili dal sottosuolo. Quello previsto dal Pitesai potrebbe, insomma, costituire una marcia indietro del nostro paese rispetto alla transizione verso un modello energetico completamente basato su fonti rinnovabili.

Ma è possibile che nei confronti di atti come il Pitesai si possa fare ricorso, dopo l'inserimento della tutela dell'ambiente all'interno della Costituzione? "Negli atti come leggi e valori di legge si potrebbe chiedere la sospensione del giudizio, invocando le novità previste dalle modifiche agli articoli 9 e 41 e chiedendo di esprimersi alla Corte Costituzionale. Ciò non vale invece in merito ad atti amministrativi", spiega Luca Bertonazzi, docente di diritto amministrativo e dell'ambiente alla Statale di Milano. "In linea teorica un giudice più facilmente potrebbe dubitare della legittimità costituzionale di leggi riguardanti l'ambiente. Resta ovviamente però molto delicato il confine tra attività giurisdizionale e valutazioni politiche", conclude il docente.