Cop26, i leader si impegnano a fermare la deforestazione entro il 2030: è il solito “bla bla bla”?

Tra gli oltre 100 Paesi firmatari del documento c’è anche il Brasile di Bolsonaro, che finora non si è certo distinto in azioni volte alla protezione della foresta amazzonica. Il primo ministro britannico Boris Johnson saluta l’accordo come il primo risultato concreto della Cop26 di Glasgow, ma gli ambientalisti sono molto più scettici.
Federico Turrisi 2 Novembre 2021

Primo colpo di scena dalla Cop26 di Glasgow: è di questa mattina (anche se già ieri sera erano uscite le prime indiscrezioni) la notizia che i leader mondiali hanno trovato un accordo per fermare la deforestazione entro il 2030. Un annuncio molto importante, nessuno lo mette in dubbio. Sappiamo infatti che le foreste svolgono un ruolo cruciale per gli equilibri naturali del pianeta, sia perché ospitano l'80% della biodiversità terrestre, sia perché costituiscono dei preziosi alleati nella lotta contro il cambiamento climatico per la loro azione di assorbimento dell'anidride carbonica dall'atmosfera.

Ebbene, il documento è stato firmato dai rappresentanti di oltre 100 Paesi del mondo (c'è anche l'Italia), che ospitano l’85% delle foreste mondiali. Oltre alle due principali economie a livello globale, cioè Stati Uniti e Cina, hanno risposto all'appello anche nazioni come Russia, Brasile, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo che custodiscono all'interno del loro territorio vaste superfici forestali, minacciate spesso da illegal logging, incendi dolosi e land grabbing. Oltre che per il prelievo di legname, ampie porzioni di foresta vengono distrutte soprattutto nei Paesi tropicali per fare spazio alle monoculture di soia oppure di cacao o ancora alle piantagioni di palma da olio.

L'accordo, ricordiamolo, è arrivato nonostante le assenze di tre importanti capi di Stato alla Cop26 di Glasgow: il presidente cinese Xi Jinping, quello russo Vladimir Putin e quello brasiliano Jair Bolsonaro. Quest'ultimo, in particolare, si è sempre attirato numerose critiche per il fatto di non impegnarsi abbastanza per proteggere la foresta amazzonica e contrastare il disboscamento illegale. Anzi, è stato accusato da più parti di alimentare il fenomeno della deforestazione (e i numeri su questo sono a dir poco impietosi).

Un'alleanza tra pubblico e privato

Ma in che cosa consiste più nel dettaglio questo accordo? In una dichiarazione pubblicata sul sito della Cop26, si sottolinea che sul piatto della bilancia verranno messi fino a 19 miliardi di dollari tra stanziamenti pubblici e privati per promuovere politiche che pongano fine alla deforestazione e portino al ripristino dei terreni degradati nei Paesi in via di sviluppo. Di queste risorse, 1,4 miliardi saranno utilizzati per sostenere le popolazioni indigene; mentre altri 1,5 miliardi serviranno per l'istituzione di un fondo dedicato specificamente alla protezione del bacino del Congo, dove si trova la seconda foresta pluviale più grande del mondo (dopo l'Amazzonia, ovviamente).

"Con questo accordo senza precedenti, avremo la possibilità di porre fine alla lunga storia dell'umanità caratterizzata da un atteggiamento predatorio nei confronti della natura, per diventarne custodi", ha annunciato trionfante il premier britannico Boris Johnson. "Questi grandi ecosistemi pieni di vita, vere e proprie cattedrali della natura, sono i polmoni del nostro pianeta. Non possiamo affrontare la devastante perdita di habitat e di specie naturali senza contrastare il cambiamento climatico. E non possiamo affrontare il cambiamento climatico senza proteggere l'ambiente, le foreste e rispettare i diritti delle popolazioni indigene".

Dello stesso avviso è anche il presidente americano Joe Biden, che ha annunciato il lancio di un nuovo piano da 9 miliardi di dollari per la conservazione e il ripristino delle foreste globali: "Attraverso questo piano, gli Stati Uniti aiuteranno il mondo a realizzare l'obiettivo comune di arrestare la perdita di superfici forestali e ripristinare altri 200 milioni di ettari di foreste entro il 2030".

Si è unita all'impegno per le foreste del pianeta anche la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, annunciando che Bruxelles contribuirà con un miliardo di euro nell'ambito del piano contro la deforestazione presentato alla Cop26: "I consumatori europei ci stanno dicendo sempre più chiaramente che non vogliono sul mercato prodotti che siano legati alla deforestazione o alla degradazione delle foreste. Su questo tema presenteremo presto un regolamento europeo".

Solo chiacchiere?

Alle parole seguiranno i fatti? È la domanda che si stanno ponendo i movimenti ambientalisti e coloro che si battono in difesa dei diritti delle comunità indigene (le persone cioè che subiscono in maniera più drammatica gli effetti della devastazione ambientale). Diciamo che le perplessità sono più che legittime.

Nonostante i buoni propositi, questo è infatti l'ennesimo accordo non vincolante. Già in passato sono stati presi impegni del genere. Nel 2017 le Nazioni Unite hanno varato un Piano strategico per le foreste che prevede proprio lo stop alla deforestazione e alla degradazione delle foreste per il 2030.

La deforestazione ha subito una frenata? Purtroppo no. Anzi, in alcuni Paesi (soprattutto quelli in via di sviluppo) ha continuato ad espandersi. La lezione dovrebbe essere chiara: se non si introducono sanzioni severe per chi non rispetta l'accordo, difficilmente riusciremo a raggiungere questo obiettivo. Inoltre, Greenpeace fa notare che nessuno dei leader mondiali alla Cop26 ha fatto un accenno all'industria della carne, principale responsabile della deforestazione su scala globale (nonché fonte rilevante di emissioni di gas serra).

Si stima che la deforestazione rappresenti il 18% delle cause di incremento dell'effetto serra per il pianeta, ma eliminare le cause del degrado e della perdita di superficie forestale vuol dire prima di tutto cambiare radicalmente stili di vita e reinterpretare i consumi attraverso la lente della bioeconomia e della decarbonizzazione", commenta Antonio Brunori, segretario generale del Pefc Italia, ente promotore della gestione sostenibile delle foreste.

"Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono specialmente i più deboli del pianeta anche all’interno degli Stati che hanno firmato questa importante dichiarazione. L’impegno di questi Paesi" – prosegue Brunori – "non deve quindi fermarsi ai «bla bla bla», ma deve tramutarsi subito in impegno concreto per contrastare la deforestazione nel Sud del mondo e l'abbandono delle aree forestali (fenomeno che interessa i Paesi europei)".