Deep Sea Mining: e se gli oceani diventassero il nuovo “Far West” per accaparrarsi i metalli preziosi?

Rame, cobalto, nichel: sono tutti metalli necessari per fabbricare le attuali batterie e la loro domanda è destinata ad aumentare nel futuro prossimo. La tecnologia ha fatto passi da gigante e le aziende stanno cominciando a ragionare sulla possibilità di sfruttare le risorse minerarie dei fondali oceanici. Ma quali potrebbero essere le conseguenze per gli ecosistemi marini?
Federico Turrisi 11 Febbraio 2021

Nel fondo degli oceani si nasconde un tesoro. E no, non stiamo parlando di qualche forziere degno di un romanzo di Emilio Salgari. Ci riferiamo invece ad alcuni metalli di interesse commerciale – come il cobalto, il rame, lo zinco, il nickel e via dicendo – che si trovano in grandi quantità a migliaia di metri sotto il livello del mare. Con l'espressione inglese "Deep Sea Mining" si intende proprio questo: l'estrazione di minerali in acque profonde.

Questi metalli sono necessari soprattutto per la produzione di turbine eoliche, pannelli fotovoltaici, batterie per auto elettriche, smartphone e altri dispositivi elettronici. Con una domanda globale destinata a crescere, la volontà di sfruttare i giacimenti sottomarini potrebbe dare inizio a una nuova "corsa all'oro", in cui rischia di esserci un solo perdente: l'ambiente. In realtà, nessuno è ancora andato a rastrellare i fondali degli oceani, ma dal 2001 sono state rilasciate soltanto licenze per condurre esplorazioni, e alcune aziende, tra cui anche le italiane Fincantieri e Saipem, si stanno muovendo per analizzare le potenzialità dello sviluppo del Deep Sea Mining.

L'argomento è inoltre tornato di attualità con le parole rilasciate all'agenzia Reuters dalla ministra norvegese dell'Energia Tina Bru, la quale ha lasciato intendere che la Norvegia potrebbe autorizzare le società per l'estrazione in acque profonde già nel 2023, con l'obiettivo di garantire i materiali indispensabili alle tecnologie verdi e sostenere così la transizione ecologica del Paese scandinavo. Eppure, ci sono diversi punti interrogativi: qual è, per esempio, l'eventuale impatto sulla biodiversità e sugli ecosistemi marini delle attività estrattive? Come si regolamenterà l'accesso alle risorse minerarie nelle aree oceaniche che non rientrano nella giurisdizione di alcuno Stato?

"Il tesoro degli abissi"

Quando si parla di giacimenti off-shore, si pensa soprattutto al settore Oil&Gas e a quelle piattaforme che vengono utilizzate per l'estrazione di idrocarburi (petrolio e gas naturale) in mare aperto. Sebbene abbia cominciato ad affacciarsi già a partire dagli anni Settanta, il Deep Sea Mining appare invece più come un territorio ancora da esplorare.

Sostanzialmente, consiste nell’estrazione di metalli rari dai fondali marini, a migliaia di metri di profondità. Non tutti sanno che nel fondo degli oceani si trovano delle vere e proprie "miniere" subacquee. Sono soprattutto due gli ambienti geologici in cui si formano i depositi di minerali: nei pressi dei vulcani sottomarini che punteggiano le dorsali oceaniche e nelle piane abissali.

A differenza di petrolio e gas off-shore, il Deep Sea Mining è ancora un territorio da esplorare

"Gli oceani sono percorsi da delle lunghissime catene montuose sottomarine, le dorsali oceaniche per l’appunto. Nei punti di espansione oceanica, dalle fratture escono fuori ad altissima pressione acque estremamente calde (oltre i 300 gradi) e molto ricche di minerali che sono stati assorbiti dalle rocce del mantello e della crosta oceanica", spiega Angelo Camerlenghi, ricercatore dell'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs) di Trieste. Proprio dal contatto tra queste acque calde e quelle fredde dell'oceano si originano tra i 2 e i 4 mila metri di profondità i depositi di solfuri polimetallici, ossia dei corpi contenenti rame, zinco e altri metalli in concentrazioni elevate.

Le pianure abissali sono invece distese di sabbia e fango di migliaia di chilometri quadrati, dove, in seguito a processi ancora non del tutto chiari, si formano tra i 4 e i 6 mila metri di profondità i noduli di manganese (detti anche noduli polimetallici). "Sono una specie di patate nere di incrostazioni ricche di minerali (tra cui nichel, cobalto, rame) che provengono dalle acque oceaniche. Grazie all'enorme sistema di circolazione idrotermale innescato dalle dorsali medio-oceaniche, infatti, i minerali rimangono in sospensione e vanno poi a depositarsi sul fondale, formando questi noduli", aggiunge Camerlenghi.

Alla ricerca dei metalli per le batterie

Il motivo che spinge aziende e stati a guardare al Deep Sea Mining – lo abbiamo accennato prima – è legato soprattutto alla richiesta sempre più alta di metalli rari, che determina di conseguenza la crescita del loro valore sul mercato. La transizione energetica, ovvero il passaggio dai combustibili fossili alle rinnovabili, è partita. In alcuni Paesi è più rapida, in altri procede un po' più a rilento. Ma tutti la consideriamo (giustamente) necessaria se vogliamo ridurre le emissioni di gas serra e avere un briciolo di speranza di rispettare gli Accordi di Parigi e contenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi (meglio ancora sotto 1,5°C) rispetto all'era pre-industriale.

Quello però che non viene sottolineato abbastanza è che la transizione energetica ci pone di fronte a nuovi problemi da risolvere. Rispetto alle fonti fossili, il solare e l'eolico non forniscono una produzione stabile di elettricità: detto in altre parole, l'energia è disponibile solo quando splende il sole e soffia il vento. Il nodo principale relativo alle fonti rinnovabili riguarda proprio lo stoccaggio di energia e la sfida tecnologica si traduce nello sviluppo di batterie sempre più capienti e performanti per il futuro.

Tuttavia, le batterie sono realizzate con materie prime che sono presenti solo in alcuni luoghi del pianeta – parliamo della terraferma – e la cui estrazione, tra l'altro, ha un impatto ambientale piuttosto rilevante. Pensiamo al litio in Sudamerica o al cobalto in Africa. In Europa non c'è praticamente traccia di tutto ciò, e attualmente rispetto a questi minerali di importanza strategica e alla produzione di celle per le batterie agli ioni di litio (le più diffuse sul mercato) dipendiamo fortemente dalla Cina, che nella competizione per accaparrarsi i metalli rari si è rivelata più lungimirante. C’è poi una questione etica fondamentale. Da tempo le ong denunciano il mancato rispetto dei diritti umani nelle miniere di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo: turni di lavoro massacranti, nessun rispetto delle norme di sicurezza per i lavoratori, sfruttamento di manodopera minorile.

"Non è giusto che ci facciamo belli dicendo che siamo sostenibili, quando c’è gente che muore per darci questi materiali", ribadisce Camerlenghi. "Come possiamo uscirne? Una via da percorrere è il riciclo delle batterie usate, ma su questo la ricerca scientifica e l’industria hanno ancora parecchio lavoro davanti. E poi la domanda di nuove batterie in futuro (pensiamo solo a un'eventuale diffusione di massa dell'auto elettrica) sarà talmente alta che il riciclo potrebbe non bastare. Ecco allora che si presenta come possibile alternativa lo sfruttamento dei giacimenti minerari nei fondali oceanici. Ma prima bisogna condurre studi approfonditi su quale possa essere l'effettivo impatto sull'ambiente delle operazioni di Deep Sea Mining".

I rischi per l'ambiente

Il punto è proprio questo: come si vanno a prelevare i minerali a profondità così elevate e quali forme di vita andremmo a disturbare? Nel caso dei noduli di manganese, che sono la risorsa più facile da sfruttare, il procedimento di estrazione prevede il raschiamento del fondale oceanico attraverso macchinari telecomandati. Per intenderci, una sorta di trattore va ad arare (e non a scavare) il fondale, tirando su le pietre e convogliandole in un condotto che le porta su una nave in superficie.

La roccia prelevata però deve essere pulita, dal momento che è ricoperta dal fango presente sui pavimenti oceanici; ai sedimenti sollevati con l’azione meccanica di aratura del fondale si aggiungono quindi quelli reimmessi – comunque a profondità abissali e non nella fascia superficiale, dove si presuppone che la densità biologica sia maggiore – dall'imbarcazione-piattaforma dopo il lavaggio. Si sprigiona così in acqua quello che gli anglofoni definiscono "plume", ossia un nuvolone di materiale argilloso.

La struttura e il funzionamento degli ecosistemi abissali sono ancora oggetto di studio da parte degli scienziati

Non è chiaro come questo polverone possa interferire con la vita marina nelle profondità dell'oceano, né per quanti chilometri possa diffondersi dall'area di estrazione, condizionando lo stato di salute dell'intero ecosistema oceanico. Gli scienziati però avvertono che i danni provocati dal Deep Sea Mining potrebbero essere irreversibili, o comunque segnare per decenni quegli habitat, perché, come ricorda Camerlenghi, "la resilienza ecosistemica in fondo al mare è molto bassa". Cioè l'ambiente non è in grado di riprendersi facilmente dopo un intervento invasivo come può essere l'aratura compiuta dai macchinari per l'estrazione dei minerali nei fondali oceanici.

Gli ecosistemi abissali sono ancora in larga parte inesplorati, i meccanismi che regolano il loro funzionamento ancora oggetto di studio da parte dei biologi. È quindi difficile quantificare il potenziale impatto delle attività minerarie. Inoltre, fa notare l'Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), pesci e cetacei potrebbero essere influenzati anche dall'inquinamento acustico e luminoso causato dalle attrezzature minerarie e dalle navi in superficie, nonché da eventuali perdite e sversamenti di carburante e altri prodotti tossici.

Per questa serie di motivi, gli ambientalisti sono molto preoccupati e non vedono di buon occhio il Deep Sea Mining. Il divulgatore scientifico e naturalista britannico Sir David Attenborough, in un'intervista rilasciata a Sky News circa un anno fa, ha invocato una moratoria internazionale per fermare i piani di chi vuole andare nel fondo degli oceani per estrarre i preziosi metalli.

E così il report "Deep Trouble: The murky world of the deep sea mining industry", pubblicato da Greenpeace lo scorso dicembre, mette in guardia dal rischio che per gli interessi di poche grandi società private (come la canadese DeepGreen o il gruppo belga DEME) si apra una nuova frontiera di distruzione ambientale e si danneggi gravemente un bene comune come l'oceano. Il messaggio è chiaro: prima di andare a perturbare i fondali oceanici per soddisfare la nostra fame di metalli rari, ascoltiamo che cosa dice la scienza e permettiamole di condurre indagini più accurate sulle specie viventi che abitano in quei luoghi.

Ora, effettuare dei campionamenti nelle profondità dell'oceano è sicuramente costoso. Uno dei depositi minerari più ricchi del pianeta si trova, per esempio, nella piana abissale CCZ (Clarion-Clipperton Zone), un'area che si estende per circa 4,5 milioni di chilometri quadrati nell’Oceano Pacifico, tra le isole Hawaii e la costa occidentale del Nord America. Si stima che qui ci sia una concentrazione di noduli polimetallici contenenti manganese, rame, nichel e cobalto pari a 21 miliardi di tonnellate di materiale. "Tuttavia, abbiamo alcuni piccolissimi depositi anche attorno ai vulcani sottomarini del mar Tirreno meridionale", suggerisce Camerlenghi. "Questi ultimi potrebbero efficacemente essere usati come siti di studio dell’impatto del Deep Sea Mining, e non assolutamente come siti di estrazione, anziché andare fino in mezzo all’Oceano Pacifico".

A chi appartengono i fondali dell'oceano?

Il mar Mediterraneo, in generale, non si presta a operazioni di Deep Sea Mining. Le aree più interessanti, come la Clarion-Clipperton Zone, per le aziende che vogliono occuparsi di estrazioni di minerali nell'oceano sono per lo più in acque internazionali. Questa considerazione ci permette di parlare di un aspetto molto importante: quello giuridico. Chi regolerà infatti l'eventuale accesso alle risorse minerarie presenti sui fondali oceanici e chi vigilerà sul rispetto delle norme ambientali?

Partiamo dall'assunto che l'oceano non può essere considerato "terra di nessuno", ma è un patrimonio comune dell'umanità. A stabilirlo è la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, nota anche con l'acronimo UNCLOS. La stragrande maggioranza dei Paesi ha ratificato l'accordo. Mancano però all'appello gli Stati Uniti e altri Stati importanti come Israele e Turchia.

Per capire meglio di che cosa stiamo parlando, occorre però fare una piccola digressione. L'UNCLOS stabilisce che la giurisdizione sugli spazi marini di uno Stato sia distinta in due componenti: una relativa alla colonna d'acqua, l'altra relativa alle risorse del fondale e del sottosuolo marini. Alla prima si riferisce la Zona Economia Esclusiva (Zee), ossia la porzione di mare che si estende entro 200 miglia nautiche dalla linea di base in cui lo Stato costiero può esercitare il diritto di sfruttamento esclusivo delle risorse naturali. Per quanto riguarda invece la seconda componente, l'UNCLOS ha introdotto l'istituto della Piattaforma continentale, che viene considerata come il naturale prolungamento del territorio di uno Stato, il quale può quindi sfruttarne le risorse minerarie. Può coincidere con la Zee, oppure può essere estendibile fino a a 350 miglia nautiche dalla costa. All'infuori della Zee e della Piattaforma continentale vige la giurisdizione internazionale.

Riassumendo, se le risorse minerarie sono situate all’interno della Piattaforma continentale di un determinato Paese, questo ha il diritto esclusivo di assegnare licenze di esplorazione a società straniere: questo è avvenuto, per esempio, tra la Papua Nuova Guinea e la multinazionale canadese Nautilus Minerals Inc., ed è questa la strada che sta pensando di percorrere il governo delle isole Cook, nell'Oceano Pacifico. Se invece i giacimenti di noduli polimetalliferi non rientrano nella giurisdizione di alcun Paese, il rilascio delle autorizzazioni spetta all’International Seabed Authority (Isa), organismo delle Nazioni Unite fondato nel 1994 che ha sede a Kingston, capitale della Giamaica.

L'autorità ha sviluppato regolamenti ed emanato disposizioni in materia di protezione ambientale proprio per disciplinare le attività di esplorazione dei fondali oceanici. Finora ha approvato 28 licenze di esplorazione negli oceani Pacifico, Indiano e Atlantico, per una copertura totale di oltre 1,3 milioni di chilometri quadrati.

"In più, si sta scrivendo un «mining code», che regolamenterà tutti gli aspetti in gioco", sottolinea Marzia Rovere, ricercatrice del Cnr-Ismar (Istituto di scienze marine) di Bologna e membro della delegazione italiana all'Isa. "C’è solo una bozza di questo mining code, ma è già stata tracciata la linea da seguire in futuro. Prima di poter chiedere una licenza di sfruttamento, dovranno essere redatti una serie di documenti, con studi di monitoraggio e piani ambientali. Questi documenti verranno esaminati dalla commissione tecnico-legale dell’Isa, che avrà il compito di vagliare le domande prima di sottoporle al Consiglio. E non solo dovranno essere valutati dalla commissione tecnico-legale, ma verranno anche resi pubblici. Ci sarà cioè una cosiddetta «stakeholder consultation», in cui tutti potranno commentare i piani ambientali che saranno proposti da un determinato operatore intenzionato a sfruttare un’area".

La tecnologia ormai c'è, e il settore del Deep Sea Mining comincia a fare gola. La necessità di normare in maniera rigorosa l'estrazione in acque profonde assume quindi ancora più importanza e urgenza. La sfida più ardua di tutte sarà quella di bilanciare i vantaggi economici che le aziende otterrebbero sfruttando le risorse minerarie dei fondali oceanici con la salvaguardia degli ambienti marini. "L’esistenza stessa dell'authority serve a impedire che per il futuro non ci sia una «sfrenata corsa all'oro»", chiarisce Rovere. "Qualche sospetto ci viene se pensiamo ai disastri compiuti sulla terraferma dall’industria mineraria, che ha distrutto ecosistemi, inquinato falde acquifere, fiumi e via dicendo. Dobbiamo impedire che si ripetano gli stessi errori".

Tutte le attività umane hanno un impatto sull'ambiente, questo è ovvio. Ma oggi dovremmo essere più coscienti dell'emergenza climatica ed ambientale: non possiamo cadere nell'insostenibilità per cercare di essere più sostenibili. Portando avanti la transizione energetica con la logica estrattivista di sempre, rischiamo di non fare altro che continuare a devastare la natura. E non possiamo più permetterci gli stessi errori che abbiamo commesso in passato con lo sfruttamento dei combustibili fossili.