Dietro alla produzione di olio di palma e di cobalto ci sono sfollamenti, furti di terre e distruzione del nostro capitale naturale

A ridosso della Cop26, una nuova ricerca ha denunciato le gravi conseguenze climatiche dietro il cosiddetto “land grabbing”, ovvero l’accaparramento di terre per la produzione di materie prime come l’olio di palma e il cobalto: deforestazioni, perdita della biodiversità, inquinamento dell’aria e del sottosuolo, emissioni di CO2.
Kevin Ben Alì Zinati 15 Novembre 2021

Del cambiamento climatico noi uomini siamo sicuramente la causa. La Cop26 andata in scena nelle ultime due settimane ti avrà ricordato quanto le nostre azioni abbiano impattato sul clima.

Con l’uso sfrenato di combustibili fossili, l’inquinamento senza sosta e le incontrollate emissioni di gas serra stiamo surriscaldando il Pianeta alterandolo in maniera irrimediabile.

Per il cambiamento climatico noi, l’uomo, siamo dunque la soluzione. Dipenderà da noi fare in modo che la nostra presenza sulla Terra sia il più sostenibile possibile.

Sarà nostra responsabilità rivoluzionare le nostre “abitudini” e perseguire la strada che il Patto di Glasgow, super con accordi al ribasso, ha tracciato per contenere l’aumento della temperatura entro 1,5° e spingere sulla decarbonzzazione.

Eppure, del Climate Change continuiamo a essere il motore. Ci facciamo guidare dagli interessi, pensiamo che le conseguenze di ciò che combiniamo oggi non ci riguardino e continuiamo a sbagliare. Anche quando cerchiamo di fare la cosa più naturale di tutte: cercare di sopravvivere.

La popolazione sulla Terra è in costante crescita e, con lei, aumenta inevitabilmente anche la domanda di beni e prodotti. In sostanza, di cibo per sfamare tutti e materie per il progresso tecnologico. Aumenta, quindi la richiesta di terra per produrre tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

E noi che cosa facciamo? Invece che rispondere a questa necessità in maniera intelligente, applicando politiche sostenibili e di adattamento, ci accaparriamo le terre spesso rubandole, cacciamo le persone da “casa loro”, mettiamo in pericolo la biodiversità e produciamo inquinando il nostro “capitale naturale” fatto di aria, acquasuolo: alleati fondamentali contro la crisi climatica.

Una recente analisi ha messo sotto la lente d’ingrandimento la filiera di più di oltre 170 materie prime per individuare quelle che portano con sé il maggior rischio di furto di terra.

Il risultato hanno evidenziato su tutti l’olio di palma e il cobalto. Nel primo caso il rischio maggiore starebbe nel suo più grande produttore, l’Indonesia, responsabile di più della metà dell'olio di palma mondiale. Qui i conflitti per la terra sono in costante aumento: solo nel 2020 ne sarebbero stati registrati 241, ben dieci volte i 24 segnalati nel 2008.

Il cobalto, invece, è anche collegato al lavoro minorile e a condizioni di lavoro non sicure, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo, dove si registra anche un record negativo di espropriazione di terre.

Altre materie rischiose, in questo senso, sono tutti quei minerali fondamentali per la transizione energetica come il silicio, lo zinco, il rame e le terre rare – alla base di auto elettriche, batterie agli ioni di litio e pannelli solari, tecnologie per questo difficilmente definibili “pulite” – e anche prodotti come noci di cocco, aglio e patate dolci.

Dietri all'accaparramento di terra in molti dei paesi produttori c'è quindi la deforestazione, il peggioramento della qualità dell'aria, inquinamento idrico ed emissioni di CO2. Senza parlare della perdita di biodiversità.

Come ha sentenziato Will Nichols, capo della ricerca ambientale e tra gli autori della ricerca “ci sono molti soldi da guadagnare distruggendo l'ambiente piuttosto che salvandolo quando sei un proprietario terriero o qualcuno che cerca di investire in questo tipo di industrie e sei consapevole che il governo non ti ostacolerà”.

Quindi? Rimescoliamo il sillogismo di prima: dobbiamo diventare in fretta il motore della soluzione del nostro problema.