Greenpeace compie 50 anni e guarda alla sfida climatica: “Un accordo sul clima è un accordo per la pace”

Il 15 settembre 1971, giorno in cui un gruppo di attivisti salpò da Vancouver per fermare un test atomico americano nel Pacifico, è la data che segna la nascita di una delle più importanti organizzazioni ambientaliste. “Come il Novecento è stato il secolo del petrolio e delle auto con motore a combustione interna, l’attuale deve diventare il secolo delle rinnovabili e delle auto elettriche”, afferma Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia.
Federico Turrisi 15 Settembre 2021

15 settembre 1971. Un gruppo di 12 attivisti per l'ambiente salpa da Vancouver, in Canada, a bordo del peschereccio Phyllis Cormack. La loro destinazione è l'isola di Amchitka, che fa parte dell'arcipelago delle Aleutine, nell'Oceano Pacifico settentrionale. Il loro obiettivo? Fare in modo che non venga eseguito un test atomico programmato dagli Stati Uniti. I volontari vengono però fermati dalla guardia costiera americana e non riescono ad impedire che avvenga l'esplosione nucleare nell'oceano. Tuttavia, la loro azione di protesta ha una grande risonanza mediatica.

Quel peschereccio fu poi ribattezzato Greenpeace, anche se in realtà il nome era già stato usato un anno prima in occasione del concerto di Joni Mitchell, James Taylor e Phil Ochs, tenutosi al Pacific Coliseum di Vancouver proprio per lanciare la raccolta fondi a sostegno dell'associazione. Sta di fatto che quella missione sancì in maniera simbolica l'atto di nascita di Greenpeace.

Sono passati 50 anni e di strada l'organizzazione ambientalista ne ha percorsa parecchia, portando avanti nel mondo le sue campagne per la tutela dell'ambiente e della biodiversità e ispirandosi sempre ai valori della nonviolenza e della giustizia sociale. Per questa importante ricorrenza abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro parole con Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia.

Che significato ha questo compleanno?

Innanzitutto, si tratta di un doppio compleanno. Da una parte festeggiamo i 50 anni di Greenpeace, e dall'altra i 35 anni di Greenpeace Italia, che è nata precisamente il 30 luglio 1986. In sostanza, sono due gli elementi che hanno sempre caratterizzato l'associazione, fin dalle sue origini. Il primo si basa sull'idea di mettere insieme le questioni legate alla tutela dell'ambiente con quelle relative alla pace, come suggerisce il nome stesso. Non dimentichiamoci che il contesto in cui nasce Greenpeace è quello delle proteste contro la guerra in Vietnam, quello della paura di un conflitto nucleare. L'altro elemento è l'azione nonviolenta, vista come esempio di testimonianza e strumento di comunicazione. E poi Greenpeace si è contraddistinta per le sue campagne globali, che hanno anche una lunga durata. Pensiamo solo a quella sul clima, iniziata nel 1990.

Una delle campagne è stata quella sul nucleare, argomento tornato di attualità in Italia dopo le parole del ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani. Lei pensa che sia un possibile alleato nella lotta contro la crisi climatica?

No, il nucleare viene utilizzato come diversivo. Ha costi esorbitanti, senza contare che ci vogliono tempi biblici per la costruzione dei reattori e che rimane comunque una tecnologia pericolosa. Oggi l'energia elettrica si può produrre in altri modi: bisogna premere l'acceleratore sulle rinnovabili, che stanno diventando sempre più competitive. L'uscita del ministro Cingolani sul nucleare, a mio avviso, è anche legata al fatto che non sta facendo una cosa che aveva promesso, ovvero semplificare i processi autorizzativi per la realizzazione di impianti fotovoltaici ed eolici.

Il Pnrr, ossia il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dovrebbe rappresentare una grande opportunità per rilanciare l'economia del nostro Paese in chiave green, no?

Il Pnrr contiene alcuni elementi positivi, come l'agrivoltaico, ma nel complesso è deludente. Questo decennio deve segnare un passaggio epocale: detronizzare il gas e il petrolio per mettere al centro il sole e il vento. In Italia questo sta avvenendo lentamente, anche per colpa delle ingerenze del settore dei combustibili fossili. La sfida climatica è anche una sfida industriale, ma alcune industrie non vogliono farsi spodestare. Noi abbiamo chiesto molto chiaramente al premier Mario Draghi se vuole guidare la transizione ecologica oppure vuole bloccarla. Una grande arma contro la crisi climatica potrebbe essere, per esempio, lo sviluppo dell'eolico galleggiante: questa tecnologia, sperimentata già con successo in Scozia e Portogallo, permetterebbe di sfruttare la risorsa eolica in mare (dove è disponibile in ampia misura) e di superare le complicazioni di tipo paesaggistico, trovando anche impiego nella produzione di idrogeno verde.

Allargando lo sguardo al mondo, molte speranze sono riposte nella prossima Cop26 di Glasgow…

Speriamo che Europa, Stati Uniti, Cina e gli altri Paesi trovino un accordo. Per combattere la crisi climatica è necessaria una grande cooperazione a livello internazionale, a partire dalla consapevolezza che la questione climatica colpisce tutti. Certo, i Paesi poveri sono quelli che soffrono di più. Ma pensiamo all'alluvione in Germania, agli incendi in California, in Australia o in Italia: le conseguenze del cambiamento climatico si fanno sentire dappertutto. Un accordo sul clima – e qui ritorniamo alle origini di Greenpeace – è anche un accordo per la pace.

In che senso, ci spieghi meglio.

L'attività di contrasto alla crisi climatica coincide con la promozione della pace per un motivo molto semplice. Semplificando, si tratta di passare dal XX secolo, che è stato il secolo del petrolio e dell'automobile con motore a combustione interna, al XXI secolo, cioè al secolo del sole, del vento e dell'auto elettrica. Questi passaggi di epoca significano anche un riassetto degli equilibri economici e geopolitici. E purtroppo nella storia la specie umana ha fatto ricorso a guerre e conflitti per regolare i conti. L'innovazione tecnologica non basterà; ci vorrà innovazione sociale, culturale e politica. I leader mondiali devono mostrare di essere all'altezza della sfida, devono essere capaci di creare le condizioni per una collaborazione globale e di aumentare il tasso di fiducia reciproca. Questa è l'unica strada. L'umanità si trova davanti a un bivio: creare un mondo migliore, più pulito e più equo, oppure diventare la specie che si è scavata da sola la propria fossa.