
Quindici minuti, questo è il tempo necessario che potrebbe cambiare le sorti dei profughi palestinesi. Mentre gli occidentali erano impegnati a passare il weekend lontani dagli impegni settimanali, a due milioni di abitanti della Striscia di Gaza è stata quasi concessa la possibilità di ricevere l'essenziale per vivere. Poi di nuovo il caos, il valico di Rafah, città palestinese nel Sud della striscia di Gaza, si richiude e con esso, la speranza di ricevere nuove risorse fondamentali.
La mano del mercato libero si muove sempre, anche quando c'è la guerra. È il caso del conflitto israelo-palestinese, dove gli aiuti umanitari per i civili stentano ad arrivare con facilità a causa della politica. Nei giorni scorsi il Brasile aveva presentato una risoluzione al Consiglio di Sicurezza Onu per promuovere una tregua umanitaria nello scontro tra Israele e Hamas, con lo scopo di permettere che le Nazioni Unite possano fornire aiuti nel territorio della Striscia di Gaza. Secondo gli USA, l'amministrazione di Biden non avrebbe apprezzato l'assenza del diritto di Israele all'autodifesa, linea in ogni caso il governo di Netanyahu sta portando avanti a prescindere. Resta comunque un grande problema: i profughi palestinesi che si trovano a Gaza non solo non hanno accesso alle forniture energetiche, ma non dispongono nemmeno di acqua e cibo per via di un blocco stabilito da Israele.
Ma come siamo arrivati a questa situazione? Il 7 ottobre, subito che il conflitto tra Israele e Hamas è passato dall'essere una guerra a bassa intensità a un nuova guerra con un uso della forza militare senza limiti, il governo di Netanyahu ha deciso di chiudere tutte le frontiere, tagliando ogni genere di rifornimento e di servizi. "Gaza sarà presto a corto di forniture di base", questo è stato l'allarme delle agenzie delle Nazioni Unite presenti sul territorio prima dell'arrivo dei camion. E la situazione potrebbe tornare presto a essere la stessa di prima. Così per un breve periodo, durante il fine settimana (sabato 21 e domenica 22 ottobre), l’aeroporto internazionale egiziano di El Arish, che serve di norma ai palestinesi che si recano alla Mecca, in Arabia Saudita, per il pellegrinaggio annuale Hajj, si è trasformato in un centro di rifornimento per garantire le attività umanitarie.
Nei 20 camion del convoglio umanitario c'è di tutto, o meglio, come preferiscono dire le agenzie ONU, c'è l'essenziale. Quello che per un normale cittadino potrebbe sembrare la base del vivere quotidiano, per i gazei è un dono. Da quello che emerge da un comunicato diffuso dall'UNRIC, "centinaia di tonnellate di beni di prima necessità, da cibo pronto per essere consumato a guanti in lattice per interventi chirurgici d’emergenza, sono atterrati in aerei inviati da agenzie delle Nazioni Unite, partner e nazioni, tra cui Giordania, Turchia ed Emirati Arabi Uniti". E a queste si aggiunge il contributo dell'Egitto, che ha inviato un convoglio di 100 camion con all'interno 1.000 tonnellate di aiuti, tra cui tende, coperte e scorte di medicinali.
300.000 kit di emergenza contenenti beni di prima necessità inoltre saranno inviati dall’agenzia delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, OCHA, mentre l’agenzia delle Nazioni Unite per la salute sessuale e riproduttiva, UNFPA, segnala di avere pronte "forniture per promuovere l’igiene delle donne, tra cui 3.000 kit per la dignità".
Garantire un'adeguata sicurezza alimentare ai soggetti più deboli è uno degli obiettivi ONU presenti all'interno dell'Agenda 2030, ma la diplomazia spesso non ha tempi rapidi. Intanto sappiamo che anche il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (WFP) ha inviato rifornimenti per ricostituire le sue scorte quasi esaurite. È avvenuto il 16 ottobre, quando "un aereo del WFP è atterrato all’aeroporto di El Arish, consegnando 22 tonnellate di aiuti umanitari, tra cui 15 tonnellate di biscotti fortificati e due unità di stoccaggio mobili per far fronte alla carenza di cibo a Gaza, secondo il Servizio aereo umanitario delle Nazioni Unite (UNHAS)".
La mancanza di aiuti in tempi rapidi sta lasciando sempre più spazio alle multinazionali che, consapevoli della situazione, possono intervenire in fase di difficoltà. Lasciare ai privati la gestione della sicurezza alimentare potrebbe diventare un problema e, comunque, non dovrebbe essere l'unica strada percorribile.
È in una situazione di emergenza sanitaria di questo tipo che, infatti, si inserisce l'annuncio di McDonald's Israele di distribuire pasti gratuiti ai militari israeliani.
Ciò ha scatenato la reazione dei franchising dello stesso marchio nei Paesi arabi, i quali hanno disconosciuto la scelta di Mc Donald's Israele e, in tutta risposta, le filiali di Arabia Saudita, Oman, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Egitto, Bahrein e Turchia hanno donato 3 milioni di dollari a sostegno dei palestinesi che si trovano a Gaza. "Uniamo tutti i nostri sforzi e sosteniamo la comunità di Gaza con tutto ciò che possiamo", ha scritto sui suoi social Mc Donald's Oman.
Il caso delle multinazionali al centro di conflitti in cui si verificano crisi umanitarie solleva nuovamente il tema della sicurezza alimentare e della lentezza con la quale le istituzioni affrontano le complesse dinamiche politiche. E non può più passare inosservato.
Immagine di copertina: Wikipedia_Di gloucester2gaza