Lo smart working per ridurre i consumi di energia? “Sì, ma intanto acceleriamo sulle rinnovabili”. Intervista al prof. Gabriele Ruggieri

Lo smart working potrebbe diventare un nostro alleato per ridurre i consumi di gas e petrolio. Lo afferma Gianluca Ruggeri, docente di Fisica tecnica ambientale all’Università dell’Insubria. Per Ruggieri, però, serve anche procedere spediti sulla transizione alle fonti rinnovabili e puntare sul risparmio energetico degli edifici.
Michele Mastandrea 19 Marzo 2022
Intervista al Prof. Gabriele Ruggieri Docente di fisica tecnica ambientale all’Università dell’Insubria

La guerra tra Russia e Ucraina, come ormai sai, ha portato Italia e Unione Europea ad accelerare sulla strada dell'indipendenza energetica e della transizione alle fonti rinnovabili. Autorità politiche ed esperti si sono finalmente mossi in questa direzione, resa necessaria dalle conseguenze del conflitto. Ma nel frattempo che alcuni colpevoli ritardi ed errori in tema di politica energetica vengono a galla, serve rispondere alle esigenze immediate. Ad esempio, contenere i prezzi che vedi anche nella tua bolletta.

Per Gianluca Ruggieri, docente di Fisica tecnica ambientale all'Università dell'Insubria e attivista energetico, una delle soluzioni si trova nello smart working. Evitare il riscaldamento di grandi aziende e uffici amministrativi per qualche giorno a settimana potrebbe aiutare a risparmiare su gas, petrolio e altri fonti fossili. Ma non basta: serve anche puntare sull'efficientamento degli edifici, che potrebbe farci risparmiare moltissima energia in poco tempo, e accelerare sulle rinnovabili, dando regole chiare per realizzare e mettere in funzione gli impianti.

Prof.Ruggieri, in un tweet ha affermato che lo smart working, come per il Covid-19, potrebbe essere utile anche in questa fase di boom dei prezzi dell'energia. Perché?

Parto da una premessa. Per trent'anni si è detto che per la transizione ci voleva tanto tempo, che le rinnovabili non erano pronte. Ora ci siamo resi conto che essere così dipendenti dall'estero non è furbo. La Commissione Europea dice che in sei mesi possiamo dimezzare la nostra dipendenza dal gas russo. Bene, ma se qualcuno l'avesse detto tre mesi fa l'avrebbero rinchiuso con la camicia di forza. Venendo al tema, c'è un enorme potenziale da dispiegare sulle rinnovabili. Servono però almeno due-tre anni, accelerando molto rispetto a quanto fatto negli ultimi dieci.  In questo contesto, ci sono tante misure con efficacia immediata per ridurre la domanda di energia e combustibili. Si parla di abbassare il limite di velocità in autostrada, di abbassare i termostati in casa…secondo me in questo quadro un'amministrazione pubblica o un'azienda privata avrebbe tutti gli elementi per fare piani accurati di riduzione dei consumi, in vista della prossime stagioni.

Ma così non si rischia di scaricare nuovamente su alcune categorie sociali il costo del lavoro a distanza?

È chiaro che ci sono criticità come il carico di lavoro ulteriore sulle lavoratrici, che volenti o nolenti rischiano di avere maggiori compiti in casa. Oppure pensiamo alla necessità di avere una connessione internet di un certo tipo. Però almeno sui grandi edifici un simile ragionamento si potrebbe fare. D'estate si spende moltissimo per il condizionamento dell'aria, d'inverno per luce e riscaldamento: avere dei piani per cui alcuni edifici non sono scaldati cinque-sei giorni a settimana, ma solo due-tre, è una mossa intelligente per contenere la crisi. Senza contare il risparmio di carburante per chi deve prendere la macchina per andare al lavoro.

Il risparmio energetico dunque come chiave temporanea per contenere i rincari?

Il discorso va allargato. Un conto è fare risparmio energetico senza interventi strutturali, un altro è puntare inoltre sull'efficientamento energetico in settori come quello industriale. Le grandi aziende già da un pò di anni hanno l'obbligo di realizzare le cosiddette "diagnosi energetiche", ovvero valutare i loro consumi e capire come è possibile ridurli. Su questo tema i dati dell'Enea dicono che finora solo un quinto del risparmio potenziale è stato ottenuto. Si tratta di interventi che fanno risparmiare moltissimo negli anni successivi, ma che tante aziende non effettuano perché non rientrano nei costi in tempi brevissimi, volendo andare in pari tra spese e risparmi in massimo due anni.

Una visione di corto respiro.

Se c'è questa urgenza di risparmiare energia, investire su questo tema è importante. Si potrebbe dare un tempo di sei mesi per effettuare questi interventi, ne beneficeremmo tutti. Non c'è neanche bisogno di dare incentivi in stile Superbonus: se introducessimo un simile obbligo staremmo di fatto obbligando le aziende a guadagnare! Si potrebbe pensare a finanziamenti a tasso agevolato, ma dare dei soldi per aiutare a risparmiare non ha grande senso. C'è chi ne ha più bisogno.

Venendo al tema della transizione energetica, si parla molto dei problemi burocratici per chi voglia produrre energia rinnovabile, con cui sostituire le nostre importazioni di fonti fossili. 

Quello che chiedono gli operatori sono percorsi più o meno garantiti in termini di tempi. La scorsa settimana sono stati approvati nuovi impianti dal Consiglio dei Ministri, ma è assurdo che sia una sede come quella a discutere di un tema del genere. Se noi sappiamo che gli impianti li dobbiamo realizzare da anni e anni, come è possibile non aver ancora definito cose semplici, tipo dove è possibile costruirli? Definiamo dove si può fare gli impianti e dove non si può, rispettando tutti i criteri e i vincoli, ma poi procediamo. Ancora oggi, molto spesso, le decisioni sono prese a discrezione della persona responsabile. Servono iter ragionevoli, per cui non ci sia poi un via libera generale, un Far West.

Ma è possibile pensare un futuro con sole rinnovabili? C'è un grosso dibattito sulla reale possibilità di liberarci di petrolio e gas, almeno in tempi brevi.

La prima premessa quando si parla di energia è che si parla di tante cose diverse. L'elettricità è solo un pezzo del discorso, poi c'è la generazione di calore per processi industriali, la parte relativa al trasporto e all'accumulo. Tutti temi differenti.  Per svincolarsi dalle fonti fossili bisogna pensare al passaggio all'uso elettrico di tutto ciò che ora è termico, come ad esempio l'auto, o al passaggio da caldaie a pompe di calore, giusto per fare alcuni esempi. Possiamo farcela unendo elettrificazione e efficienza energetica, studiando la domanda per organizzare una rete intelligente, flessibile in base alle esigenze del momento. Ad esempio, non tutto deve funzionare contemporaneamente.

In che senso?

Dobbiamo realizzare sistemi di gestione che, a seconda della situazione, facciano accendere alcuni impianti e altri no, a seconda delle ore, dei luoghi. In un sistema che cambia in questo modo si può arrivare anche al 100% di energia prodotta dalle rinnovabili, con eolico, fotovoltaico, idroelettrico, geotermico, biomasse…ma servirebbe un cambiamento di tutto il sistema. C'è poi chi dice che si potrà arrivare a 80-90% di rinnovabili, con il restante prodotto da nucleare e fonti fossili di cui riusciremo però a intrappolare CO2. Ad ogni modo l'Agenzia Internazionale dell'Energia, che non è Greenpeace, dice che in futuro a livello globale almeno il 70% dell'energia sarà prodotto solo da fotovoltaico e eolico, e il resto da alti tipi di rinnovabile. Quindi, è possibile farlo. Serve intanto però smettere di sbagliare: una delle cose assurde è che in Italia ancora riceve incentivi chi sostituisce una caldaia con un'altra caldaia, per quanto meno inquinante. Non ha senso.