Un pericolo per la vita nel Mediterraneo: l’intricata rete della pesca illegale

Il Mar Mediterraneo continua a essere sfruttato e saccheggiato, le quote extra di pescato sono troppe e tante specie sono in pericolo, come scrive Legambiente nel report Mare Monstrum.
Gianluca Cedolin 9 luglio 2020

Non esiste mare al mondo sfruttato e saccheggiato come il Mediterraneo, dove «la pesca illegale e irresponsabilmente legalizzata continua a farla da padrone», come si legge nel report Mare Monstrum di Legambiente, che ogni anno monitora e analizza le infrazioni compiute nel mare e nelle coste italiane. Dopo la cementificazione dei litorali e l'inquinamento delle acque, oggi parleremo quindi del terzo e ultimo punto del dossier, quello della pesca illegale, una pratica che mette a rischio la sopravvivenza di molte specie marine e del Mediterraneo stesso.

I numeri

Nel 2019, evidenzia Mare Monstrum, sono state sequestrate in Italia oltre 553 tonnellate di pescato, con il Veneto che primeggia per pesce, caviale, salmone e tonno (140 tonnellate) e anche per crostacei e molluschi (50 tonnellate), e che con Sicilia e Puglia copre oltre il 70% dei sequestri totali. La Calabria invece spicca per sequestri di novellame (seguita sempre da Sicilia e Puglia). In tutto, nel 2019 sono stati accertati 5.207 illeciti, secondo i dati delle Capitanerie di porto e delle Forze dell'ordine citati da Legambiente, con la Sicilia in testa con ben 1.204, il 23,1% del totale. Sono stati inoltre sequestrati oltre 7.500 attrezzi da pesca e quasi 69 chilometri di reti da posta.

La normativa non efficace

Legambiente nel report cita le tantissime leggi, direttive, convenzioni e i regolamenti esistenti a livelli italiano, europeo e mondiale che, tuttavia, alla prova dei fatti non sono abbastanza efficaci per fermare la pesca di frodo e lo sfruttamento del mare. Le definisce anzi «regole che enunciano grandi principi, ma non sono un effettivo deterrente». Succede quindi che negli ultimi sessant'anni siano diminuiti i gruppi di pescatori attenti alle regole e alla tutela del mare e siano cresciuti coloro che praticano la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata.

Inoltre, nonostante a selva di norme, per quasi tutte le specie di pesci viene ancora autorizzata un enorme quota di cattura e commercio, nonostante molte siano a rischio crescente di estinzione. «Sorge, quindi, il dubbio – attacca Legambiente – che le politiche per il mare e i suoi abitanti continuino a dare all’economia lineare la precedenza su ecologia ed economia circolare, producendo normative e atti regolamentari inadeguati». Visto che, tra l'altro, la pesca illegale viene quasi sempre sanzionata in via solamente amministrativa, con sanzioni pecuniarie poco deterrenti.

Alcune pratiche di pesca illegale

In Mare Monstrum sono elencate, oltre ai pesci a maggior rischio estinzione, anche le pratiche di pesca illegale maggiormente diffuse nel Mediterraneo. Come le reti da posta, lunghissimi muri a maglie che tirano su qualsiasi cosa indistintamente (anche specie protette) e illegalmente, come la rete da posta da 7.500 metri sequestrata tra Alicudi e Filicudi a un peschereccio, o quelle trovate dalla Capitaneria di porto a Sant'Agata di Militello (in Sicilia) nascoste nel fondale marino e lunghe nel complesso oltre 5 chilometri.

Ci sono poi i palamiti, lunghe corde (che dovrebbero essere di canapa, biodegradabile, e invece spesso sono di nylon), a cui sono legati centinaia di bracci che terminano con un amo. «Si tratta di uno degli attrezzi meno selettivi e causa di morte per moltissime tartarughe marine e pesci predatori». O i cogolli, reti sostenute da anelli usate nei fondali per incanalarvi i pesci dentro. O i tubisoffianti, gabbie metalliche che sprofondano nel terreno sott'acqua grazie a delle lame. Le armi e i modi per pescare illegalmente, insomma, sono tantissimi. Non sono escluse nemmeno le zone in cui sarebbe vietato pescare, che sono (purtroppo) solamente l'1% del Mediterraneo: secondo l'organizzazione americana Oceana, nel 2018 i pescherecci in pesca apparente hanno trascorso oltre 28mila ore nelle aree protette del Mediterraneo.