Wind Therapy, per ritrovare la serenità grazie alla forza del vento

Georgia stava affrontando un momento molto difficile della sua vita quando per la prima volta è salita su un kitesurf e ha iniziato a stare meglio. A partire da questa inaspettata esperienza che le ha donato sensazioni molto positive, ha deciso di contattare uno psicologo per riuscire a utilizzare questo sport per far stare bene altre persone. Così è nata la Wind Therapy.
Sara Del Dot 21 dicembre 2019

Ci sono persone che non sono come le altre. Sono quelle un po’ “bloccate”, in difficoltà anche nelle circostanze più semplici perché dotate di una personalità che non riesce a esprimersi in modo efficace nei contesti di vita quotidiana. Sono le persone che spesso si trovano inserite in percorsi terapeutici ma con cui la psicologia tradizionale, quella esclusivamente verbale, non funziona come ci si aspetterebbe. Per questo, capita che abbiano bisogno di stimoli diversi per riuscire a provare sensazioni positive che diano loro speranza e voglia di re-investire energia mentale ed emotive nelle situazioni di vita quotidiana.

Un modo per raggiungere questo risultato, per alcune persone decisamente incredibile, si chiama Wind Therapy. Questa terapia non farmacologica, chiamata appunto “terapia del vento”, utilizza come metodo terapeutico un mezzo decisamente fuori dal comune: il kitesurf.

Ideatrice di questa curiosa tecnica è Georgia Gay, che per prima ha provato i benefici del kitesurf sul proprio corpo e sulla mente, decidendo di voler dare anche ad altri la possibilità di stare meglio grazie al mare e al vento. Georgia, in realtà, di occupa di tutt’altro, lavora con la moda e la comunicazione del mondo dell’hairstyle. Eppure, cinque anni fa, anche lei ha avuto bisogno di un momento in cui ritrovare se stessa e la motivazione per andare avanti.

“Ho scoperto questo sport in maniera del tutto casuale”, racconta. “Nel 2014 mi trovavo in Sardegna per compiere un viaggio “purificatore” perché stavo vivendo un momento molto difficile della mia vita. Quando per caso mi sono ritrovata a fare kitesurf, anche se non sapevo nemmeno bene cosa fosse, mi sono subito rasserenata. Anche se ero solo all’inizio, prendevo un sacco di facciate, facevo molta fatica, mi stava davvero facendo bene. Così decisi di continuare a dedicarmi a questa disciplina e rimane lì, a Porto Pollo, fino a quando non mi sarei sentita meglio.”

Praticare kitesurf fa talmente bene a Georgia, che comincia a cercare se esista della documentazione o delle prove scientifiche sul rapporto tra questo sport e la depressione. Le sue ricerche non vanno a buon fine, tuttavia si imbatte in alcuni scritti sulla correlazione tra depressione e ippoterapia. Essendo l’equitazione il secondo sport preferito da Georgia, in qualche modo percepisce un parallelismo da questi due generi di benessere. E decide di contattare lo psicologo che ne aveva scritto, Amedeo Bezzetto, che ancora oggi porta avanti questo progetto assieme a lei.

“Ci siamo incontrati, gli ho raccontato la mia esperienza, gli ho mostrato qualche video su Youtube per mostrargli le caratteristiche dello sport e la differenza con il windsurf. Lui mi disse che secondo lui questo sport aveva delle caratteristiche che avrebbero potuto rappresentare fenomeni scatenanti di miglioramento per persone affette da stati di depressione o ansia. Proprio ciò di cui soffrivo io prima di arrivare a Porto Pollo.”

Il dottor Bezzetto si occupa prevalentemente di riabilitazione di adolescenti con disturbi di tipo psichiatrico in un ospedale di Verona specializzato in malattie psichiatriche, l’unico in Italia dotato di un reparto esclusivamente dedicato agli adolescenti. Ed è lui il primo a cercare in continuazione nuovi modi per stimolare reazioni positive in questi ragazzi. Per questa ragione, ha accolto di buon grado la possibilità di provare.

“Noi avevamo, e abbiamo tuttora, urgenza di trovare formule nuove ed efficaci per lavorare con gli adolescenti che non sono accessibili con la terapia classica, con la parola.” Spiega Bezzetto.

“Disse che era intenzionato a fare una prova, portando un gruppo di ragazzi che stava seguendo a Porto Pollo per fare kitesurf”, prosegue Georgia. “Però c’erano alcuni scogli, alcuni burocratici, altri per lo più di tipo economico. Infatti, essendo una cosa del tutto sperimentale non c’era alcuna possibilità che l’ospedale coprisse i costi di una cosa così cara. Decisi quindi di fondare una Onlus per raccogliere i fondi e fare questo tentativo. Così siamo partiti. Nel 2015 abbiamo iniziato i viaggi, con piccoli gruppi di pazienti selezionati dal dottor Bezzetto che partivano dall’Ospedale Villa Santa Giuliana assieme a lui e a un altro psicologo del suo team per arrivare in Sardegna e fare questa esperienza che abbiamo battezzato Wind Therapy, terapia del vento. Sull’isola è poi entrata in gioco la FH Academy, la scuola di kite che ha creato una didattica per l’insegnamento specifica per questi ragazzi, più legata all’emotività e al vento. Da allora siamo andati avanti a organizzare questi camp affinando sempre di più il programma e l’approccio sia al kitesurf che alle altre attività della giornata. In più, a partire dal 2018 ho voluto iniziare a misurare concretamente i risultati di queste attività, coinvolgendo anche l’Università Cattolica di Milano che per quattro anni seguirà le nostre attività raccogliendo i dati dei ragazzi sulla base di test fatti ad hoc.”

I ragazzi che partecipano a questi camp sono chiamati direttamente dal dottor Bezzetto, che da tempo li conosce e li segue, riconoscendo in loro la necessità di approcciarsi a un’attività di questo tipo.

“Con Georgia siamo riusciti a creare un nuovo dispositivo che unisce lo sport alla psicologia dedicato ai ragazzi sui quali la terapia tradizionale non riesce ad avere effetto, ovvero che sono bloccati dal punto di vista mentale ed emotivo”, spiega Amedeo. “Sono ragazzi ritirati, magari affetti da una condizione che non permette loro di essere abbastanza riflessivi e quindi di riuscire a lavorare con la mente sulla problematica, che spesso traducono le sofferenze in termini di disturbi del comportamento, agendo negativamente su se stessi. Magari si tagliano, si fanno male, rompono cose, non vanno a scuola, trasformando il dolore in comportamenti disadattivi. In termini tecnici possiamo definirli affetti da disturbi della personalità, quindi non psicotici, ma persone la cui personalità funziona in modo tale da non consentire loro di vivere normalmente in contesti scolastici, tra i coetanei, in famiglia e quindi hanno bisogno di un trattamento. Noi speriamo di riuscire a raggiungerli attraverso un’esperienza fisica, sportiva che li rimetta in moto dal punto di vista mentale.”

Una manciata di giorni in cui questi ragazzi molto giovani, alcuni dei quali minorenni, vengono posti davanti a diverse sfide e a contesti sconosciuti in cui però non si sentono mai soli sebbene ciascuno segua il proprio percorso individuale.

“L’esperienza si concretizza in sei giorni lontano da casa, prendendo quindi l’aereo senza i genitori, in un posto magnifico naturale come la Sardegna”, prosegue Bezzetto. “Già queste sono due dimensioni importanti, ovvero staccare dal mondo conosciuto e andare in un luogo in cui la natura la fa da padrona. Lì facciamo un’intensiva di comunità in cui questo piccolo gruppo di ragazzi trascorre del tempo con uno staff sportivo e psicologico praticando uno sport estremo come il kite. Ogni ragazzo a un proprio istruttore dedicato ma in un contesto di gruppo speciale.”

Un gruppo in cui è più facile anche buttarsi, lasciando da parte i timori e le paure che colpirebbero se si facesse tutto questo in una condizione di solitudine.

“Alcuni ragazzi chiedono prudenze maggiori, tergiversano perché hanno un po’ timore. Nel tempo, però, abbiamo capito che se lavoriamo bene sul gruppo, che è lo sfondo su cui ognuno fa un’esperienza personale, il gruppo funge da supporto. E quindi abitare insieme, cucinare insieme, stare insieme 24 ore su 24, ci permette di costruire una specie di contenitore di garanzia, uno sfondo anche affettivo-emotivo per cui poi ognuno si rinforza, si acquieta e trova il giorno seguente nuova energia per tornare a provare un esercizio che prima lo aveva fatto sentire inadeguato.”

E i benefici sono evidenti.

“I punti di forza di quest’esperienza consistono nel praticare uno sport che fa lavorare sui limiti estremi, che accompagna all’estremo della potenza, che per gli adolescenti rappresenta sempre un limite interessante, attraente. Anche per i ragazzi con delle difficoltà lavorare sui limiti estremi, in protezione come ci permette il kitesurf, è un elemento di favore. Per questo solitamente per questa attività scegliamo persone dotate di caratteristiche motorie e sportive di un certo tipo.”

Ma la Wind Therapy non si esaurisce solo nello spingere i ragazzi oltre i propri limiti. Naturalmente a questa spinta adrenalinica va affiancato anche un momento di distensione.

“Dopo il kite noi bilanciamo con tante altre attività di recupero all’interno della giornata, dove con recupero intendo il recupero dell’equilibrio, della qualità emotiva, dell’esperienza.. Una sorta di ripristino di una forma media di funzionamento. Il kite ti sprona, ti spinge ma lo yoga, la vita comunitaria, la cucina condivisa, il gruppo di riflessione ti permettono di rientrare, di rallentare e quindi compensare quello che lo sport ti ha stressato. È una bilancia, una bilancia che dura 6 giorni e oscilla continuamente tra il calmare e l’attivare alzando il tono dello stress mano a mano finché si arriva all’ultima giornata, ciascuno fino al proprio limite. Infatti, siccome l’istruttore è personale, l’intensità e quindi il limite da raggiungere è quello proprio, non standard. Questo rende l’attività di gruppo ma allo stesso tempo individuale, in modo tale che le persone arrivino sempre al proprio personale successo”.

La caratteristica forse più peculiare di questa disciplina è il fatto che, nonostante consista in un’attività sportiva piuttosto faticosa, ha effetti (e quindi benefici) soprattutto sulla mente.

“Gli effetti dal punto di vista atletico non ci interessano, il corpo è solo un mediatore, uno strumento. I veri benefici sono mentali. Se vivono un’esperienza positiva, le persone riescono a riattivare l’investimento, a riconsiderare le qualità sportive ma anche psichiche ed emotive che mettono in campo per gestire questa esperienza. Utilizzando termini tecnici, i ragazzi riescono a compiere una mentalizzazione di un’esperienza importante trasformandola in elementi di qualità, rinforzando anche l’autostima. Si genera quindi anche un desiderio di tornare a casa e iniziare a investire su altri aspetti, in cui magari prima ci si sentiva inadeguati come la scuola, uscire con gli altri, affrontare un gruppo sportivo o una dimensione del tempo libero che prima non ci si sentiva di affrontare… I benefici quindi sono personali di tipo psichico, di reinvestimento nel quotidiano ordinario in cui prima c’era una condizione di blocco, una condizione di ritiro, una condizione disfunzionale. Il metodo della Wind Therapy ha una propria efficacia nel mettere i ragazzi con difficoltà in condizione di trovare il massimo dell’esperienza positiva che possono fare con noi. Anche le famiglie sono molto contente, infatti questa attività fa bene anche ai genitori che vedono i loro ragazzi giovanissimi e un po’ “bloccati” tornare con disponibilità nuove.”