Che cosa sono i “vaccini inversi”: i nuovi potenziali assi nella manica della scienza contro le malattie autoimmuni

I vaccini inversi potrebbero essere i nuovi alleati contro le malattie autoimmuni. Funzionerebbero all’opposto dei vaccini tradizionali e anziché insegnare al sistema immunitario come riconoscere e attaccare specifici antigeni sarebbero in grado di rimuovere dalla sua memoria il ricordo di una molecola impedendogli così di rivoltarsi contro se stesso.
Kevin Ben Alì Zinati 19 Settembre 2023
* ultima modifica il 19/09/2023

Contro le malattie autoimmuni il nuovo potenziale alleato è un vaccino.

Ma non uno qualunque: quello a cui sta lavorando un gruppo di ricercatori della Pritzker School of Molecular Engineering dell’Università di Chicago è un farmaco in grado di rimuovere la memoria di una molecola dal sistema immunitario evitando che questo si rivolti contro se stesso.

Si tratta del cosiddetto «vaccino inverso». Ma andiamo con ordine.

Le malattie autoimmuni le conosci. La sclerosi multipla, il morbo di Chron, il diabete di tipo I, l’artrite reumatoide sono solo alcuni esempi di patologie che insorgono quando il sistema immunitario di un individuo va in cortocircuito.

Quando, cioè, per errore scambia delle cellule sane per cellule nemiche, attaccandole fino a distruggerle o a danneggiarle spesso in maniera grave e irreversibile.

Una situazione molto simile si verifica nel caso di un organo di prelevato da un donatoretrapiantato in un ricevente ma non “accettato” dal suo organismo, che comincia così a rigettarlo.

Il trattamento di queste circostanze prevede l’utilizzo di immunosoppressori che, appunto, hanno il compito di ridurre l'attività del sistema di difesa dell’organismo.

Questi farmaci sono efficaci ma non specifici. Per mitigare gli effetti di un’eccessiva risposta immunitaria finiscono, infatti, per azzerare completamente l’intera capacità protettiva di una persona.

Una condizione estremamente pericolosa perché l’organismo resterebbe così senza difese e dunque esposto al rischio di infezioni.

La potenziale soluzione prospettata nello studio americano pubblicato su Nature Biomedical Engineering promette di contrastare queste malattie autoimmuni senza simili pericoli, ricorrendo a una nuova forma di vaccino capace di bloccare sul nascere la risposta immunitaria contro uno o pochi antigeni nel mirino del sistema immunitario.

I vaccini tradizionali, dopo tre anni di pandemia ormai lo sai, funzionano insegnando al sistema immunitario come riconoscere un preciso antigene proveniente dal patogeno, dal virus o dal tumore in questione, e a sviluppare gli anticorpi necessari per contrastarlo.

È un modo, in sostanza, per “addestrarlo” contro un nemico specifico e soprattutto reale.

ricerca

Ciò che hanno fatto i ricercatori è stato pensare a un vaccino che funzioni all’opposto. Che spenga cioè la risposta anticorpale solamente nei confronti di cellule specifiche mantenendo inalterata la funzionalità dell'intero sistema immunitario.

Il nuovo «vaccino inverso», all’opposto di quelli classici, rimuoverebbe appunto il ricordo di una precisa molecola dalla memoria del sistema immunitario. I primi risultati ottenuti sembrerebbero molto promettenti.

Il punto di partenza per la sua ideazione è un meccanismo naturale del fegato umano chiamato «tolleranza immunitaria periferica» che garantisce che non si inneschino reazioni immunitarie aggressive nei confronti di ogni cellula danneggiata del corpo.

Ciò avviene perché il fegato etichetta le molecole delle cellule distrutte con una molecola di zucchero detta N-acetilgalattosamina (o pGal) che, agendo da marcatore, fa sì che il sistema immunitario la legga come qualcosa da non distruggere.

Accoppiando una molecola attaccata dal sistema immunitario con un frammento di una cellula invecchiata che il fegato riconosce come propria, i ricercatori sono riusciti quindi a dimostrare che il vaccino potrebbe davvero riuscire a interrompere una reazione autoimmune.

Fonte | "Synthetically glycosylated antigens for the antigen-specific suppression of established immune responses" pubblicata il 7 settembre 2023 sulla rivista Nature Biomedical Engineering

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