Finita l’emergenza Covid-19, torneremo a inquinare come sempre?

Abbiamo l’occasione di far ripartire l’economia nel rispetto dell’ambiente, per aprirci a un futuro sostenibile. La coglieremo? Ne abbiamo parlato con Ermete Realacci, storico ambientalista italiano.
Gianluca Cedolin 24 marzo 2020

Ce lo mostrano le immagini satellitari e ce lo indicano le rilevazioni, come quelle dell’Arpa: con gli aerei e le auto ferme, le fabbriche chiuse, e tutto il mondo in isolamento, l’inquinamento sta diminuendo. Un effetto destinato a esaurirsi una volta (speriamo il prima possibile) rientrata l’emergenza coronavirus? Lo abbiamo chiesto a Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente.

Secondo l’ambientalista italiano “dipende dal punto in cui ripartiremo e dalle scelte che faremo. L’Unione europea aveva preso degli impegni forti sulla riduzione delle emissioni di gas serra, quindi ci sono le condizioni per un futuro migliore. Soprattutto, come ripete da tempo, una transizione verso un futuro greenconviene dal punto di vista economico”.

Mentre la natura si riprende i propri spazi, dai canali di Venezia limpidi e navigati dai cigni ai delfini al largo di Cagliari e Reggio Calabria, ma anche le famiglie di volpi e cicogne che si aggirano per Milano, l’Italia e il mondo sono alle prese con un’emergenza sanitaria e umanitaria senza precedenti: “Non eravamo abituati ormai agli effetti che le epidemie un tempo causavano sulle vite degli uomini – sostiene Realacci – pensavamo che il mercato potesse risolvere tutto, e invece questa crisi ha intaccato la nostra onnipotenza. Per questo, quando ne usciremo, “dovremo ripartire dal Manifesto di Assisi, che ha tracciato la via per un’economia diversa, nella quale la dimensione umana diventa un fattore competitivo e fondamentale. La generazione Greta ha bisogno di risposte, non di carezze”.

Ma cosa devono fare, quindi, l’Italia e il mondo, quando usciranno dall’emergenza, per avviare una ripresa economica attenta all’ambiente? Ermete Realacci invoca una massiccia opera di sburocratizzazione. Possiamo produrre ricchezza e lavoro riducendo l’inquinamento, ma dobbiamo semplificare le norme”. Un esempio? “Nel settore dell’edilizia, che genera circa un terzo dell’inquinamento, abbiamo tantissimi vantaggi, l’ecobonus fino al 65%, il sismabonus fino all’85%, il bonus verde e tanti altri, ma ci sono troppi intoppi burocratici per accedervi”.

Dall’emergenza possiamo imparare quanto sia necessario rafforzare le politiche pubbliche, a cominciare dai settori sanitario e della ricerca. Dobbiamo orientare in maniera diversa la ricerca scientifica e l’economia, far tesoro del fatto che la coesione sia un pezzo del nostro futuro”. Certo, l’effetto rimbalzo, lo stesso che dopo la crisi del 2008 ha portato a un aumento esponenziale delle emissioni, resta un rischio credibile: “Rimane una partita aperta, sostiene Realacci, non sottovalutando che il pericolo di ricominciare necessariamente a produrre porti a una deregulation in cui tutti si sentano giustificati a emettere e inquinare in nome della crescita economica. Comunque, abbiamo tutti gli strumenti per permettere che la futura ripresa, sperando arrivi presto, sia a trazione green e rispetti l’ambiente, resta da vedere se saremo in grado di usarli o invece ripeteremo gli errori del passato.