Ridurre le emissioni degli allevamenti intensivi in Italia: Rete Legalità per il Clima presenta un’istanza all’OCSE

Lo scopo della Rete formata da giuristi e avvocati è quello di arrivare a sedersi a un tavolo con le multinazionali che controllano il settore e discutere del loro impatto sul cambiamento climatico, ma anche degli strumenti che hanno a disposizione per contenerlo.
Giulia Dallagiovanna 20 Dicembre 2021

Se transizione ecologica e riduzione della CO2 sono diventati quasi dei mantra, c'è una questione che rimane relegata ai margini: l'impatto ambientale degli allevamenti intensivi. Secondo il più recente report di ISPRA, solo in Lombardia il settore agricolo e zootecnico ha contribuito al 64% delle esalazioni di metano, all'82% di quelle di biossido di azoto e al 97% per quanto riguarda l'ammoniaca (i dati si riferiscono al 2017). A livello nazionale, il 79% dei gas serra prodotti deriva dall'allevamento. Tutte queste sostanze contribuiscono all'inquinamento dell'acqua che utilizziamo e dell'aria che respiriamo. Non solo, ma la pratica intensiva ha come conseguenza la distruzione di habitat per far posto a pascoli e monoculture, dove si producono i mangimi necessari agli animali. Stiamo parlando quindi di un ambito che contribuisce a tutti gli effetti alla crisi climatica e che dovrebbe diventare centrale nelle politiche europee sulla sostenibilità. "Al momento la normativa UE sui controlli è molto debole e non parla in modo diretto di impatto sul cambiamento climatico, ma si concentra più sui diritti degli animali e su questioni ambientali in genere", spiega l'avvocato Luca Saltalamacchia di Rete Legalità per il Clima.

L'organizzazione no profit che unisce ricercatori, giuristi e avvocati, esperti di Dritto climatico ha presentato un'istanza al Punto di contatto nazionale (PCN), che in Italia è istituito presso il Ministero dello Sviluppo Economico, rivolta alle multinazionali del settore della carne. Lo scopo è quello di verificare se le Linee Guida OCSE in materia di riduzione dell'impatto degli allevamenti intensivi vengano davvero rispettate. "Vorremmo che fossero attivati una serie di procedimenti di mediazione, in modo che le aziende del settore si debbano sedere a un tavolo per discutere del loro impatto climatico – prosegue Saltalamacchia. – Da un lato, servirà per far emergere la questione delle emissioni provenienti dalle pratiche intensive e dall'altro lato potrà essere un'occasione per parlare degli strumenti a disposizione per ridurle".

Il primo punto su cui si vuole agire è il metano, che sconta una minor visibilità rispetto alla sempre citata anidride carbonica. Ma proprio nell'ambito della Cop26 di Glasgow, la Conferenza sul Clima delle Nazioni Unite, è stato formalizzato il Global Methane Pledge, ovvero il primo accordo globale sul taglio alle emissioni di questo gas. Inoltre, secondo il rapporto Global Methane Assessment: Benefits and Costs of Mitigating Methane Emissions del Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente (UNEP), una riduzione del 45% del rilascio di metano entro il 2030 potrebbe contenere addirittura di 0,3 gradi l'aumento delle temperature, contribuendo quindi all'obiettivo +1,5 gradi previsto dagli Accordi di Parigi e confermato nel Patto di Glasgow.

"La pratica intensiva è insostenibile di per sé, quindi la migliore decisione sarebbe abolirla. Ma al momento bisogna percorrere strade alternative che consentano di ridurre il più possibile il suo impatto. Per esempio, cambiando la dieta, le quantità di cibo e lo stile di vita dei bovini in modo da facilitare i loro processi digestivi e prevenire in parte la formazione di metano che viene poi esalato. Ma anche attraverso l'utilizzo di trattamenti specifici per la gestione dell'ammoniaca. Ci sono diversi strumenti tecnologici che ci vengono incontro".

Una riduzione del 45% delle emissioni di metano potrebbe contenere di 0,3 gradi l'aumento delle temperature

Nel 2011 l'OCSE ha revisionato le proprie Linee Guida destinate alle Imprese Multinazionali, definendo principi e standard di condotta in relazione agli ambiti più delicati come la trasparenza delle informazioni, il rispetto dei diritti umani e dell'ambiente, la tutela del consumatore e l'applicazione delle conoscenze scientifiche. Nel 2018 ha poi integrato queste indicazioni con la "Guida dell’OCSE sul dovere di diligenza per la condotta d’impresa responsabile" che aggiunge una serie di azioni pratiche e procedure che chiariscono i contenuti delle linee guida. Ma, fa notare Rete Legalità per il Clima, non è dato sapere quanto le aziende del settore agricolo e degli allevamenti le stiano seguendo. Qualche mese fa hanno richiesto la condivisione di queste informazioni, e in particolare di quelle che riguardavano le emissioni di gas climalteranti e le misure per contenerle, attraverso l'invio di una pec. Non hanno ricevuto riposta.

Il 6 dicembre si sono quindi rivolti al PCN, un organismo previsto proprio dall'OCSE che ha il compito di sovrintendere sul rispetto delle linee guida. A questo punto, il PCN ha 30 giorni di tempo per valutare l'istanza e per far partire un iter che preveda la costituzione di un tavolo e una serie di incontri con le multinazionali. Ma la procedura ha i suoi tempi e potrebbe trascorrere anche un intero anno. E se le aziende non dovessero accettare l'invito? "Nessuno ha il potere di obbligarle, ma speriamo che non si tirino indietro", conclude l'avvocato Saltalamacchia.