Rinnovabili, per l’Italia è arrivata l’ora di puntare sull’eolico offshore

Grazie alle tecnologie flottanti, è possibile superare il problema, tipicamente mediterraneo, dei fondali che diventano troppo profondi a pochi chilometri (se non metri) dalla costa. Il contributo dell’eolico offshore nella riduzione delle emissioni di gas serra legate al settore energetico può rivelarsi fondamentale. “Occorre però semplificare l’iter autorizzativo”, sottolinea il presidente dell’Anev Simone Togni.
Federico Turrisi 2 Dicembre 2020

Con il lancio del Green Deal l'Unione Europea si è posta un obiettivo assai ambizioso: raggiungere la neutralità climatica, ovvero zero emissioni nette, entro il 2050. Ce la faremo? Di certo, la strada che porta alla decarbonizzazione non può prescindere da massicci investimenti a sostegno delle rinnovabili. La loro quota all'interno dei mix energetici dei diversi Stati membri è destinata a crescere sempre di più.

Tra le fonti di energia pulita, quella che mostra di avere le maggiori potenzialità è l'eolico offshore. Lo ha capito anche la Commissione Europea, che proprio la scorsa settimana ha presentato la sua strategia per le energie rinnovabili offshore. Più nel dettaglio, nel documento si ribadisce l'intenzione di incrementare la capacità eolica offshore europea dagli attuali 12 GW ad almeno 60 GW entro il 2030, e fino a 300 GW entro il 2050. Un apporto rilevante (40 GW per il 2050) dovrà provenire dallo sfruttamento del moto ondoso e delle maree e dall'impiego di tecnologie emergenti, come l’eolico e il fotovoltaico galleggianti.

L'Italia è in ritardo. Attualmente nel nostro Paese non ci sono impianti eolici offshore attivi. Abbiamo solo tre-quattro progetti, come quello al largo di Marsala, nel canale di Sicilia, oppure quello in Sardegna, a 35 chilometri dalla costa del Sulcis, che sono allo stato germinale; sono cioè in una fase ancora precedente alla predisposizione dello studio da sottoporre poi alla procedura di valutazione di impatto ambientale (Via). Nelle più ottimistiche previsioni vedranno la luce tra il 2026 e il 2030.

Facciamo però un passo indietro. Finora in Italia l'eolico offshore non si è sviluppato anche per una questione di incompatibilità con il territorio. Le nostre coste, e in generale il mar Mediterraneo, hanno infatti questa caratteristica: il fondale sprofonda a pochi chilometri, talvolta anche a pochi metri, di distanza dalla riva. E questo non permette l'installazione di aerogeneratori con fondamenta fisse (bottom-fixed). Diversamente, nei paesi del Nord Europa l'eolico offshore è una realtà consolidata, dal momento che ci sono le condizioni favorevoli al suo sviluppo: fondali bassi (parliamo di 5-10 metri di profondità) anche a parecchi chilometri dalla costa e buona ventosità.

Adesso però la situazione è diversa. Grazie all'utilizzo di piattaforme galleggianti, è possibile superare l'ostacolo rappresentato dalla profondità dei fondali e rendere l'area mediterranea più adatta alla realizzazione di parchi eolici offshore. "Le tecnologie flottanti hanno raggiunto ormai un certo grado di maturità dal punto di vista ingegneristico e non hanno più i costi esorbitanti del passato", sostiene Simone Togni, presidente dell'Anev (l'Associazione Nazionale Energia del Vento), che insieme a Kyoto Club, Legambiente e Greenpeace Italia ha aderito al "Manifesto per lo sviluppo dell’eolico offshore in Italia, nel rispetto della tutela ambientale e paesaggistica".

E per quanto riguarda il possibile impatto sugli habitat marini? "L'aspetto ambientale è centrale in fase di progettazione. Una turbina eolica bottom-fixed può arrivare anche a 40 metri di profondità ma, oltre a diventare economicamente insostenibile, andrebbe a danneggiare le praterie di Posidonia oceanica, specie tutelata in quanto svolge una funzione chiave all'interno dell'ecosistema costiero mediterraneo. Le piattaforme flottanti invece sono tenute sott’acqua con dei cavi che arrivano a profondità superiori ai 60 metri, laddove non può crescere la posidonia", spiega Simone Togni. "Inoltre, bisognerà tenere conto dei corridoi migratori percorsi dagli uccelli in primavera e in autunno. Ovviamente non si andrà costruire un impianto in una zona di transito per l'avifauna".

L'eolico offshore può dare un contributo determinante nel raggiungimento di quegli obiettivi che l'Italia stessa si è data con il Pniec, il Piano nazionale integrato per l'energia e il clima. Per il 2030 si prevede che la potenza generata dagli impianti eolici offshore sia di 900 MW. "Questa stima, però, è stata fatta dal governo prima dell’individuazione delle tecnologie flottanti. Gli obiettivi del Pniec andrebbero rivisti al rialzo e sarebbe opportuno fissare l'asticella ad almeno 3 GW ", prosegue Togni. "Una parte significativa dell’ulteriore sforzo che l’Italia deve sostenere per quanto riguarda lo sviluppo delle rinnovabili potrebbe essere coperta proprio dall’eolico offshore".

Che cosa stiamo aspettando allora? Ecco che arriviamo alle note dolenti per il nostro Paese. Il principale freno allo sviluppo dell'eolico offshore (e onshore) rimane la burocrazia. "Oggi per completare l'iter autorizzativo in Italia ci vogliono cinque anni, nonostante la normativa europea ci imponga di stare dentro due. Qual è la situazione paradossale che si viene a creare? Comincio a sviluppare un impianto eolico e ci impiego cinque anni. Ma al quinto anno gli aerogeneratori scelti magari sono già obsoleti e non li posso sostituire, a meno che non rifaccio tutto l’iter autorizzativo. È un cane che si morde la coda", conclude Togni.

La nuova Red II, ossia la direttiva UE 2018/2001 sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili, che l'Italia dovrà recepire entro il giugno 2021, pone l'accento proprio sulla necessità di istituire procedure autorizzative semplificate e rapide. La speranza è che la nuova direttiva europea possa essere da stimolo per un reale cambio di passo nel nostro Paese per quanto riguarda il settore delle rinnovabili. La transizione energetica non può più aspettare.