Afantasia: la condizione di chi non riesce a immaginare, sognare e ricordare

L’afantasia è l’incapacità di visualizzare consciamente qualcosa. Chi è affetto da questa malattia sperimenta una sorta di cecità psichica: non riesce a rappresentarsi un luogo, una persona, una scena, se non si trova fisicamente davanti ai suoi occhi.
Dott.ssa Samanta Travini Dottoressa in Psicologia Clinica
7 agosto 2020 * ultima modifica il 14/09/2020

Ad alcune persone, la capacità di visualizzare quello che passa loro per la mente manca del tutto, o quasi: per loro una parola non può assumere alcuna forma, come se l’occhio della mente fosse completamente cieco. Gli scienziati hanno riconosciuto da pochissimo questa condizione neurologica, e le hanno appena dato un nome: afantasia (aphantasia).

L’afantasia è un disturbo che colpisce il 3% della popolazione mondiale e che determina l’incapacità di trattenere immagini visive nella propria mente. Afantasia significherebbe esattamente il contrario della parola greca phantasia, con la quale Aristotele definiva il potere dell’immaginazione della mente umana.

L'afantasia, come suggerisce il nome, identifica una mancanza di immaginazione, vale a dire"l'incapacità di formare immagini mentali". Chi è affetto da questa malattia sperimenta una sorta di cecità psichica: non riesce a rappresentarsi un luogo, una persona, una scena, se non si trova fisicamente davanti ai suoi occhi.

Si tratta di un’alterazione neurologica che è diventata oggetto di studi approfonditi nel 2016, nonostante se ne conoscesse l’esistenza fin dal 1840 grazie a Sir. Francis Galton.

Un po' di storia

Nel 1880 Francis Galton, pioniere della statistica e intellettuale vittoriano a 360 gradi, aprì un sondaggio tra i propri conoscenti per capire quanto vivide fossero, in media, le loro immagini mentali. Chiese loro di immaginare la scena della propria colazione, e riportare quanto fosse viva l’immagine che potevano mettere insieme. Con sua costernazione, numerosi dei suoi contatti risposero un po’ piccati che, ovviamente, “immagine mentale” era un modo di dire, e che il signor Galton dovrebbe smetterla di prendere in giro degli affermati gentiluomini. Allo stesso tempo per molti altri "vedere" il tavolo della colazione nitido in mente, come se il loro cervello proiettasse un film, era del tutto banale. Un gran numero si trova in mezzo, con qualche tipo di immagine ma sbiadita e poco dettagliata. Galton scoprì che esiste una gamma enorme di immaginazione visiva.

Però l’articolo di Galton, sia pure considerato un classico della psicologia, è stato di fatto ignorato per lungo tempo. Quasi tutti i neuroscienziati hanno dato per scontato che, sia pure in gradi diversi, tutti potessero avere immagini mentali. Probabilmente perché chi pensa per immagini – inclusi gli studiosi del cervello – non riesce a sospettare che qualcuno possa non farlo.

Com’è partita la ricerca

Soltanto a partire dal 2016 la comunità scientifica si è interessata nuovamente all’afantasia, attraverso le ricerche del Dottor Adam Zeman, psicologo cognitivo dell’Università di Exeter, che ha coniato in maniera definitiva il termine “afantasia” e ne ha esplorato la natura: in alcune persone congenita, in altre connessa a patologie pregresse o interventi chirurgici avvenuti in precedenza.

Emblematico di tutta la sequenza di scoperte è il caso di uno dei soggetti diagnosticati, un 65enne che, dopo essersi reso conto di non riuscire più a costruire volontariamente immagini mentali da quando aveva subito un piccolo intervento di angioplastica alle coronarie, decide di rivolgersi a un famoso neurologo inglese, Adam Zeman (oggi tra gli autori dello studio). Riferisce di aver sempre avuto una lucidissima memoria visiva, e di essere sempre stato in grado di ripercorrere mentalmente gli eventi, ricostruire i luoghi, visualizzare i volti delle persone come davanti a un film. Poi, d’un tratto, il buio. Nella letteratura scientifica non c’è niente di simile. Siamo nel 2005 e la storia, qualche anno più tardi, si traduce nel primo case study sull’argomento e viene ripresa, subito dopo, anche dal New York Times.

Da qui, per alcune settimane è un continuo bussare alla porta del dottor Zeman: 21 persone, letto l’articolo, si immedesimano in questa condizione e diventano il campione per uno studio più approfondito. Hanno un’unica differenza rispetto al caso riportato: sono così dalla nascita, tanto da aver pensato fino a quel momento che si trattasse della normalità.

Vengono sottoposte a una lunga serie di test e questionari con domande apparentemente molto semplici, ma in realtà assolutamente strategiche: “Quante finestre ci sono nella tua casa o nel tuo appartamento?”, una di queste. Nella maggioranza, viene riscontrato un deficit dell’immaginazione visiva volontaria, nonostante in molti casi quella involontaria (che si presenta solitamente con dei piccoli flash oppure durante il sogno), fosse ancora intatta. Due terzi delle persone testate mostrano una certa difficoltà nella memoria autobiografica. La stessa percentuale possiede, inoltre, spiccate capacità logiche, matematiche e verbali, probabilmente per un processo spontaneo di compensazione.

I nuovi studi

Una nuova ricerca pubblicata su Scientific Reports ha rivelato che questa condizione (vissuta dal 2-5% della popolazione) crea anche altre differenze cognitive.

"Abbiamo scoperto che l'afantasia non è solo associata a immagini visive assenti, ma anche a un modello diffuso di cambiamenti ad altri importanti processi cognitivi", afferma il neuroscienziato cognitivo Alexei Dawes dell'Università australiana del New South Wales (UNSW Sydney). A 667 persone (267 di loro che si sono auto-identificate con questa condizione) gli scienziati hanno presentato una serie di otto questionari su visualizzazione, memoria, sogno e risposta al trauma.

"Le persone con l'afantasia hanno riportato una ridotta capacità di ricordare il passato, immaginare il futuro e persino sognare. Ciò suggerisce che le immagini visive potrebbero svolgere un ruolo chiave nei processi di memoria", spiega Dawes. Oltre a sognare di meno, i loro sogni erano meno vividi e avevano dettagli sensoriali inferiori. "Ciò suggerisce che qualsiasi funzione cognitiva che coinvolge una componente visiva sensoriale, volontaria o involontaria, rischia di essere ridotta con questa condizione", sottolinea il neuroscienziato cognitivo Joel Pearson, direttore del Future Minds Lab dell'UNSW.

È stata riportata una diminuzione anche di tutte le altre modalità sensoriali: uditive, tattili, cinestesiche, gustative, olfattive ed emozionali. Esistono delle persone, quindi, che non riescono a creare i mondi di fantasia che costruiscono tutti. Tuttavia, così come sottolineano i ricercatori, servono ancora diversi studi per capire al meglio questa condizione.

L’origine dell’afantasia

Secondo i ricercatori, questa mancanza potrebbe essere dovuta all’incapacità del cervello di costruire modelli associativi legati a quello che vediamo. In genere, ogni stimolo visivo ha un impatto sul nostro cervello, un’impronta che genera un modello, una sequenza, una forma a cui si fa ricorso quando vogliamo ricordare qualcosa.

Il cervello delle persone con afantasia non è in grado di creare modelli visivi associati alle immagini viste o alle esperienze vissute. Si tratta di una sorta di cecità parziale, per cui i nostri occhi interiori non captano quello che c’è fuori e non possono riprodurlo all’interno della mente.

Le cause

Le cause di questa sorta di cecità dell’immaginazione sono ancora tutte da capire, anche se è probabile che i circuiti cerebrali coinvolti giochino un ruolo fondamentale in moltissimi processi quotidiani. La memorizzazione, la creatività, ma non solo: tutte le attività che coinvolgono simultaneamente aree della corteccia frontale e alcune regioni posteriori del cervello e che sembrano poggiare proprio sul nostro archivio di conoscenze acquisite con la visualizzazione.

Quello che gli scienziati oggi ipotizzano è un legame con la sinestesia, una sorta di confusione nella percezione sensoriale degli stimoli, e con la prosopagnosia, un deficit del sistema nervoso che rende difficilie riconoscere i tratti d’insieme dei volti delle persone, e quindi riconoscerle.

Probabilmente la risonanza magnetica funzionale (la cosiddetta fMri), che ci permette di visualizzare la mappa dinamica del cervello in tempo reale, proprio mentre siamo coinvolti nelle esperienze o siamo concentrati in precise attività, potrà dare un contributo fondamentale nel capire questa disfunzione. Questo, perlomeno, secondo i ricercatori che hanno condotto lo studio. Sarà inoltre di sicuro necessario ampliare il numero dei partecipanti ed effettuare indagini su larga scala, il che consentirà di calcolare con maggior precisione l’incidenza del fenomeno, capire se vi è un nesso familiare tra i casi, valutare se vi siano dei sottotipi del disturbo, studiarne gli effetti sull’umore e la personalità.

Come si vive?

La vita per le persone affette da afantasia non è limitata. L’individuo può relazionarsi, essere indipendente in ogni aspetto della sua esistenza, lavorare e avere successo come qualunque altro. Tuttavia, sa che gli manca qualcosa.

  • Chi soffre di afantasia è incapace di ricordare sotto forma di immagini e non può rievocare volti; questo è causa di profondo malessere.
  • Se la maggior parte di noi trascorre moltissimo tempo immerso nei propri pensieri immaginando e saltando da un’immagina all’altra, le persone con afantasia non riescono neppure a sognare.
  • A risentire maggiormente di questa condizione sono le persone che hanno iniziato a soffrirne a causa di un incidente o una lesione cerebrale; in questo caso il deficit è ancora più complesso.
  • È stata accertata la relazione tra questo deficit neurologico e la prosopagnosia (difficoltà nel riconoscere i volti) e con i problemi di orientamento.

Il trattamento

Al giorno d’oggi non esiste un trattamento per l’afantasia. Sebbene convivere con questo deficit non limiti sotto quasi nessun aspetto la quotidianità di chi ne soffre, è curioso sapere che le persone a cui è stata diagnosticata hanno affermato di sentirsi diverse e che in loro manca qualcosa.

Laureata in psicologia clinica dello sviluppo e neuropsicologia, ha lavorato in contesti educativi, sociali e nei servizi psicologici di base, maturando altro…