Come gestire l’emergenza coronavirus con i figli. Lo abbiamo chiesto allo psicologo

Le misure precauzionali prese per contrastare la diffusione del coronavirus ci mettono di fronte a tutte le responsabilità di genitori nei confronti dei figli. Non si tratta solo di essere con loro il più onesti possibile, ma di insegnare loro anche a gestire l’incertezza e quella paura, sana e controllata, che alla fin fine ti spinge a lavarti le mani.
Gaia Cortese 7 marzo 2020
Intervista al Dott. Michele Facci Psicologo

Tra le notizie divulgate da quotidiani e telegiornali e la chiusura prolungata delle scuole, gestire le domande e i dubbi dei bambini non è sempre facile. Abbiamo quindi rivolto alcune domande al Dottor Michele Facci, psicologo, per comprendere meglio gli effetti psicologici di questa emergenza, su bambini e ragazzi.

Come spiegare ai bambini quello che sta succedendo senza trasmettergli ansie e preoccupazioni?

Ricordiamoci che quello che sta succedendo serve per evitare che ci siano ansie e preoccupazioni. Stare a casa da scuola può ridurre la diffusione del virus e il solo fatto di ridurre il problema già di per sé è tranquillizzante. Glielo si può spiegare con un semplice esempio: quando un bambino ha il raffreddore è meglio che stia lontano dagli altri per non contagiarli. Il coronavirus si diffonde ancora più velocemente di un raffreddore e così, in questi termini, il bambino può comprendere la necessità di dover rimanere a casa da scuola senza che ci siano inutili allarmismi.

Quello che però mi sento in dovere di dire è che invece andrebbero evitate certe frasi come: “Muoiono solo le persone più anziane” oppure “Tranquillo, al massimo andiamo in ospedale”. Prima di tutto perché per il bambino le persone anziane sono per esempio i nonni, a cui è attaccato affettivamente, e perché ipotizzare di dover andare in ospedale non è comunque un modo per rassicurare il bambino.

La cosa importante invece da dire è che è un bene stare a casa per non diffondere il virus. Va poi bene insegnare la buona abitudine di lavarsi le mani, non solo ai bambini, ma anche ai ragazzi che di norma sono meno attenti. Anche agli adolescenti deve essere spiegato che alcune norme igieniche, che magari per un adulto sono ovvie, vanno comunque rispettate; in questo modo, magari, eviteranno di bere dalla stessa bottiglia, di passarsi una sigaretta e via dicendo.

Le scuole sono chiuse e potrebbero rimanerlo ancora a lungo. È possibile che questa “incertezza” sul futuro possa influire sullo stato d’animo degli studenti?

Sì e si può affrontare la questione in due punti. Punto primo, cerchiamo di comunicare solo le notizie di cui possiamo avere la certezza. Noi adulti possiamo gestire una situazione di incertezza ma, in questo caso, non serve che vengano coinvolti anche i bambini. Meglio rispondere alle loro domande in modo chiaro: “Guarda in questo momento non lo so, ma appena so qualcosa di più, te lo dico”.

"La paura non è da condannare, è legittima e anche sana, ma non deve diventare irrazionale al punto da spingerci alla paranoia".

Punto secondo, essere onesti con i bambini, dicendo loro che le cose potrebbero cambiare rapidamente proprio perché il virus ha una diffusione rapida. È importante aiutarli ad accettare una condizione di normale incertezza, questo li aiuterà anche nella vita a gestire una situazione che non è sotto controllo. Aiutiamoli quindi a tollerare anche un po' di paura perché è proprio quella paura che paradossalmente ci spinge a lavarci le mani. Non dimentichiamoci che la paura, quella sana però, è quella che ci ha aiutato ad evolverci.

A livello scolastico, bambini e ragazzi potrebbero ottenere qualche beneficio dalla situazione attuale?

Sono tra quelli che sostengono che questa emergenza offre un'occasione per favorire un’innovazione nella didattica. A livello universitario la didattica a distanza è normale; il fatto che questa cosa possa essere estesa anche ai bambini piu piccoli è senza dubbio un aspetto positivo; certo, il bambino ha bisogno anche di socialità e di tutti i benefici legati alla frequentazione della scuola, ma se da questa situazione si può arrivare ad una didattica più moderna, anche questo è un segno di evoluzione.

In famiglia come è possibile affrontare nel modo migliore questo periodo di convivenza “forzata”?

Stiamo tornando alla normalità umana. Fatta forse eccezione per gli ultimi anni, la famiglia ha sempre convissuto piu di quello che siamo abituati a fare adesso. Nella nostra genetica c’è una forma di socialità innata, che ci fa sentire attaccati alla famiglia e ci fa vivere bene nell'ambito familiare. Dobbiamo solo iscoprire il contatto umano che non è piu "dove parcheggio i figli", ma è "sto a casa e ne approfitto per dare spazio non solo agli impegni, ma a tutte le variabili umane che possono essere un abbraccio in più, un film da vedere insieme o uscire a fare due tiri con il pallone dove c’è un canestro".

Sempre con gli adeguati accorgimenti, la convivenza "forzata" può essere un'occasione per riscoprire la bellezza in famiglia, senza vederlo solo come impegno altrimenti ne percepiremmo solo gli aspetti negativi. Sempre piu ricerche sostengono poi che lo smartworking ci permette di lavorare meglio e di  investire più tempo in noi stessi e di conseguenza nella famiglia.

Questo momento offre la possibilità di riflettere sotto tanti punti di vista. Abbiamo finalmente compreso che i confini non esistono. I virus passano perché le persone valicano i confini come conseguenza del continuo viaggiare. I confini lasciano quindi il tempo che trovano. Abbiamo poi compreso quanto sia importante investire nella sanità e nella formazione, i due sistemi che con la diffusione del coronavirus, sono saltati in aria. Un vero e proprio stress test che stiamo superando con una certa fatica. E poi c'è il lavoro che, forse dopo questa esperienza, capiremo che si può gestire molto meglio con le tecnologie.