Coronavirus, medici e infermieri a rischio burn-out. Lo psicologo: “Trovate il tempo per staccare la mente”

Inadeguatezza, stress, paura e preoccupazione. In questa emergenza medici e infermieri devono fare i conti con il rischio di andare in burn-out, rischiando così di diventare loro stessi pazienti. Ne abbiamo parlato con lo psicologo Michele Facci.
Gaia Cortese 14 marzo 2020
Intervista al Dott. Michele Facci Psicologo

Non solo turni infiniti e ritmi insostenibili. Alla stanchezza di medici e infermieri impegnati nell’emergenza Covid- 19 si aggiunge il rischio di totale burn-out. Tant’è che all’ospedale San Giovanni Bosco di Torino è stato attivato un servizio di supporto per il personale. Sedute brevi, ma indispensabili per gestire il profondo senso di disagio, la paura e la preoccupazione di chi lavora nelle rianimazioni e nei pronto soccorso. Ne abbiamo parlato con lo psicologo Michele Facci.

Qual è il carico psicologico che devono affrontare i medici e gli infermieri coinvolti nel contenimento di questa epidemia?

Intanto direi anche al di fuori di questa emergenza le figure sanitarie sono esposte molto di più al rischio del cosiddetto “burn out”. Il concetto è che posso reggere alcuni livelli di stress, anche molto alti, se riesco a recuperarli. Se il livello di stress è troppo alto, crea dei danni e, se vado in burn out, non riesco più a lavorare.

In questa emergenza coronavirus i tempi di ricarica, di rilassamento o di svago sono annichiliti e possono verificarsi due situazioni: da una parte i medici, gli infermieri e gli OSS che fanno turni normali, simili a quelli antecedenti all’emergenza, si ritrovano comunque con uno stress più alto perché arrivano a casa dove non hanno spazio per lo svago perché sono bombardati dall’allarme lanciato di continuo dai media; dall'altra, quelli che invece non riescono a mantenere i vecchi turni, ma sono costretti a dare più cambi perché non c’è personale, o perché sono in prima linea, o ancora perché hanno pazienti in emergenza, hanno un problema triplo.

Non riescono a staccare e il carico di lavoro sempre più alto sconvolge il loro ritmo di stress-riposo. Oltretutto quelli che coprono anche i turni notturni hanno un danno a livello psicofisico: possono essere allenati, ma pur sempre nel rispetto di turni di lavoro regolari.Il burn out è un rischio gravissimo per la persona, ma anche per il sistema sanitario, perché se un medico va in burn out non è più in grado di lavorare e da medico passa a essere un paziente. Si tratta a tutti gli effetti di un esaurimento, che in questa situazione, può avere un forte impatto sul sistema sanitario.

Spesso viene avvertito anche un senso di inadeguatezza…

L’inadeguatezza non deve essere avvertita dai medici, casomai in questo momento è un problema della scienza. Il messaggio che deve arrivare è che il medico non è Dio: è il sistema ad essere inadeguato e il coronavirus è un nuovo nemico e serve tempo per conoscerlo al meglio. Il medico non deve confondere la situazione generale con un problema suo. Non bisogna responsabilizzarsi troppo. Lo stesso discorso vale per i posti letto: non è colpa dei medici se mancano, usciamo dal senso di colpa personale e proviamo a considerare la situazione più in un’ottica di sistema.

Oggi i medici hanno addosso una pressione altissima. Se manca una mascherina sembra che la colpa sia del medico. Anche l’ospedale di Codogno è stato fortemente attaccato ingiustamente, ma l’unico errore che può esser stato fatto è forse quello di aver reso partecipi gli italiani del problema etico che un medico affronta ogni volta che è costretto a scegliere quale di due pazienti ha maggiori probabilità di vita. Ecco, forse è stata una scelta un po’ infelice far venire fuori questo tema, in questo momento.

In verità, anche noi psicologi, oggi riceviamo centinaia di richieste al giorno, e inevitabilmente dobbiamo dare la priorità a persone che si stanno scompensando perché sono a rischio psicosi. Purtroppo fa parte di chi si occupa della sanità. E anche noi veniamo attaccati, ma non riusciamo a fare tutto in questa emergenza.

Come si può gestire questo stress?

Bisogna staccare assolutamente la spina dalle informazioni dei media quando non si è al lavoro. Bisogna riposare e se si hanno problemi di insonnia, si può cercare aiuto con sostanze naturali come la valeriana per esempio. Dobbiamo darci un tempo, si chiama proprio tecnica del timing, vale a dire che se ho 12 ore libere, dedicherò al massimo un'ora per l'informazione.

Non concedersi di staccare la spina  significa mandare in sovraccarico cognitivo la nostra mente, e si rischia di tornare al lavoro ancora più in agitazione, anche perché un medico o un infermiera con livelli di stress accettabili è piu performante.

Le persone in prima linea non si proteggono o aiutano solo con i camici e le mascherine, ma anche con uno spazio di recupero.

Se possiamo fare qualche cosa per chi è in prima linea, è far arrivare il nostro sostegno: dalla raccolta fondi ad una pizza offerta o al favorire un momento di svago per medici e infermieri. Sono tutte azioni che possono alleggerire la mente. L'organismo può infatti reggere il cortisolo, l'ormone dello stress, ma l'aumento o il calo di questo ormone deve essere una curva che va su e giù, altrimenti il corpo può avere delle conseguenze somatiche. Un altro suggerimento è quello di trovare il tempo per mangiare, non appena c'è la possibilità di fermarsi. Le persone in prima linea non si proteggono o aiutano solo con i camici e le mascherine, ma anche con uno spazio di recupero.

Come si può combattere il senso di solitudine?

I medici indossano un'uniforme che li uniforma tutti quanti. In questo momento hanno addirittura i loro nomi scritti a penna sui paraschizzi perché protetti come sono, sono irriconoscibili. Il coronavirus ha tolto ai medici la propria identità, ci stiamo isolando tutti. È vero che non sono soli dove operano, ci sono sempre i colleghi, ma di certo in corsia non passano il tempo a chiacchierare.

Alcuni medici non tornano a casa in famiglia Una misura eccessiva? Non credo, io li capisco.

E poi c'è il senso di isolamento anche dalla società, quando stiamo bene ci dimentichiamo di quanto sia importante il lavoro di medici e infermieri, e ce ne ricordiamo solo se stiamo male. Ecco questo momento ci deve far riflettere sulle nostre responsabilità nei confronti del sistema sanitario. Dovremmo innanzitutto chiedere scusa rispetto al fatto che spesso si è andati contro la scienza e fare una promessa: ci ricorderemo di medici, infermieri e OSS anche quando finirà la pandemia, ma questi sono più consigli per la popolazione.

Il senso di solitudine si può combattere stando vicini alla famiglia anche con l'ausilio della tecnologia; esiste skype, facebook, what's app e una videochiamata può essere di aiuto anche durante il turno di lavoro, se possibile. Anche staccare solo un minuto per stare con se stessi, aiuta a reggere meglio lo stress, si chiama mindfullness, anche un solo minuto può aiutare, altrimenti si rischia di non reggere.

Questo stress può essere paragonato a quello che vivono le persone coinvolte in prima linea in una guerra?

L'unica differenza è che in prima linea in guerra hai paura di morire all’improvviso, anche se è vero che il coronavirus non fa troppi sconti e si può morire in pochi giorni. Di sicuro anche il virus è un’arma. Non so si sia proceduto in tal senso, ma sono contento di aver letto che sarebbe stato imputato dell’ipotesi di tentato omicidio alla persona quell'uomo di Napoli che, in coda per fare un tampone, ha sputato in faccia a un medico.

Dovrebbe essere così perché si tratta di contaminazione biologica che può portare a rischio di morte un individuo. D'altronde siamo un popolo "vecchio" e anche i nostri medici non sono così giovani. Sicuramente è una trincea, dove non ho paura della pallottola, ma sì di ammalarmi e di portare a casa quel contagio. Alcuni medici non tornano a casa in famiglia Una misura eccessiva? Non credo, io li capisco.