Dal Blue Whale a Jonathan Galindo: come proteggersi da sfide e adescatori in Rete. Intervista alla psicologa Giulia Tomasi

Vittime di sfide online, giochi rischiosi e malintenzionati. Sono bambini e ragazzi di età compresa tra i 10 e i 14 anni, troppo spaventati per riuscire a confidare le proprie paure e uscirne senza farsi male. La dottoressa Giulia Tomasi, psicologa psicoterapeuta dell’associazione A.M.A. di Trento ci spiega quali sono gli strumenti per contrastare questo fenomeno.
Gaia Cortese 6 Ottobre 2020
Intervista a Dott.ssa Giulia Tomasi psicologa psicoterapeuta ad orientamento costruttivista presso associazione A.M.A di Trento

Dopo il Blue Whale, arriva Jonathan Galindo. Un personaggio che prende le sembianze dello sbadato amico di Topolino, Pippo, ma che di amichevole ha ben poco. "Vuoi giocare con me?" è la sua richiesta di amicizia che può arrivare su Instagram, Facebook o Tik Tok. Il gioco è semplice: se accetti la richiesta di amicizia, ricevi un link che ti propone di entrare in un gioco dove vengono proposte sfide e prove di coraggio, che però possono avere risvolti anche molto gravi.

In realtà, navigando in Rete, di profili di questo tipo se ne trovano moltissimi. Alcuni anni fa, a far parlare molto di sé era stata la Blue Whale Chellange, molto diffusa in Russia, che arrivò a contare oltre cento vittime.

Abbiamo voluto approfondire questa tematica con la Dottoressa Giulia Tomasi, psicologa psicoterapeuta ad orientamento costruttivista presso l'associazione A.M.A di Trento.

Navigare in Rete sta diventando troppo pericoloso?

Secondo me è importante fare una discriminazione tra challenge, ossia il mondo delle sfide dei ragazzi online, che hanno senza dubbio un risvolto rischioso nei ragazzi già in difficoltà, e la presenza di veri e propri adescatori in Rete.

Nel caso di Napoli non avevamo a che fare con un ragazzo o una famiglia in difficoltà, ed è difficile pensare che sia stata solo una sfida a portare un bambino di 11 anni a suicidarsi; è più probabile che dietro ci sia stato un adescatore online. In questo caso non si tratta più di uno scherzo o un gioco senza controllo, ma di una persona malintenzionata che nel lungo periodo arriva a manipolare bambini e ragazzi.

La manipolazione online avviene molto lentamente, per questo è più subdola e difficile da riconoscere. Il rischio di vedere un ragazzino che sta bene e che arriva al suicidio può essere un caso su un milione, ma rimane comunque un problema da evitare. Dai messaggi che questo bambino ha lasciato ai genitori, si percepisce un forte senso di paura. La prima cosa da fare dovrebbe essere quella di confidarsi con i genitori, ma questo ragazzino non è riuscito a farlo e il suo silenzio o la sua vergogna fanno più pensare ad un adescamento continuativo nel tempo. Non è così difficile che accada: anche nelle chat dei video è facile scambiarsi il numero di What's App, e quelli che inizialmente possono sembrare degli amici poi possono diventare molto pericolosi.

Prima c'è una sorta di grooming, in cui l'adescatore coltiva una pseudo-amicizia con la vittima; poi arrivano le richieste di portare a termine piccole sfide,di fare dell'autolesionismo piuttosto che altre piccole cose come stare sveglio di notte. Infine, il plagio: l'adulto si rivela adulto e inizia a minaccia il minorenne. Gli adescatori sono persone che magari ti dicono di aver installato un programma nel tuo computer che è in grado di sapere se dici una verità o una bugia; a esserne vittime sono anche gli adulti, spesso ricattati, completamente soverchiati dall’adescatore, tanto da non riuscire a vedere una via di uscita.

Quali possono essere i campanelli di allarme da riconoscere?

È importante capire che non è che basta un attimo di distrazione perché succeda la tragedia. Non è che arriva una sfida e si è pronti a lanciarsi nel vuoto. Non funziona cosi. Il caso di Napoli potrebbe davvero rivelare un adescamento in Rete. In questi casi, per prevenire qualsiasi tragedia, bisogna conoscere gli amici virtuali del proprio figlio. Questo avviene anche nel mondo reale: è normale chiedersi con chi escano i nostri figli, chi frequentino, chi siano i genitori degli amici frequentati. Interessarsi del mondo virtuale è necessario, perché le ripercussioni nella realtà fisica ci sono. Non si tratta di diventare degli esperti di informatica, ma solo di porre delle domande relazionali semplici.

Poi ci sono degli atteggiamenti in particolare, come la chiusura all'esterno, il fatto che il ragazzo diventi evasivo e sembri preoccupato: sono tutti sintomi per cui stare all'erta. I genitori non devono fermarsi davanti al "non voglio parlare" del figlio ma, senza essere troppo invadenti, devono fargli presente che sono sempre disponibili ad ascoltarlo e che, come genitori, lo amano a prescindere da tutto.

È giusto fare capire che si è preoccupati, ma che insieme si può trovare una soluzione, perché tutti sbagliamo. Questo messaggio è importante da trasferire perché molto spesso gli errori commessi dai più giovani vengono percepiti da loro stessi come imperdonabili, ed è questo che li chiude nel silenzio e non li fa confidare con nessuno. Noi adulti invece, sappiamo che certe cose si superano comunque, e dobbiamo trasmettere questa fiducia anche ai ragazzi, anche perché i giovani tendono a pensare che "oggi è per sempre", ma noi ci siamo già passati e dobbiamo dire che non è così: c’e sempre un domani.

I bambini più colpiti hanno un'età compresa tra i 10 e i 14 anni. È un’età particolarmente vulnerabile?

C’è un passaggio delicato alla preadolescenza e all’adolescenza. È il momento in cui i ragazzi devono affrontare dei compiti evolutivi: c'è una tendenza a svincolarsi dai genitori, devono trovare se stessi, aumentano gli investimenti sul gruppo dei pari e tante aspettative vengono spostate sui coetanei. Non solo. Parallelamente, questa è l’età in cui i genitori iniziano a cedere di più alle loro richieste. Se infatti il bambino più piccolo non utilizza di norma i social network, con l’ingresso alle scuole medie, è normale che un ragazzo chieda di utilizzarli perché "ce li hanno tutti". Di conseguenza aumentano gli strumenti messi a disposizione dei ragazzi e tutto questo crea un mondo per loro nuovo e diverso.

In passato le cose andavano meglio?

In un certo senso sì, ma si tratta comunque di percorsi, di processi che non sono nati adesso. Una volta il problema era l’uso di particolari sostanze come la prima sigaretta, il primo spinello, oppure il problema era la lite, la fuga di casa: erano tutti sintomi di tipo esplosivo. Oggi invece i problemi vanno ricercati nell’implosione: il genitore deve andarseli a cercare, deve essere in grado di notare manifestazioni diverse, a cui il mondo degli adulti non è preparato, perché le vede per la prima volta in questi anni.

Ecco perché ci sono diversi progetti di aiuto per andare incontro a ragazzi e adulti. Oltre alla piattaforma nazionale Youngle, in Trentino è stata sviluppata la rete di ascolto e di sostegno Tra di Noi Youngle Trento: si tratta di una piattaforma dove i ragazzi possono scrivere in anonimo, dove possono confrontarsi con i volontari se per esempio nutrono dei dubbi sulla persona con cui si scambiano messaggi online. I volontari, giovani e debitamente formati, sono sempre disponibili per rispondere e per ascoltare disagi, paure e timori. Sono ragazzi giovani che ricoprono un po' il ruolo di un fratello o una sorella maggiore, con cui ci si può confidare liberamente; una piattaforma di questo tipo è uno strumento davvero bello perché è una sorta di passaggio intermedio: non si è costretti a rivolgersi subito a mamma o papà, ma si può trovare un interlocutore con cui provare meno vergogna nel confidarsi, e nello stesso tempo, non si rimane isolati.