“Dove ci sono i combustibili fossili, c’è la guerra”. Verso il Climate Strike del 25 marzo 2022 con Laura Vallaro, portavoce di Fridays For Future

Il 25 marzo scenderanno in piazza in circa 80 città italiane, in una giornata che vedrà in tutto il mondo mobilitazioni per la giustizia climatica e contro la guerra. Il 25 marzo tornano a manifestare attiviste e attivisti di Fridays For Future, il movimento ambientalista nato dagli ‘scioperi per il clima’ di Greta Thunberg. Abbiamo intervistato Laura Vallaro, una delle portavoce.
Michele Mastandrea 24 Marzo 2022
Intervista a Laura Vallaro Portavoce nazionale Fridays For Future

Dopo due anni di pandemia, mentre infuria in Europa un conflitto che fa parlare tantissimo anche di crisi climatica e ambientale, i giovani di Fridays For Future tornano in piazza. Il 25 marzo vogliono sottolineare l'importanza di continuare la battaglia per la tutela del pianeta.

Crisi energetica, guerra, finanza climatica, disparità sociale. Questi i temi delle manifestazioni in programma per il nuovo Sciopero globale per il Clima del 25 marzo 2022. E nel mirino, c'è anche la Cop27, che si svolgerà dal 7 al 18 novembre a Sharm El-Sheikh, in Egitto. Abbiamo intervistato Laura Vallaro, una dei sei portavoce nazionali del movimento, per farci raccontare i temi della giornata.

Perché Fridays For Future torna in piazza il 25 marzo?

Perché la crisi climatica continua a non essere trattata come tale, come si è visto anche all'ultima Cop26 di Glasgow. Basti pensare al fatto che le promesse dei leader non erano sufficienti neanche per rispettare gli Accordi di Parigi, e che non ci sono state nel frattempo azioni drastiche, necessarie per la riduzione delle emissioni. Ovviamente c'è poi il tema della guerra in Ucraina, profondamente legata all'uso dei combustibili fossili, come ci hanno raccontato anche alcuni attivisti ucraini costretti a lasciare il loro paese.

Esiste per voi dunque un legame tra guerra e crisi climatica?

La Ue dall'inizio della guerra ha già pagato oltre circa 15 miliardi di euro alla Russia per i suoi combustibili fossili. Se continua a pagarla, continua a finanziare il conflitto. Mentre intanto dice di voler supportare l'Ucraina. Il legame tra i conflitti armati, tra tutti i conflitti armati (non solo quello in Ucraina), e la crisi energetica ci fa capire che dove ci sono i combustibili fossili c'è la guerra. Vogliamo allora che si smetta di alimentare i conflitti e allo stesso tempo la crisi climatica: che poi è una guerra a noi stessi, una guerra al pianeta.

A novembre ci sarà poi la Cop27 in Egitto. 

Bisogna dire che queste Conferenze potrebbero essere utili, però serve che venga presa sul serio la scienza del clima. Sempre a Glasgow abbiamo visto come l'analisi delle cause e degli effetti della crisi climatica è stato davvero annacquato, a causa dei grandi interessi della lobby dell'energia fossile, che era la più grande delegazione al meeting. È chiaro per noi che il modo in cui funzionano le Cop da quasi 30 anni è stato un fallimento, è importante riconoscerlo. Proprio per questo scendiamo in piazza: bene le conferenze, ma non sono necessarie per prendere subito azioni drastiche e necessarie.

Uno degli slogan che usate è "People not Profit".

Crisi climatica significa anche che le vite delle persone sono ritenute meno importanti del profitto da parte delle grandi compagnie e del potere politico. La giustizia climatica deve essere messa al centro delle trattative. Si parla tanto in occasione di eventi come le Cop del ruolo della finanza climatica, a partire dal cosiddetto Green Fund che fin dal 2012 prevedeva 100 miliardi all'anno di trasferimenti dai Paesi più ricchi a quelli più poveri. Questo obiettivo non è stato ancora raggiunto, ed è un esempio di come queste conferenze falliscano nell'affrontare la crisi alle radici e in modo equo.

Nel testo che lancia i cortei del 25 marzo parlate molto dell'importanza dei ‘risarcimenti climatici'.

Sì, perché nel mondo vediamo persone di serie A e di serie B, alcuni valgono più di altri. All'interno del modo in cui parliamo della crisi climatica vediamo le ingiustizie, le disparità tra Paesi e all'interno dei Paesi. Parliamo non solo di Nord e Sud globale, ma di Mapa, ovvero ‘Most Affected People and Areas': a livello globale vediamo che in Africa, in America Latina, nel Sud dell'Asia, c'è chi è meno responsabile della crisi ma ne paga maggiormente le conseguenze. Si chiede a queste persone di fare le stesse azioni che dobbiamo fare noi per tutelare il pianeta. Ma l'obiettivo europeo emissioni zero al 2050, per fare un esempio, è ingiusto per Paesi che hanno problemi nello sviluppo dell'economia, oppure dei sistemi sanitari: spesso non se ne tiene conto.

C'è una disparità che va dunque affrontata?

Sì, ed è qui che deve agire la finanza climatica. Almeno quei 100 miliardi – che sono il minimo indispensabile – vanno garantiti se guardiamo ai danni dovuti ai cambiamenti climatici che ci sono e a chi ne porta le principali responsabilità. Bisognerebbe però stanziare molto di più in termini di finanziamenti. Non parliamo di prestiti da restituire, ma proprio di finanziamenti a fondo perduto che possano dare alle comunità la possibilità di sviluppare i loro progetti nel tempo.