Cos’è il green grabbing, e perché la transizione ecologica deve essere equa e sostenibile

Anche il nobile obiettivo della transizione ecologica può essere ‘sfruttato’ per riproporre pratiche coloniali, che privatizzano beni comuni come sole e vento. In occasione della Giornata Mondiale dell’Africa 2022, parliamo del green grabbing, ovvero di tutte quelle azioni con cui le risorse naturali del continente vengono appropriate da aziende, banche e fondi di investimento per realizzare progetti ‘green’, ma assolutamente iniqui, non sostenibili e non indirizzati al benessere delle popolazioni locali.
Michele Mastandrea 25 Maggio 2022

Oggi, 25 maggio, è la Giornata dell'Africa. Si celebra la nascita dell'Unione Africana, creata nel 1963 con il nome di Organizzazione dell'Unità Africana. Erano tempi di liberazione degli Stati africani dal dominio coloniale dei Paesi europei, indipendenza che veniva sancita dalla creazione della prima organizzazione politica comune continentale.

A quasi sessant'anni da quel giorno, l'Africa si trova ancora a dover gestire enormi sfide. Economiche, sociali, politiche, ambientali. Tra queste ultime, c'è senza dubbio quella legata agli effetti del Climate Change, che colpisce duramente il continente. La lotta al riscaldamento globale, così come l'esigenza di una rapida transizione ecologica, è un tema allo stesso tempo scientifico e politico. In cui spesso il passato rapporto coloniale riemerge in superficie.

Di chi sono sole e vento

Più volte ti ho parlato degli effetti del global warming sul continente africano. In particolare, dell'aumento della desertificazione, delle ondate di siccità, degli eventi climatici estremi. Per affrontare queste problematiche, come ormai sai, l'Africa non può agire da sola. La riduzione delle emissioni climalteranti deve essere globale e coordinata per avere effetto, e in questo anche la finanza climatica, secondo il principio della responsabilità comuni ma differenziate, gioca un ruolo fondamentale. Dalla prossima Cop27, in programma proprio in Africa, si attendono passi in avanti su questo fondamentale aspetto.

La stessa transizione globale alle fonti rinnovabili, della cui esigenza ormai siamo tutti d'accordo, deve avvenire in maniera equa e sostenibile. E senza creare nuovi meccanismi coloniali, che si sostituiscano a quelli del passato. Sarebbe infatti ingiusto che le risorse naturali a disposizione dell'Africa, come ad esempio il sole e il vento, non venissero sfruttate in primis dalla popolazione locale.

Il green grabbing

Per questo oggi ti parlerò del green grabbing, ovvero di quella serie di azioni che diversi studiosi hanno definito pratiche di appropriazione di risorse naturali a fini ambientali. Azioni in stile coloniale, nascoste però sotto una nuova facciata…'sostenibile‘.

Uno dei primi a usare il termine ‘green grabbing' fu il giornalista John Vidal nel 2008, che iniziò a descrivere il fenomeno in un articolo pubblicato sul Guardian. Questo termine si lega a un'altra parola, che ormai credo ti sia ben nota: greenwashing. Patrimonio di tante aziende e di tanti enti, significa provare a costruirsi un'immagine all'insegna della tutela del pianeta, differente però dai propri reali comportamenti.

I problemi dello sviluppo verde

Molto spesso, la stessa volontà di abbandonare le fonti fossili viene sbandierata e poi in realtà non effettivamente compiuta. Un comportamento comune a molte aziende energetiche, banche e fondi d'investimento, che da un lato si dicono determinati a investire sulle rinnovabili e dall'altro continuano a sviluppare progetti legati alle fossili.

Ma la stessa costruzione di mega impianti rinnovabili a volte crea dei problemi sulle popolazioni locali, che vanno quantomeno discussi. Un esempio di green grabbing secondo alcuni è la centrale solare di Noor-Ouarzazate, in Marocco. Definita, non senza ragione, una grande possibilità di sviluppo per il Paese nordafricano, a causa della grande quantità di energia prodotta dalle sue diverse migliaia di pannelli solari: eppure, molte critiche si sono levate nei suoi confronti.

Il complesso Noor–Ouarzazate

In primis, per lo spostamento forzato delle popolazioni che risiedevano nell'area dove è sorta la centrale, oppure per l'espropriazione di terreni fino a quel momento utilizzati per l'agricoltura e l'allevamento (per esempio dalle tribù nomadi). Altre critiche sono arrivate al maxi-progetto per il grande indebitamento che il Marocco ha dovuto contrarre per realizzarlo. Indebitamento che potrebbe avere effetto nei prossimi anni sull'economia locale, esponendo il Paese a dover contrattare finanziamenti da altri Paesi, in classico stile coloniale.

Lo sfruttamento di una risorsa come il sole deve dunque provocare benefici in primis alle popolazioni che abitano nei luoghi dove si costruiscono gli impianti. E non soltanto alle aziende che li gestiscono, o ai consumatori finali dell'energia, magari residenti in aree più ricche del mondo. L'Africa da anni combatte infatti contro futuri progetti legati alla transizione energetica di cui però non è la prima beneficiaria.

Un altro esempio è il progetto della centrale solare ‘TuNur', in Tunisia, finanziato anche da capitali esterni al continente, che una volta a regime esporterebbe energia rinnovabile in Italia, Francia, Malta, Germania e Regno Unito. Nonostante la Tunisia debba spesso far fronte a blackout e dipenda dalla vicina Algeria per le forniture di elettricità. Un controsenso, non credi?

Una transizione equa e sostenibile

Impianti come quelli di Noor e TunUr sono figli del progetto Desertec, che proponeva di portare in Europa grandi quantità di energia rinnovabile prodotta in Africa. Progetto poi fallito per la mancanza di fondi per realizzarlo. All'interno del consorzio Desertec, devi sapere, erano presenti anche importanti aziende legate al business delle fonti fossili, come la francese Total.

Ma non solo impianti per le rinnovabili. Altre forme di green grabbing possono essere l'espropriazione di campi per la produzione di bio-carburanti, magari a scapito delle popolazioni residenti, costrette ad allontanarsi dai luoghi dove hanno sempre vissuto. La riconversione ecologica dell'economia, converrai con me, non può essere sostenibile se produce espulsioni e impoverimento.

Insomma, se il territorio utilizzato per la transizione ecologica è sfruttato contro le popolazioni locali, il rischio è di ricadere in una versione innovativa del cosiddetto land-grabbing, l'espropriazione di terre a fini di profitto, tipico del periodo coloniale europeo in Africa. Ma con una maschera ‘green', che senza dubbio non è ‘sostenibile'.

Lo sviluppo – necessario! – delle energie rinnovabili e della transizione ecologica deve dunque essere equo. Soprattutto per l'Africa, il minore inquinatore globale, ma anche l'area del mondo che subisce di più le conseguenze di un modello di sviluppo nocivo e spesso ancora di stampo coloniale.