Hai mai avuto un dèjà-vu? Sai cosa provoca quella sensazione di “già vissuto”?

Il deja-vu (déjà-vù), dal punto di vista etimologico, deriva dalla lingua francese e significa: “già visto”, e consiste in un disturbo di natura psicologica e neuropsicologica caratterizzato da una insolita ed incredibile sensazione di aver già vissuto determinati avvenimenti o situazioni non ancora accaduti, di essere già stati in un luogo o ambiente in cui non si è mai stati prima ad ora, e di aver già visto animali e/o persone che non si ha mai incontrato e conosciuto nella propria vita.
Dott.ssa Samanta Travini Dottoressa in Psicologia Clinica
28 agosto 2020 * ultima modifica il 28/08/2020

Il fenomeno del déjà vu si identifica con la sensazione dell’aver già vissuto una certa esperienza o di aver vissuto già qualcosa in passato. Di fatto il termine, che proviene dal francese, significa “già visto” e intende il fatto di credere vera una percezione non reale, visto che di solito si tratta di esperienze nuove.

Che cos'è

Il déjà vu è un fenomeno che colpisce la stragrande maggioranza delle persone. Tutti o quasi tutti, hanno avuto la sensazione di vivere una determinata situazione una seconda volta, sebbene non fosse mai realmente successo. Si stima che la fetta della popolazione colpita vari tra il 30% e il 96%.

Il déjà vu è una sensazione che si verifica occasionalmente in un lasso di tempo che va dai 10 ai 30 secondi. Sono considerati allucinazioni, o falsi ricordi e si verificano quando facciamo, diciamo o vediamo qualcosa che ci dà la sensazione di averlo visto o fatto prima, ma che, in realtà, non è mai accaduto. In psicologia, il nome ufficialmente déjà vu si riferisce al prodotto di reazione psicologica di una memoria compromessa, a causa della quale una persona crede di ricordare erroneamente degli eventi. Il déjà vu è una normale sensazione di temporanea estraneità di aver vissuto lo stesso momento nel passato.

Coloro che hanno provato questo sentimento lo descrivono come un travolgente senso di familiarità con qualcosa che non dovrebbe assolutamente essere familiare. Ad esempio, supponi di recarti in Inghilterra per la prima volta. Stai visitando un museo e all’improvviso sembra che tu sia già stato in quel posto prima. O forse stai cenando con i tuoi amici, discutendo di un argomento politico attuale e hai la sensazione di aver già sperimentato questa cosa: gli stessi amici, la stessa cena, lo stesso argomento.

A cosa è dovuto il déjà vu

Tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo la psicoanalisi fu una delle prime correnti psicologiche che cercarono di dare una spiegazione a questo fenomeno mentale. Di fatto, due figure del calibro di Sigmund Freud e Carl Jung diedero una loro spiegazione: il primo lo attribuì ai desideri repressi e il secondo alle alterazioni dell’inconscio collettivo.

Al giorno d’oggi gli studi si sono indirizzati verso i processi cognitivi del cervello umano e le anomalie della memoria:

  • Teoria neurologica: si produce una scarica elettrica nell’ippocampo e nel lobo temporale medio che provoca il fenomeno, questo giustifica il fatto che chi soffre di epilessia ne sperimenti uno prima di un attacco.
  • Teoria psicoanalista: il subconscio attiva qualcosa che abbiamo immaginato in passato, per esempio in un sogno, o qualcosa che abbiamo già visto, come in un film.
  • Teoria del doppio processo: La memoria consta di due sistemi e quando avviene un déjà vu questi perdono sincronia. In questo caso si attiverà solo il sistema di familiarità, ma non quello di recupero dell’informazione.
  • Teoria olografica: i ricordi che abbiamo si depositano nei così detti ologrammi. Il déjà vu si ha quando la memoria attinge a questi ologrammi e forma una scena a partire dai dettagli recuperati.

Il fenomeno del deja-vu si riduce con l’avanzare dell’età, ed è ridotto anche nell’età evolutiva, tra bambini e adolescenti. Colpisce indistintamente uomini e donne, soprattutto in età adulta. Il fenomeno del deja-vu è più consistente nei soggetti che viaggiano spesso a causa della sindrome del jet lag, ossia: l’incapacità di adattarsi ai fusi orari provoca un asincronismo dei ritmi circadiani dando luogo a numerosi disturbi psico-somatici, quali: depressione, disturbi del sonno, alterazione del ciclo sonno-veglia, bipolarismo, disturbi gastrici, ecc. Il deja-vu è più pregnante nei soggetti che godono di una buona posizione economica, finanziaria e sociale ed è più presente nei soggetti con elevato bagaglio culturale.

Tipi di déjà vu

Sono stati identificati vari tipi di deja-vu:

  • Déjà vécu: Si tratta della maggior parte dei déjà vu che si possono provare in vita. Si tratta di quelli che abbiamo descritto prima come “già vissuto” senza averne la certezza.
  • Jamais vu: in italiano, “mai visto”. Si tratta della circostanza opposta, ovvero quando abbiamo l’impressione di non essere a nostro agio davanti ad una circostanza che non ricordiamo di aver vissuto.
  • Déjà senti: in italiano “già sentito”. Può succedere soprattutto a persone epilettiche che subiscono danni al lobo temporale: provano il falso riconoscimento di sensazioni che credono di aver già provato.
  • Déjà visité: consiste nell’avere ricordi che sembrano certi su un luogo che stiamo visitando per la prima volta. Alcune persone sembrano ricordare dettagli specifici del luogo senza mai averlo visto prima.
  • Déjà èprouvé: “già provato”. È come l’aver vissuto diversi tipi di paramnesia della stessa natura allo stesso tempo, chi ne soffre percepisce l’intera esperienza (con  immagini, odori, rumori, ecc.) come del tutto familiare.

Ricerca scientifica sul déjà vu

I primi studi sono stati effettuati su singoli casi clinici affetti da un particolare tipo di epilessia: quello del lobo temporale. Infatti il Dejà Vù risultava essere uno dei sintomi maggiormente presenti in questo tipo di patologia e quindi più facilmente studiabile. Successivamente le procedure sperimentali sono state applicate a campioni più ampi che permettessero dei risultati più generalizzabili e significativi. Tuttavia studiare il Dejà Vù sperimentalmente ha presentato molti ostacoli. La difficoltà maggiore che gli studiosi hanno incontrato nel fatto di studiare in laboratorio un fenomeno come questo, era che le osservazioni e i test venivano effettuati settimane o addirittura mesi dopo tale esperienza, e questo avrebbe potuto comportare ristrutturazioni o bias cognitivi. Nonostante queste difficoltà la ricerca in questo ambito ha portato negli ultimi anni a grandi scoperte e ha permesso di far maggiore chiarezza sopratutto sulle basi neuronali e sul network implicato in questo processo.

Inizialmente il Dejà Vù sembrava fosse dovuto ad un’alterazione mnemonica: al soggetto sembrava quindi di aver già vissuto una determinata situazione perché, in un angolo della mente, per sbaglio, un falso ricordo si attiva.

Studi successivi hanno cercato di dare un profilo ancora più delineato a questo fenomeno, partendo dall’evidenza che la sensazione del Dejà Vù fosse anche uno dei sintomi degli individui che soffrono di epilessia temporale. Così, dagli studi su soggetti patologici, gli esperti si sono chiesti se fosse possibile sovrapporre il network neuronale implicato in quel tipo di Dejà Vù, con quello coinvolto nel Dejà Vù che viene sperimentato dai soggetti sani. Infatti l’esperienza del Dejà Vù in soggetti non patologici è un fenomeno che porta ancora con sé molti punti interrogativi, alcuni dei quali risolti dalle ultime evidenze sperimentali.

Uno studio dell’Università di St. Andrews, in Scozia, ha utilizzato la risonanza magnetica per cercare di trovare le origini di questo, fino ad ora, evento inspiegabile del dejavu o deja vecu. Per questo, i ricercatori hanno usato un metodo classico per generare “falsi ricordi”.

L’esperimento consiste nel far leggere a una persona un elenco di parole correlate – come acqua, sete, calore – ma senza indicare la parola “bere”. Questo esercizio scatena un bias. Infatti, quando la persona deve elencare le parole da ricordare, è sicura che “bere” faccia parte di quelle ricordate.

Ma dal momento che la creazione di un falso ricordo non è la stessa cosa di un déjà vu, i ricercatori hanno aggiunto un nuovo elemento. Innanzitutto, hanno letto ai partecipanti tutte le parole senza nominare “bere” e poi hanno chiesto se ne avessero ascoltate alcune che iniziavano con “B”. La risposta è stata unanime: No. Tuttavia, quando fu chiesto loro se avessero sentito “bere”, non poterono negarlo e la maggior parte di essi mostrava segni di confusione.

Data questa contraddizione, i partecipanti hanno commentato di aver avuto questa strana esperienza di déjà vu.

O’Connor ha spiegato che il fenomeno che si verifica nel cervello durante il déjà vu è in realtà un processo decisionale o di risoluzione dei conflitti. Il cervello, eseguirebbe un’operazione di verifica dei fatti; controlla la sua “base di memoria” e invia un segnale quando si verifica un qualche tipo di errore, come per questa contraddizione.

In questo modo, si è determinato che il dejavu sarebbe un’indicazione che il sistema di controllo del cervello funziona correttamente. E ciò, inoltre, spiegherebbe perché molto di più si verifica nei giovani e molto poco negli adulti più anziani; poiché in età avanzata la memoria inizia a subire un deterioramento. Infine, i ricercatori hanno spiegato che ci sono ancora altri studi per determinare tutte le funzioni e le altre possibili cause della generazione istantanea di una “memoria rianimata”.

I ricercatori dell’Universitá del Colorado assicurano che esiste una relazione tra i fenomeni di déjà vu e la memoria di riconoscimento. Questo tipo di memoria è quella che ci permette di prendere atto e mettere in relazione tra di loro le esperienze che viviamo. Grazie ad essa siamo capaci di catalogare le esperienze come nuove o già vissute in precedenza, ci è possibile riconoscere un amico o ricordare una canzone. Durante una esperienza di déjà vu siamo convinti che abbiamo già vissuto la situazione ma non ricordiamo quando e perché.

È stato realizzato un esperimento per chiarire questo meccanismo: ai partecipanti è stata presentata una lista di nomi di personaggi famosi e quindi delle fotografie, alcune corrispondevano con i nomi della lista, altre no. I risultati furono sorprendenti: anche quando alcuni partecipanti non furono in grado di identificare alcune celebrità dalle foto, avevano comunque una sensazione di familiarità anche se non potevano definire da cosa dipendeva. Lo stesso fenomeno occorreva con delle fotografie corrispondenti a dei luoghi e con delle liste di parole; anche se le persone non potevano identificare i luoghi o le parole, avevano comunque la sensazione di familiarità.

Questo semplice esperimento indicava che in alcune occasioni archiviamo nomi, luoghi, fatti o parole nella nostra memoria ma in una forma talmente disorganizzata che non siamo in grado di collegarli con le nuove esperienze.

Cosí, la teoria che spiega il déjà vu si basa nell’idea che ogni situazione viene archiviata nella nostra memoria ma spesso i ricordi vengono registrati nella nostra mente come elementi o frammenti; così, il fenomeno del “già visto” avviene quando frammenti di situazioni attuali si connettono con frammenti di situazioni precedentemente immagazzinati. In questo modo si verifica l’equivoco e appare la sensazione di familiarità con la situazione, quando in realtà si produce una connessione con un fatto isolato e sconnesso dai nostri ricordi di vita, rispetto al quale, non possiamo nemmeno spiegarci quando è avvenuto.

Laureata in psicologia clinica dello sviluppo e neuropsicologia, ha lavorato in contesti educativi, sociali e nei servizi psicologici di base, maturando altro…