Kamishibai, come raccontare storie ai bambini secondo la tradizione dei monaci buddisti

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Una storia raccontata a voce alta è sempre appassionante, ma se ad accompagnarla ci sono anche delle immagini illustrate l’attenzione di ogni bambino sarà catturata. Ecco come funziona il metodo kamishibai, tramandato dagli antichi monaci buddisti.
Gaia Cortese 27 Settembre 2022

La maniera più semplice per spiegare cos'è il Kamishibai è descriverlo come una sorta di “teatro di carta”. Il termine Kamishibai, infatti, deriva dall’unione delle due parole Kami (che tradotto significa “carta”) e shibai (che significa “dramma, gioco, teatro”).

Si tratta di una forma di narrazione che ha avuto origine nei templi dei monaci buddisti del Giappone intorno al XII secolo, ma che ancora viene apprezzata in epoca più moderna da chi ama raccontare storie ad alta voce.

La storia del Kamishibai

In passato le storie sulla vita e le opere del Buddha venivano raccontate dai monaci attraverso gli emakimono, ossia testi e immagini dipinte su un rotolo di carta o di seta. I disegni aiutavano chi ascoltava a comprendere meglio quanto raccontato dal momento che la maggior parte della popolazione era analfabeta.

Il narratore della storia era il gaito kamishibaiya. Si spostava di villaggio in villaggio su una bicicletta, dove era montato il butai, un teatrino di legno. Il guadagno del gaito kamishibaiya veniva dalle caramelle che riusciva a vendere ai bambini che lo ascoltavano e, ovviamente, anche la bravura con cui raccontava le storie aveva il suo peso, soprattutto nel far sì che gli spettatori non si allontanassero alla prima narrazione.

Il gaito kamishibaiya raccontava quindi le sue storie attraverso delle tavole dove da una parte comparivano i disegni che descrivevano i vari passaggi della storia, dall’altra appariva il testo.

Questi spettacoli furono banditi definitivamente nel 1929, tuttavia, unendo le proprie forze, tre cantastorie ambulanti riuscirono a inventarsi un nuovo metodo, chiamato shin e-banashi (che tradotto significa "nuove storie illustrate"), per eludere il divieto. Insomma , altro non era che uno storytelling accompagnato da tavole illustrate che scorrevano all’interno di un piccolo palco di legno, il kamishibai come lo si conosce oggi.

La sua funzione pedagogica

Diversi anni dopo, precisamente nel '52, il kamishibai viene definito come "Tesoro culturale per bambini" e il suo uso negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia torna di tendenza. Viene dimostrato infatti, che l’uso della didattica illustrata, trasformata in spettacolo come insegna il kamishibai, mantiene alta l’attenzione dei bambini.

Non solo. La tecnica del kamishibai, per l'originalità del metodo narrativo, si presta come strumento per la creazione di storie a scuola e in qualsiasi altro contesto educativo.

Come succede ancora oggi nelle scuole del Giappone, il kamishibai può essere utilizzato nell'ambito di uno specifico percorso didattico, invitando i bambini a inventarsi una storia corredandola di una sequenza di illustrazioni. Sarà poi l'insegnante, in veste di kamishibaya, a mettere in scena la storia dando origine a un vero e proprio spettacolo, e proponendo in classe un lavoro che permette al bambino di essere prima autore e poi diretto ascoltatore.

Come funziona

Il kamishibai può essere "allestito" senza troppa fatica, dal momento che per realizzarlo sono solo due gli elementi necessari: il butai e le storie. 

Il butai è la valigia di legno che una volta aperta prende la forma di un piccolo teatro che viene posizionato in modo che tutto il pubblico veda le illustrazioni. È costituita da due cornici sovrapposte tra le quali c’è uno spazio dove far scorrere le immagini.

Poi non possono mancare le storie costituite dalle tavole illustrate, dove ogni immagine è numerata sul retro. mentre il testo della prima illustrazione appare sul retro dell’ultima tavola. In questo modo il narratore legge il racconto da dietro, fa scorrere la prima tavola dietro all’ultima, e prosegue di tavola in tavola, dando ritmo alla narrazione.