La claustrofobia: come sapere se soffri della paura dei luoghi chiusi

La claustrofobia, cioè la paura dei luoghi chiusi e ristretti, deriva dai tuoi istinti più primitivi e dalla sensazione di non avere una via di fuga da un possibile pericolo. In alcuni casi, questa condizione può diventare invalidante e diventa quindi ancora più importante il trattamento con uno psicoterapeuta esperto.
Dott.ssa Samanta Travini Dottoressa in Psicologia Clinica
23 Ottobre 2020 * ultima modifica il 23/10/2020

La claustrofobia (dal latino claustrum, luogo chiuso, e phobia, dal greco, paura) è la paura di luoghi chiusi e ristretti come camerini, ascensori, sotterranei, metropolitane e di tutti i luoghi angusti in cui il soggetto si ritiene accerchiato e privo di libertà spaziale attorno a sé.

Cos'è

Questo tipo di fobia ha una “storia” molto antica, infatti si può dire che affondi le sue radici nell’ “alba” del genere umano: essa è strettamente collegata alle risposte di paura e sgomento degli animali che si trovavano dinnanzi a situazioni in cui non avevano alcuna via di fuga. Quindi la risposta claustrofobica, in specifici contesti di costrizione e soffocamento, ha una sua utilità perché può stimolare a trovare soluzioni oppure a richiedere aiuto ai propri simili.

Questo tipo di fobia è tra le più diffuse nella popolazione, ma non per tutti i soggetti che ne soffrono si rivela invalidante; in altri casi invece il livello di gravità è tale da interferire significativamente con il normale svolgimento delle attività quotidiane.

La claustrofobia può intrecciarsi con altri disturbi d’ansia, come il disturbo d’ansia generalizzato, il disturbo di panico, la fobia sociale, e così via.

Cosa fa chi soffre di claustrofobia

Prendere l’ascensore, attraversare gallerie o tunnel, e (nei casi più gravi), guidare, perfino l’auto, sono alcune delle situazioni che il claustrofobico può arrivare ad evitare sistematicamente.

Chi non può fare a meno di evitare, invece, si avvale di altre strategie, tra le quali troviamo:

  1. la richiesta di farsi accompagnare da persone di fiducia (parenti e amici)
  2. organizzare rigidamente la propria vita all’interno di precise “abitudini”, finalizzate a “proteggersi” dal pericolo dell’ansia (per esempio: scegliere di fare la spesa, o recarsi alle poste, esclusivamente nelle ore meno affollate; optare per viaggi più lunghi, pur di non attraversare le gallerie ecc…)
  3. la continua tendenza a parlare del proprio problema e a cercare rassicurazione e conforto dagli altri, rispetto a questa paura, che vive come insormontabile

I sintomi

I sintomi della claustrofobia di solito si manifestano solo quando la persona si trova nella situazione specifica, ad esempio quando è in ascensore o mentre si trova a dover attraversare una galleria.

I sintomi più comuni sono:

  • tachicardia,
  • ansia,
  • tremore,
  • difficoltà di respirazione e senso di soffocamento,
  • sudorazione,
  • iperventilazione,
  • vertigini e nausea,
  • perdita di controllo,
  • formicolio alle mani e alle braccia,
  • secchezza della bocca.

I sintomi di solito cessano quando la persona riesce a uscire dal luogo chiuso in cui si trova.

Il claustrofobico tiene a bada l’ansia cercando delle giustificazioni apparentemente logiche che spieghino il motivo di una scelta che altri considerano un po’ strana o quanto meno poco usuale. E così chi ha i sintomi della claustrofobia preferisce salire le scale, adducendo i più svariati motivi: l’opportunità di fare del moto per tenersi in forma, la necessità di raccogliere le idee prima di andare a parlare con qualcuno (l’ascensore è sempre troppo veloce!), e via dicendo.

Le cause

Tra le cause della claustrofobia ricordiamo:

  • Alcuni studi ipotizzano che la claustrofobia si sviluppi a seguito di un episodio traumatico in cui il soggetto è rimasto intrappolato in uno spazio ristretto.
  • Altri studi sostengono invece che la fobia si sviluppi dopo un trauma che magari non è stato vissuto in prima persona, ma che riguarda una persona a cui si è legati emotivamente.
  • In alcuni casi il trauma può essere stato subito durante l’infanzia o addirittura essere legato alla vita intrauterina.
  • Un’altra ipotesi sostiene che la claustrofobia abbia cause ereditarie ed esista quindi una predisposizione genetica.

Le possibili conseguenze

Le paure correlate alla claustrofobia più frequenti sono il timore che il soffitto e il pavimento si chiudano, schiacciando le persone che si trovano nella stanza, il timore che il rifornimento d’aria si esaurisca e si muoia soffocati, il timore di svenire a causa della mancanza di aria e luce.

Il cinema, inteso ovviamente come locale, è un posto poco piacevole per chi soffre dei sintomi della claustrofobia: non vi sono finestre, le uscite non sempre sono controllabili, c’è molta gente in sala, e spesso non ci si può muovere con libertà per non disturbare le altre persone. Tutte queste sensazioni sgradevoli fanno spesso rinunciare alla frequentazione di queste sale.

Uno degli eventi più temuti da chi soffre di claustrofobia è quello di doversi sottoporre ad una risonanza magnetica, esame che prevede l’inserimento dell’intera persona in un tubo molto stretto e totalmente chiuso. Non sono rari, ovviamente, coloro che soffrono di questo disturbo in ascensore, e che di conseguenza lo evitano ove possibile.

Altro posto che mette in crisi gran parte di coloro che hanno problemi di claustrofobia è la metropolitana. Qui c’è proprio di tutto: oscurità, sotterranei, cunicoli, affollamento, odori sgradevoli, ventate improvvise d’aria e rumori stridenti dei treni.

La claustrofobia può limitare notevolmente la vita di chi ne soffre. Nei casi gravi, i sintomi del disturbo fobico vengono attivati anche solo pensando alle situazioni che scatenano tipicamente la paura.

Nel tempo, la paura degli spazi ristretti porta ad evitare tutte le attività quotidiane che potrebbero far sentire rinchiusi, accerchiati o limitati dal punto di vista dello spazio. Il claustrofobico può non andare, ad esempio, alle feste particolarmente affollate o avverte un forte disagio nell'utilizzare le cinture di sicurezza in auto o in aereo.

In tal senso, anche viaggiare è più difficile:

  • I voli in aeroplano costringono la persona che soffre di claustrofobia in un piccolo posto, circondato da estranei;
  • In treno, i posti a sedere possono essere più comodi ed esiste la possibilità di alzarsi per sgranchirsi le gambe, ma il viaggio può richiedere più tempo;
  • Guidare l'automobile può dare la sensazione di sentirsi limitati in uno spazio ristretto, ma offre la possibilità di fermarsi, quando si desidera, per le pause.

La claustrofobia può indurre anche a ricorrere a varie soluzioni, come lasciare la porta aperta quando si entra in stanze piccole o fare le scale anziché prendere un ascensore.

L'ansia correlata al disturbo fobico è responsabile, inoltre, di uno stato di stress persistentemente elevato, che, alla lunga, può risultare dannoso per la salute.

Il trattamento

Il trattamento sintomatico della claustrofobia è relativamente semplice, se non complicato da altri disturbi psicologici, e prevede primariamente un percorso di psicoterapia di breve durata (spesso entro i 3-4 mesi).

La psicoterapia della claustrofobia, dopo un periodo di esame del caso che si esaurisce in breve, passa necessariamente attraverso l'utilizzo delle tecniche di esposizione graduata agli stimoli temuti. Il paziente viene avvicinato in modo molto progressivo agli stimoli che innescano la paura, partendo da quelli più lontani dall'oggetto o situazione centrale (es. l'immagine di una stanza chiusa ma piena di luce). Il contatto con tali stimoli viene mantenuto finché inevitabilmente non subentra l'abitudine ed essi non generano più ansia. Solo a tal punto si procede all'esposizione ad uno stimolo leggermente più ansiogeno, in una gerarchia accuratamente preparata in seduta a priori. In questo modo, nell'arco di poche settimane, si riesce a salire sulla gerarchia fino ad arrivare a esposizioni molto più forti, senza suscitare mai troppa ansia nel soggetto e ripetendo ogni esercizio finché non è diventato "neutro".

Tale procedura può spaventare molto le persone che soffrono di una claustrofobia, poiché implica affrontare direttamente l'oggetto o situazione temuta, ma se ben effettuata, con l'aiuto di un terapeuta esperto, è assolutamente applicabile e garantisce un successo nella stragrande maggioranza dei casi.

In alcuni casi, per rendere più efficace il metodo, si insegnano al paziente strategie di rilassamento fisiologico e lo si invita ad utilizzarle poco prima di esporsi agli stimoli ansiogeni, in modo da facilitare la creazione di un nuovo condizionamento, in cui l'organismo associ rilassamento, anziché ansia, a tali stimoli.

In combinazione al trattamento psicologico, il medico psichiatra può prescrivere una terapia farmacologica per controllare i sintomi associati al disturbo fobico, come l'ansia.

I farmaci che vengono solitamente indicati sono le benzodiazepine, i beta-bloccanti, gli antidepressivi triciclici, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) e gli inibitori delle monoamino ossidasi (MAOI).

Laureata in psicologia clinica dello sviluppo e neuropsicologia, ha lavorato in contesti educativi, sociali e nei servizi psicologici di base, maturando altro…