La crisi adolescenziale è necessaria e indispensabile per diventare adulti. Intervista alla Dottoressa Silvia Nava

Il prossimo 10 ottobre si celebrerà il World Mental Health Day e l’attenzione va agli adolescenti che crescendo, nella maggior parte dei casi, devono attraversare una crisi di identità, prima di trasformarsi in adulti.
Gaia Cortese 3 Ottobre 2022
Intervista a Dott.ssa Silvia Nava Psicologa

"In Italia c’è una scarsa cultura sulla salute mentale e il tema è ancora molto ignorato". Lasciano poco spazio all'interpretazione le parole del Professore Stefano Vicari, Responsabile di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza presso l'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Parole significative su cui fare una riflessione a partire dalla Giornata mondiale della Salute Mentale prevista per il prossimo 10 ottobre e istituita nel 1992 dalla Federazione Mondiale per la Salute Mentale.

"L’adolescenza è una fase della vita in cui i ragazzi potrebbero non sentirsi liberi di esprimere il proprio disagio per paura del pregiudizio dei coetanei o di non essere compresi dagli adulti – continua il Prof. Stefano Vicari -. I genitori e tutte le figure che vivono direttamente a contatto con un adolescente dovrebbero sviluppare una capacità di ascolto e di comprensione. Bisogna dare tempo alle famiglie di occuparsi dei figli, mettere i ragazzi al centro delle nostre agende e gli insegnanti devono poter avere gli strumenti per essere di supporto”.

In collaborazione con l’Istituto di ricerca IARD sulle abitudini di vita degli adolescenti, il Laboratorio Adolescenza ha presentato l'indagine sociologica “Adolescenza, tra speranze e timori”, evidenziando come la maggior parte degli adolescenti nella fascia di età tra i 13 e i 19 anni, si sente, senza un particolare motivo, spesso triste e soffre di sbalzi di umore.

Più del 40 per cento dichiara di sentirsi spesso agitato, impaurito o ansioso, mentre il 44 per cento (57 per cento delle ragazze) afferma che tristezza, ansia e sbalzi di umore sono aumentati da quando è scoppiata la pandemia. In generale, il disagio è particolarmente percepito dalle ragazze, con una percentuale che supera l’80 per cento.Per fare maggiore chiarezza abbiamo rivolto alcune domande alla Dottoressa Silvia Nava, psicologa.

Si può parlare di malessere diffuso tra gli adolescenti?

Non possiamo negare che ci sia un malessere diffuso ed è chiaro che alcuni eventi dal forte impatto sociale, come lo sono stati la pandemia o la guerra, hanno  e hanno avuto un effetto su noi tutti. Durante la pandemia ci siamo trovati a guardarci dentro, e se nell’adolescenza l'identità dell’individuo viene già messa in discussione, è plausibile che una pandemia porti a un maggiore senso di smarrimento in questa fascia di età. Credo che principalmente sia successo questo, diversamente, la pandemia ha portato a galla questioni precedenti.

Ci sono state manifestazioni di malessere, ma molte di queste derivavano da situazioni precedenti che avevano elementi non ancora manifestati e che invece, nel corso della pandemia, sono esplosi.

Altro aspetto da considerare è che l’adolescenza è una fascia di età che fatica ad esprimersi: diventa complicato dare nome alle sensazioni. anche questo genera malessere.

Quali sono le principali cause del malessere tra gli adolescenti?

Per individuare le principali cause del malessere bisogna considerare anche la parte più fisiologica dell’adolescenza: l’adolescente ha una vera e propria crisi in questa fase di crescita, destinata ad evolversi. Una crisi necessaria perché serve a trasformarsi e ad entrare nell’età adulta. Altre cause del malessere, senza dubbio, possono avere origine da fragilità precedenti o del momento.

Come dovrebbe comportarsi un genitore davanti a un primo accenno di malessere del figlio?

Se in pandemia abbiamo notato una maggiore allerta rispetto ai comportamenti e ai segnali da parte degli adolescenti, con situazioni segnalate e portate in studio dai genitori, dall’altra credo ci debba essere sempre un’attenzione verso i cambiamenti dell’adolescente, senza nÉallarmarsi né temporeggiare davanti a comportamenti che non riconosciamo.

Ci vuole sempre una buona misura tra ascoltare la propria preoccupazione e osservare le difficoltà dell’altro. Oggi i genitori non sono soli perché possono collegarsi alla Rete, alle istituzioni, alla  scuola, e questo è fondamentale.

Come reagisce un adolescente davanti alla figura dello psicologo?

C’è un'apertura da parte dei giovani e la figura dello psicologo è più accettata, e forse stiamo anche seguendo l'ultima tendenza della moda. Quando un ragazzo arriva in studio, la difficolta è farlo aprire su sfere molto intime, poi, una volta che approdano alla terapia, il problema è far sì che rimangano.

Questi ragazzi chiedono tanto ascolto. ma mi sento molto ottimista: personalmente lavoro molto online e posso constatare che, oltre al fatto che si stanno aprendo canali nuovi per accogliere le terapie, sono sempre di più i giovani che usano queste piattaforme.

Che peso hanno le amicizie in questa fase di crescita?

È un tema che viene portato in terapia molto spesso. Le relazioni sono vissute in maniera più potente nel senso che nascono e si creano più facilmente, ma allo stesso modo si chiudono. Il linguaggio è cambiato, ma la voglia di confrontarsi è rimasta. Attraverso le chat, paradossalmente, i ragazzi sono meno soli, ma come al solito anche questo aspetto può avere due derive. L'amicizia di lunga data rimane comunque sempre un valore.

Quando è necessario che un genitore si rivolga a uno psicologo?

Per noi genitori è difficile vivere quello che vivono gli adolescenti oggi, ma bisogna fare attenzione a non proiettare la nostra preoccupazione su di loro, in qualche modo, dobbiamo fidarci.

Per non sbagliare un genitore dovrebbe imparare ad ascoltarsi come adulto ed essere disponibile nei confronti dell'adolescente, consapevole che anche la modalità di espressione è diversa da quella di un adulto, deve essere comunque ascoltata.