Rage quit: l’attacco di rabbia che prende quando si fallisce (anche ai videogames)

Perdere a un videogame può far innervosire a tal punto da essere colpiti da un attacco di rabbia e spaccare qualcosa o addirittura farsi male. Una reazione eccessiva, che ha un nome e una letteratura scientifica. Ne parliamo con lo psicologo Enrico Gamba.
Sara Del Dot 12 maggio 2020
In collaborazione con il Dott. Enrico Gamba Psicoterapeuta

Un ragazzo sta giocando a un videogame ormai da diverse ore. Ogni minuto che passa la sfida diventa sempre più difficile, i suoi amici collegati attraverso degli auricolari non fanno che urlare e manca davvero poco per vincere. Con lo sguardo incollato allo schermo del televisore non fa che continuare a sparare senza sosta, le sue grida si sovrappongono a quelle dei suoi interlocutori e a un certo punto il suo avatar si accascia al suolo. Qualcuno gli ha sparato alla schiena, lui perde. Non ce l’ha fatta. Con la mente sovraccarica dagli spari e dalle grida, ancora in preda all’adrenalina scaraventa il joystick contro il muro e lascia la stanza.

A vedersi, una scena del genere potrebbe quasi far ridere. Arrabbiarsi per aver perso a un videogame, infatti, è una reazione decisamente esagerata e irrazionale. Ma può essere anche spontanea e fisiologica se per diverse ore sei rimasto attivo in un mondo virtuale che irrazionale lo è davvero. Quella reazione di rabbia, infatti, ha un nome e non riguarda soltanto il mondo dei video giochi. Si chiama rage quit, ed è un fenomeno sempre più studiato dal momento che tende a verificarsi con una frequenza sempre maggiore.

Secondo uno studio condotto da Babylon Health, solo nel 2019 sono stati 16.059 i ragazzi che hanno subito infortuni a causa dei rage quit. E non si parla solo di adolescenti. La maggior parte delle vittime di questi attacchi sono di un’età compresa tra i 17 e i 35 anni. Ragazzi che picchiano fratelli o cugini per sfogare la rabbia, che danno calci a oggetti facendosi male da soli o ancora tendiniti che si sviluppano a causa del gioco prolungato.

Ma qual è l’origine di un fenomeno del genere? Come si arriva a una situazione così estrema semplicemente facendo un’attività che invece dovrebbe essere un passatempo divertente? Per capire meglio come funziona questo meccanismo ci siamo rivolti allo psicologo Enrico Gamba.

“Per prima cosa bisogna specificare che il rage quit non si circoscrive soltanto al mondo dei videogame.” Spiega il dottor Gamba. “Si tratta di un fenomeno che si verifica quando, presi dalla rabbia, interrompiamo l’attività che stiamo svolgendo. Se ci si pensa, avviene molto di frequente anche nello sport quando l’atleta, preso dalla rabbia perché sta perdendo, abbandona il campo da gioco perché si è innervosito troppo. O ancora in situazioni della vita in cui ci si sente messi al limite."

Un nervosismo e un senso di impotenza che può colpire anche in situazioni di particolare tensione o pressione anche in altri momenti della vita, quindi, come in ufficio o mentre si cerca di apprendere qualcosa.

"Sicuramente l’origine primaria di reazioni di questo genere è il senso di frustrazione che deriva dall’alta performance richiesta. Il problema dei videogames, che poi è anche ciò che li rende divertenti, è che sono progettati per portare al massimo le performance della persona, per generare una stimolazione neuronale estrema che ti porta a un livello sempre maggiore. In questo percorso verso l’alto, un fallimento genera frustrazione per non avercela fatta, frustrazione che magari deriva da modelli di comportamento sociale assimilati nel tempo. Oggi questo atteggiamento viene associato soprattutto all’uso di videogiochi violenti, in cui avvengono sparatorie, ma le ragioni possono essere diverse.

Sicuramente la forza dei videogiochi è il fatto che, grazie alla tecnologia e alle grafiche sempre più definite e immersive, ti avvolgono completamente, sono estremamente realistici, quindi chi ci gioca, sia esso un adolescente o un adulto, si trova immerso in questa nuova realtà virtuale, trascinati da un flow inarrestabile. Per questo, la frustrazione conduce ad aumentare il livello di rabbia e nervosismo in queste situazioni.”

Un altro fattore da considerare è poi il tempo e le circostanze in cui si gioca.

“Se trascorro 8 ore al giorno rinchiuso in una stanza, magari sfasando i miei cicli sonno-veglia o partecipo a maratone cui partecipano altre 100 persone e si sta fino a notte fonda a combattere, a sparare, fomentati anche dal fatto che gli interlocutori sono persone vere, reali, il coinvolgimento diventa potentissimo. In questo modo, anche le funzioni di auto-regolazione che normalmente ci permettono di gestire emozioni forti come la rabbia vengono meno.”

Naturalmente tutto questo discorso varia a seconda delle caratteristiche personali e specifiche di ciascuno.

“Ci sono ragazzi che trascorrono diverse ore davanti allo schermo ma poi, quando finisce quello, finisce tutto in modo naturale e tranquillo. Altri però magari hanno già un sistema di riferimento che usa la rabbia come canale primario, come può essere una situazione familiare o sociale complicata, che incide sulla struttura della personalità. Le reazioni possono essere di rabbia o di fuga, come lanciare il joystick e andarsene.”

Ma quindi come evitare questo genere di avvenimenti?

“A grandi linee, naturalmente a un genitore che mi ponesse questo problema risponderei facendolo ragionare su quanto tempo lasciano passare al figlio davanti allo schermo, e da quanto tempo. Naturalmente il ruolo genitoriale è fondamentale, è quello di seguire il proprio figlio accompagnandolo in forme di intrattenimento sane. Il ruolo della famiglia diventa già una prevenzione, se c’è un buon rapporto con i genitori, un buon ascolto, una dinamica che funziona.. Poi naturalmente bisogna avere anche altri canali di sfogo, rendere il videogioco un passatempo divertente e non trasformandolo nell’unico modo per entrare in relazione con gli altri e con il mondo”.