Lo psicologo in ospedale: cosa può fare e come aiuta medici e pazienti

Oltre a medici, infermieri e al resto del personale sanitario, negli ospedali si avverte sempre di più il bisogno di uno psicologo che sia d’aiuto sia a chi assiste che a chi è ricoverato. Ma cosa può fare nel concreto questa figura? E quali consigli può dare a chi opera in una situazione di forte pressione come quella che stiamo vivendo?
Dott.ssa Samanta Travini Dottoressa in Psicologia Clinica
3 Aprile 2020 * ultima modifica il 12/06/2020

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute: “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità”.

Lo psicologo ospedaliero ha l’importante funzione di supportare le persone che hanno necessità di rimanere, per periodi più o meno lunghi, all’interno della struttura ospedaliera; ma ha anche quella di sostenere gli operatori stessi, di mediare il rapporto tra operatori e pazienti oltre che tra operatori e familiari.

Le finalità dell’intervento psicologico con gli operatori sono rivolte a individuare elementi che producono disagio e a definire strategie congrue per relazionarsi con famigliari e pazienti; inoltre, lo psicologo in ospedale facilita l’individuazione di eventuali problematiche ricorrenti, che possano meritare la progettazione di azioni aziendali di carattere preventivo o di contenimento rispetto al rischio di burnout o stress da lavoro correlato.

Lo psicologo che lavora in un ospedale si pone come obiettivo quello di migliorare la qualità globale del processo di cura, assistenza e riabilitazione, lavorando sulle rappresentazioni e sulle risonanze emotive sviluppate da malati, operatori e famigliari.

In Italia, la psicologia ospedaliera ha subito un notevole sviluppo e la domanda di assistenza psicologica è cresciuta parallelamente alla complessità della medicina, della diagnostica, delle terapie mediche e/o chirurgiche e delle sempre più articolate tecniche di riabilitazione.

I fattori principali che hanno sostenuto tale crescita sono:

  1. La forte domanda di assistenza psicologica proveniente dai pazienti ricoverati o in cura ambulatoriale e dai loro familiari
  2. La progressiva crescita del numero di operatori (medici ed infermieri) che chiedono di dotarsi di strumenti e conoscenze psicologiche adeguate per gestire, autonomamente, il rapporto operatore-paziente , specie con i malati più gravi e con maggiori sofferenze
  3. La consapevolezza dell'efficacia degli interventi psicologici per il successo dei programmi di miglioramento della qualità, dell'umanizzazione dell'assistenza sanitaria e del risparmio di risorse, sia umane che economiche

Di quali problemi di occupa

Le principali problematiche di cui si occupa lo psicologo ospedaliero sono:

  • il disagio psicologico che, in misura diversa, accompagna ogni esperienza di malattia
  • la sofferenza emotiva di un'ampia fascia di malati affetti da patologie spesso gravi, croniche e/o a prognosi infausta
  • gli effetti che tale sofferenza emotiva ha sul paziente, i suoi familiari e sugli operatori
  • il supporto e la formazione psicologica degli operatori
  • il miglioramento della qualità di vita dei malati
  • l'umanizzazione dell'assistenza
  • la prevenzione e promozione della salute

Coronavirus e supporto psicologico

Medici, infermieri e operatori sanitari lavorano da settimane senza sosta sottoposti a forti pressioni difficile da sostenere, soprattutto per chi lavora in rianimazione e nelle terapie intensive, che possono portare a crolli emotivi.

In questo momento così difficile, anche i medici hanno bisogno, come tutti, di essere ascoltati, supportati e rassicurati: gestire lo stress e conservare l’energia fisica e psicologica è di fondamentale importanza.

Nella medicina tradizionale cinese esiste il concetto di neigong, indica che non si può curare se non si rimane sani. Da questa idea e dalla volontà di prendersi cura di chi cura si sono attivati numerosi sportelli di supporto psicologico per aiutare tutti gli operatori sanitari attivamente impegnati dall'emergenza Coronavirus. Questo per evitare che il burnout e il disturbo post traumatico da stress siano due dei possibili esiti di un’emergenza vissuta senza pensare alla salute di chi cura.

La letteratura scientifica dedicata allo stress lavoro-correlato ha infatti ampiamente confermato come il settore sanitario sia di per sé caratterizzato dalla presenza di fattori di rischio psicosociale strettamente legati all’organizzazione lavorativa, alla sicurezza e alla salute degli operatori: turni, reperibilità, gestione di emergenze/urgenze, carenza di personale; confronto quotidiano con situazioni di estrema sofferenza; potenziale rischio di episodi di aggressione verbale e/o fisica. Fattori che in questo momento di emergenza sono grandemente amplificati, a partire da quelli relativi alla sicurezza degli operatori, cioè alle misure di prevenzione e protezione.

Nel corso di un’epidemia, anche quando le misure preventive e protettive sono adeguate, il personale sanitario resta esposto a un alto livello di stress psicologico oltre che fisico: timore di contrarre l’infezione e di trasmetterla ai propri familiari, elevata mortalità, sofferenza per la perdita di pazienti e colleghi, separazione spesso prolungata dalla famiglia, cambiamenti nelle pratiche e procedure di lavoro, necessità di fornire un maggiore supporto emotivo ai pazienti in isolamento, fatica fisica legata all’utilizzo dei dispositivi di protezione.

Possono quindi emergere emozioni di rabbia, ostilità, frustrazione, senso di impotenza e manifestarsi sintomi depressivi e stati d’ansia con somatizzazioni, insonnia, aumento del consumo di caffeina e di tabacco.

Indicazioni per le Aziende sanitarie

  • Garantire una buona comunicazione e fornire al personale aggiornamenti precisi e accurati su ciò che sta accadendo. Questo può contribuire a mitigare le preoccupazioni degli operatori legate all’incertezza e far percepire un senso di controllo
  • Riferire feedback positivi utili a rafforzare il valore e l’importanza del ruolo svolto
  • Promuovere il lavoro in team
  •  Facilitare l’accesso ai servizi di supporto psicologico, assicurandosi che il personale sia a conoscenza di come e dove accedervi, incluso il supporto telefonico o altre opzioni di servizio a distanza, se disponibili.

Indicazioni per gli operatori sanitari

  • Organizzare, per quanto possibile, il lavoro facendo delle pause. Durante la fase acuta dell’emergenza è fondamentale garantirsi degli spazi di tregua per riposare e riflettere sull’esperienza che si sta vivendo
  • Utilizzare strategie individuali di gestione delle difficoltà rivelatesi efficaci in altri contesti può aiutare a superare anche una situazione completamente nuova
  • Confrontarsi con i colleghi è fondamentale sia per coordinare le attività, sia per condividere la percezione personale e trovare un supporto reciproco, rispettando i diversi modi di reagire alla situazione critica. Esplicitare un riconoscimento professionale nei confronti di un collega può rafforzare la motivazione e moderare lo stress
  • Cercare di mantenere stili di vita salutari, mangiando e idratandosi a sufficienza e in modo sano per essere in condizioni di affrontare la pressione che inevitabilmente viene accumulata. Ridurre l’assunzione di caffeina, nicotina e alcol
  • La pressione, lo stress e i sentimenti associati, possono far emergere sensazioni di impotenza e inadeguatezza verso il proprio lavoro. È importante, quindi, riconoscere ciò che si è effettivamente in grado di fare per aiutare gli altri, valorizzando anche i piccoli risultati positivi; riflettere su ciò che è andato bene e accettare ciò che non è andato secondo le aspettative, riconoscendo i limiti legati alle circostanze. È anche importante stare in contatto con gli stati d’animo personali, essere consapevoli del carico emotivo, imparando a riconoscere sintomi fisici e psicologici secondari allo stress. Prendersi cura di sé e incoraggiare i colleghi a farlo è il modo migliore per continuare a essere disponibili con i pazienti.
  • Rimanere in contatto con gli amici, la famiglia o altre persone di cui ci si fida per parlare e ricevere sostegno, anche a distanza.
Laureata in psicologia clinica dello sviluppo e neuropsicologia, ha lavorato in contesti educativi, sociali e nei servizi psicologici di base, maturando altro…