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24 Settembre 2019
15:00

Antropocene – L’epoca umana: al cinema arriva un racconto per immagini di ciò che abbiamo fatto al Pianeta

Una testimonianza tanto solenne quanto inquietante dell’azione dell’essere umano sulle risorse naturali del Pianeta. Un documentario con pochissime parole, fatto di immagini e silenzio, perché per capire cosa si sta guardando non serve altro.

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Antropocene – L’epoca umana: al cinema arriva un racconto per immagini di ciò che abbiamo fatto al Pianeta
Immagine

Una distesa di terra e sabbia, un deserto, una cava di marmo, delle gigantesche raffinerie, la scavatrice più grande del mondo. Non hanno quasi bisogno di descrizione le immagini che, una dopo l’altra, ci mostrano cosa siamo stati capaci di fare, e cosa stiamo facendo tuttora, al nostro Pianeta. Immagini talmente incantevoli che quasi ci si dimentica cosa rappresentino. Talmente magnetiche da rendere la distruzione un processo attraente.

E infatti, di parole in questo documentario ce ne sono davvero poche. Sono le riprese a raccontare, a regalare la fotografia di una realtà così spaventosamente potente che prima d’ora non credevi fosse possibile. Ogni tanto, una voce ti aiuta a riemergere, a ricordare che ciò che stai vedendo è tutto vero, a indirizzare il tuo cammino attraverso quello che, alla fine, non è altro che l’Antropocene: l’epoca umana.

È proprio questo il titolo dell’atteso documentario firmato Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier sugli effetti dell’azione dell’uomo sulla natura, uscito nelle sale italiane giovedì 19 settembre. Una testimonianza solenne, maestosa, narrata attraverso immagini incredibili e molto, molto silenzio per goderne a pieno, un silenzio interrotto di tanto in tanto dalla narrazione della voce Alicia Vikander (nella versione italiana Alba Rohrwacher).

Il film, capitolo finale di una trilogia che include Manufactured Landscapes (2009) e Watermark, dura quasi un’ora e mezza e ogni frammento si scolpisce negli occhi di chi guarda. Dall’avorio in Kenya alle cave di Carrara, dalle raffinerie di Houston al deserto di Atacama, dalle miniere di fosfato in Florida alle miniere di Immerath, in Germania. Un viaggio attraverso tutti i continenti per scoprire che in ciascun luogo del mondo c’è una risorsa da raccogliere, un territorio da plasmare, una distesa da modificare, un patrimonio da sfruttare. E che lascia lo spettatore a domandarsi: è possibile invertire questo processo?

Sono nata e cresciuta a Trento, a due passi dalle montagne. Tra mille altre cose, ho fatto lunghe passeggiate nel bosco e imparato a riconoscere alcune piante velenose. Ho imparato la musica perché fa bene all’anima. Ho vissuto in due grandi città a cui mi sono abituata a volte più in fretta, altre volte meno, ma dove i miei posti preferiti erano sempre i parchi. Ho studiato giornalismo perché volevo che aiutare le persone a capire alcuni aspetti del mondo diventasse la mia professione. Credo che il rispetto della natura, dell’ambiente in cui ci muoviamo ogni giorno e delle persone che con noi lo abitano sia fondamentale per vivere bene, per noi stessi e per gli altri.