Ascoltare le “voci” del mare per comprendere lo stato di salute della barriera corallina: il progetto made in Italy

L’obiettivo dei ricercatori dell’Università Milano-Bicocca è studiare, grazie all’utilizzo di strumenti di acustica in ambito subacqueo, la variazione dei suoni prodotti da pesci e crostacei per monitorare le condizioni della biodiversità marina e soprattutto dei coralli, sempre più in pericolo a causa dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento.
Federico Turrisi 12 Gennaio 2021

Basta portare una conchiglia all'orecchio per sentire il rumore del mare, si dice. Ma il suono del mare non si riduce allo sciabordio delle onde. I pesci, che un famoso detto vorrebbe muti, in realtà parlano, o meglio producono suoni caratteristici, riflesso dei metodi di comunicazione specifici che adotta ciascuna specie. Ciò si rivela molto utile per i biologi, quando studiano per esempio se una particolare specie marina è abbondante o carente in un determinato ecosistema. Ascoltare le voci di pesci, di crostacei e di altri abitanti del mare è tutt'altro che semplice e richiede una sofisticata strumentazione, come batterie che possono rimanere sott’acqua per molto tempo.

Lo sanno bene al MaRHE Center (Marine Research and High Education), il centro di ricerca sulle Scienze marine creato dall’Università di Milano-Bicocca nell’isola di Magoodhoo, alle Maldive, dove l'acustica marina è utilizzata per comprendere lo stato di salute della barriera corallina, sempre più minacciata da diversi fattori, tra cui i cambiamenti climatici e la perdita di habitat causata dalle attività dell'uomo.

Bisogna aggiungere che il panorama sonoro marino si compone di tre diverse categorie di suoni: le geofonie, ossia i suoni legati agli eventi naturali (il movimento delle onde, le correnti marine, gli eventi atmosferici), le antropofonie, ovvero i rumori generati dall’uomo e dal passaggio delle imbarcazioni, e le biofonie, cioè l'insieme dei suoni prodotti direttamente dalle creature viventi come cetacei, pesci eccetera. La difficoltà sta nel distinguere gli uni dagli altri.

I rumori generati dai gamberetti pistoleri, per esempio, risultano inconfondibili, "ma quando si individuano vicino a una barriera corallina sono bioindicatori negativi, poiché questi crostacei occupano i coralli morti o in deterioramento", spiega a La Repubblica Giovanni Zambon, docente di fisica applicata e responsabile di acustica all’Università Bicocca. "La cosa entusiasmante è poter rilevare intensità e livello di pressione sonora nel tempo e per ogni momento vedere e correlare tra loro quali sono le frequenze che lo caratterizzano".

Il prossimo passo che vorrebbero compiere i ricercatori dell'ateneo milanese è quello di individuare e analizzare il suono della barriera corallina generato dalla struttura in sé, "cioè dall’acqua che, passando attraverso le fenditure dei coralli, crea suoni che attirano le specie che ci vivono". È attraverso studi di questo genere che ci rendiamo conto ancora di più della bellezza della natura e dell'importanza di preservarla.