Benvenuto nel Pollaio sociale, dove puoi adottare una gallina allevata da ragazzi con disabilità

250 uova fresche all’anno, prodotte da ragazzi con disabilità lievi nelle campagne bolognesi. Si chiama pollaio sociale ed è un’iniziativa della cooperativa Sea Coop in cui gli utenti del centro diurno si occupano della cura delle galline ovaiole e della distribuzione delle loro uova a tutti coloro che ne hanno adottata una.
Sara Del Dot 26 Luglio 2019

Le uova si comprano al supermercato. Sul loro scaffale, tra i corridoi colorati, scatole da 2, 4, 6 uova aspettano solo di essere acquistate e mangiate prima della data di scadenza. L’unica cosa che puoi fare, quando acquisti le uova al supermercato, è informarti sul tipo di allevamento a cui sono state sottoposte le galline e optare per quello meno intensivo. Ma se ti dicessi che ci sono realtà in cui, invece che acquistare un uovo rinchiuso in una scatola di plastica e che magari ha percorso migliaia di chilometri per arrivare fino a te, puoi adottare e mantenere direttamente la gallina e andare a ritirare le sue uova ogni volta che lo desideri? Il tutto sostenendo le attività di decine di ragazzi affetti da disabilità media, che quotidianamente si occupano delle galline.

L’hanno chiamato pollaio sociale, e si trova all’interno del centro occupazionale per disabili della storica cooperativa sociale imolese Seacoop, nel cuore delle campagne di Toscanella di Dozza, in provincia di Bologna. L’idea è nata quattro anni fa da un’operatrice del centro. A partire da un pensiero, in poco tempo ha visto la luce un vero e proprio pollaio in legno al cui interno hanno preso residenza 35 galline ovaiole dotate di un ampio spazio a disposizione in cui razzolare e una cura costante da parte degli ospiti del centro diurno e dei loro operatori.

“Si tratta di un progetto che coniuga sostenibilità e inclusione sociale”, racconta Simona Landi, responsabile comunicazione della cooperativa. “Le galline vengono alimentate con mangimi naturali ma anche con verdure e scarti del nostro orto. Questo aspetto ecologico si coniuga alla perfezione con la nostra declinazione sociale, perché qui al centro ospitiamo circa 30 ragazzi di età compresa tra i 20 e i 40 anni, affetti da disabilità cognitiva media o lieve, e circa dieci di loro si occupano, aiutati dagli educatori, della gestione e della cura del pollaio e delle galline, pulendo gli spazi, dando loro da mangiare, raccogliendo le uova ogni giorno.”

Una cura sostenuta dalla possibilità offerta a chiunque di adottare annualmente una gallina e ritirarne le uova fresche.

“A fronte di un contributo di 95 euro all’anno, i proprietari della gallina possono prenderne le uova fresche. Si tratta di circa 250 uova, considerato il fatto che il ciclo naturale di deposizione d’inverno rallenta”.

Quasi un uovo al giorno e la possibilità di sostenere un’attività che aiuta questi ragazzi sotto tanti punti di vista.

“I ragazzi sono molto contenti, perché tutti i giorni si occupano delle galline e del pollaio e inoltre possono vedere concretamente il risultato finale. Infatti, loro recuperano le uova giornalmente grazie a dei posatoi che facilitano la raccolta, poi le puliscono con una spazzola e le inseriscono in contenitori dotati di etichetta che indica la data. Oltre a questo, l’aspetto di inclusione e socializzazione sta nel fatto che chi adotta la gallina viene poi a prendersi le uova direttamente al centro. Questo è importante, perché il fatto che le persone vengano qui consente ai ragazzi di avere rapporti diretti con i clienti e gestire direttamente tutto il processo, comunicando e stringendo relazioni. E questo li fa sentire felici, utili, importanti.”

Un progetto nato da un’idea, quello del pollaio sociale, ma che ha subito dato i suoi risultati. Infatti, le prime 35 galline sono state quasi subito adottate, così nell’aprile di quest’anno ne è stato realizzato un secondo con altre 35 galline livornesi. Un totale di 70 galline che, ci fa sapere Simona, sembrano non essere ancora sufficienti considerata la lunghissima lista d’attesa. E che, alla fine della loro carriera, verranno portate “in pensione”.

“Quando le galline non saranno più in grado di fare le uova, verranno date al proprietario, se ha a disposizione lo spazio per tenerle. In alternativa, saranno portate nell’azienda agricola in cui abbiamo il secondo pollaio e potranno rimanere lì a razzolare fino alla fine della loro vita naturale.”

Occupandosi di loro, i ragazzi del centro ottengono diversi benefici. Sia dal punto di vista mentale che fisico.

“A loro piace molto occuparsi delle galline, perché è un’attività che prevede l’accudimento e funziona come una pet therapy. Quindi da un lato implementa le loro competenze, dall’altro favorisce la loro crescita e la loro autostima. Alcuni ragazzi sono diventati anche quasi i referenti del pollaio, appena entrano con in mano i secchi del mangime le galline li riconoscono e corrono loro incontro. Loro le mantengono in vita, le curano e facendo questo mantengono le capacità residue, sviluppano e potenziano la manualità fine, e infine creano relazioni tra di loro, si dividono le responsabilità creando spontaneamente una specie di team che li aiuta anche a sviluppare rapporti e organizzazione.”

Ma tra le mura del centro occupazionale non c’è soltanto il pollaio. Gli utenti della cooperativa, infatti, possono dedicarsi a tante altre attività, come l’orto sistemico, orti rialzati per persone con disabilità motorie, laboratori di lavorazione di legno, carta e ceramica. Progetti e iniziative importanti, che danno valore alle persone e al loro ruolo nel mondo, connettendole con esso. E che Simona spera possano essere presto replicate altrove.

“Il marchio del progetto del pollaio è stato registrato e depositato, ma il nostro obiettivo è quello di esportarlo, espanderlo altrove, sempre mantenendo il requisito dell’aspetto sociale. Quindi se ci fossero associazioni, cooperative o case di riposo che volessero realizzare un pollaio sociale, noi siamo assolutamente disponibili ad aiutarli, dando loro tutte le informazioni necessarie e mettendoci a disposizione per formazione o affiancamento. Tutto questo ha un valore altamente terapeutico per tutte quelle che sono le fasce deboli, come disabili, anziani o persone con dipendenze patologiche e problemi psichiatrici, perché nel prendersi cura di determinate cose si tengono occupate e riescono a riconoscere il senso di ciò che fanno. Ci piacerebbe molto che il nostro venisse preso come progetto pilota per altre realtà simili.”