C’è chi dice sì e chi dice no: ma saremmo pronti a ritornare davvero al nucleare?

Dal prelievo del combustibile al trattamento dei rifiuti fino ai costi: saremmo pronti a un ritorno al nucleare? Abbiamo provato a fare un giro di periscopio sullo stato dell’arte del “nostro” nucleare con Alessandro Dodaro, direttore del Dipartimento Fusione e Tecnologie per la Sicurezza Nucleare di Enea.
Kevin Ben Alì Zinati 23 Settembre 2022
Intervista a Alessandro Dodaro Direttore del Dipartimento Fusione e Tecnologie per la Sicurezza Nucleare di Enea

«Nucleare sì», «nucleare no». Ma ci siamo mai chiesti se ce lo potremmo permettere, il nucleare?

A prescindere dalla direzione verso cui punterà la bussola politica all’indomani delle elezioni del 25 settembre, il rischio resta sempre lo stesso.

Come succede dal 1986 – più precisamente dal 21 aprile di quell’anno, quando saltò il reattore IV di Chernobyl – la paura è che ogni riflessione sul ruolo dell’atomo nella transizione energetica resti incastrata in una dicotomia fatta più di slogan che di convinzioni profondamente strutturate e articolate.

In questa campagna elettorale per la prima volta l’ambiente ha davvero orientato le diverse posizioni politiche (te ne abbiamo parlato nella rubrica "Che ambiente votiamo") e tutte le forze in campo, da Forza Italia al Pd, dal “terzo polo” guidato da Azione fino a Italexit, in qualche modo hanno dato spazio al nucleare. A lungo, invece, era rimasto un tabù, un vaso di Pandora da cui tutti tentavano di stare alla larga.

Con il tempo e l’avanzare della crisi climatica, da più parti si è giunti alla conclusione che le rinnovabili da sole rischiano di non essere sufficienti a raggiungere la rapida e totale decarbonizzazione e in fretta si è tornati a ipotizzare l’atomo come un potenziale alleato su cui contare.

Pochi – per non dire nessuno – si sono tuttavia chiesti se saremmo effettivamente pronti per un ritorno al nucleare. Se insomma avremmo a disposizione le risorse, la filiera, la tecnologia, il quadro normativo ma anche il consenso popolare e soprattutto le tempistiche adeguate per rimettere piede nell’era atomica.

Ti faccio un esempio. Forse non lo sapevi ma la maggior parte dei reattori oggi funzionanti, così come quelli di quarta generazione invocati dai partiti «nuclearisti», utilizza l’acqua sia come moderatore delle reazioni interne al nocciolo sia come sistema di raffreddamento.

Nell’ipotetico scenario in cui il nuovo governo decidesse di ripuntare forte sull’atomo, ci siamo già chiesti se l’acqua possa rappresentare un ostacolo per l’industria nucleare italiana.

Strano, vero? Anche tu infatti avrai sempre considerato l’acqua una risorsa illimitata e mai in discussione. Lo hanno fatto tanti. Le potenti crisi di siccità, i fiumi in secca e le piogge scomparse per mesi a un certo punto però hanno fatto tremare più di una certezza.

A tranquillizzarci su questo fronte ci ha pensato l’Ingegner Alessandro Dodaro, direttore del Dipartimento Fusione e Tecnologie per la Sicurezza Nucleare di Enea, secondo cui l’acqua non rappresenterebbe un problema in termini di quantità disponibili in caso di ritorno al nucleare.

E tutto il resto? Dal prelievo del combustibile nucleare al trattamento dei rifiuti fino ai costi di un ritorno al nucleare: oggi a che punto siamo? Cosa abbiamo e cosa ci manca? È stato lo stesso direttore Dodaro a guidarci in questo giro di periscopio sullo stato dell’arte della nostra filiera nucleare.

Direttore Dodaro, che cosa significherebbe riaccendere il nucleare italiano: costruire solo nuove centrali/reattori o riattivare anche i nostri quattro “vecchi” impianti?

I vecchi impianti, che sono in una avanzata fase di smantellamento non possono in nessun modo essere riattivati, quindi oggi dovrebbero essere realizzati nuovi impianti.

Ma se ripartissimo davvero, avremmo pronta tutta la filiera?

All’inizio sarebbe sufficiente realizzare dei reattori, in seguito, se la fusione nucleare dovesse tardare ad arrivare rispetto alle previsioni attuali, potrebbe essere conveniente ricostituire l’intero ciclo del combustibile (dalla fabbricazione al trattamento) che era una caratteristica del nostro paese fino alla metà degli anni ’80.

Quanto costerebbe?

In Italia abbiamo competenze tecnico-scientifiche per affrontare quasi tutto il ciclo del combustibile, ma non ci sono infrastrutture dedicate (sono tutte in fase di smantellamento avanzata, come le vecchie centrali) e per ricostruire la filiera servirebbero ingenti investimenti. Quantificarli nel loro insieme richiede un notevole approfondimento e non amo dare numeri non attendibili.

Quindi da dove prenderemmo il combustibile?

Si acquista tramite la Euratom Supply Agency, organismo della Comunità Europea, il cui compito è garantire la sicurezza dell'approvvigionamento di materie nucleari e di combustibile nucleare per tutti gli utilizzatori dell'UE.

In Italia oggi ci sarebbero più di 90 aziende dedicate alla componentistica e una sola attiva nella costruzione di reattori nucleari: questi attori sono pronti e coordinati per poter eventualmente strutturare ex novo una filiera nucleare? 

Oggi non possono essere coordinate perché non c’è un progetto nazionale, ma ci sono diverse associazioni, ad esempio l’Associazione Italiana Nucleare, AIN, che ha al suo interno diverse realtà imprenditoriali che continuano a collaborare per essere pronte qualora diventi effettivamente perseguibile la realizzazione di centrali nucleari nel nostro Paese.

Sulla strada di un eventuale ritorno all’atomo ci aveva parlato anche di altri due ostacoli: l’assenza di un quadro normativo e lo scarso consenso popolare.

Abbiamo un quadro normativo inadatto alla realizzazione di nuove centrali nucleari: oggi è orientato principalmente alla chiusura del ciclo del combustibile e tornare al nucleare implicherebbe un notevole cambio di prospettiva. Riguardo al consenso popolare, credo che si continui a pagare lo scotto di uno scontro ideologico, non un confronto tecnico su diversi punti di vista, cominciato subito dopo l’incidente di Chernobyl: il cittadino italiano ha il diritto di scegliere come meglio crede, anche su temi importanti come la produzione di energia, ma ritengo debba farlo in modo consapevole, a valle di un’informazione neutrale e non sull’onda emotiva di un incidente. Ricostruire un terreno di dialogo scevro da propaganda e fondamentalismi ideologici credo sia il passo più complicato dell’intera faccenda.

Quando si parla di ciclo del combustibile si intende la serie di attività che partono dalla sua fabbricazione fino al trattamento

Il tema ci sta a cuore e avevamo già provato (qui) ad indagarlo insieme a Luca Carra, giornalista scientifico e saggista esperto di nucleare. Ma torniamo a cosa potrebbe cambiare dopo il 25 settembre. Realisticamente, quanto tempo ci vorrebbe davvero per riattivare lindustria nucleare italiana?

Le industrie si adattano rapidamente alle esigenze di mercato, credo che sarebbero sufficienti pochi anni per essere pronte a costruire un reattore.

In seguito all’incidente, sopra al reattore 4 scoperto fu costruito un "sarcofago" per contenere le radiazioni.

E quanto graverebbe, secondo lei, sul destino delle risorse da investire nella transizione ecologica?

Non sarebbe una quota trascurabile, certo, ma se si vuole arrivare alla decarbonizzazione completa, questa tecnologia dovrà accedere ai fondi di investimento come tutte le altre.

Capitolo rifiuti. Come dovremmo comportarci per gli scarti nucleari dal momento che non abbiamo ancora un deposito nazionale? E quanto costerebbe?

Per prima cosa, dobbiamo realizzare il Deposito Nazionale: è una infrastruttura che non comporta rischi per la popolazione o per l’ambiente, ci sono diversi esempi di installazioni, in Europa e nel mondo, che vedono la popolazione locale convivere senza problemi con un Deposito centralizzato. In Italia, invece, la localizzazione del sito è vissuta con le stesse paure che caratterizzano la realizzazione di una centrale nucleare: la scarsa conoscenza del tema è, ancora una volta, il motore trainante di questa avversione. Occorre informare la popolazione e poi lasciar scegliere, in modo consapevole, il cittadino. Riguardo ai costi di realizzazione, Sogin li stima in 900 milioni di euro: dei costi per i rifiuti prodotti in un eventuale futuro nucleare del Paese, invece, non dovremo preoccuparci perché saranno a carico del gestore della centrale.

Arrivati fin qui, le chiedo: oggi siamo pronti a sostenere questi costi? Su chi ricadrebbero? 

I costi dello smaltimento dei rifiuti radioattivi (dalla realizzazione del Deposito Nazionale al trattamento e condizionamento dei rifiuti prodotti nello smantellamento degli impianti del ciclo del combustibile) ricadono sulle spalle di noi cittadini: nel resto del mondo ciò non accade perché è l’operatore che durante i 40-60 anni di funzionamento del reattore mette da parte le risorse per smantellare il reattore e trattare e smaltire i rifiuti radioattivi. In Italia, la scelta di fermare le centrali molti anni prima di arrivare al loro fine vita, non ha permesso all’operatore di accantonare le risorse necessarie, quindi queste vanno garantite dallo Stato.

Allo stato attuale, il nucleare in Italia è potenzialmente in grado di garantire energia “pulita” e a basso costo? 

Tutti i paesi che producono energia da fonte nucleare lo fanno perché è “pulita” e a basso costo, e recentemente la Commissione europea ha ribadito il concetto facendo rientrare il nucleare fra le tecnologie tassonomiche, non vedo perché in Italia dovrebbe essere diverso.

Ma la rete elettrica italiana sarebbe già pronta per supportare energia che arriva dal nucleare? 

Sulla distribuzione elettrica, anche in Italia, ci si muove verso un sistema di Smart grid e interconnessioni transnazionali: degli aggiustamenti andrebbero senza dubbio fatti, ma il tempo necessario per realizzare una centrale è certamente compatibile con le tempistiche di intervento.

Se e quando la fusione diventasse fruibile e conveniente per tutti, avrebbe senso mantenere comunque le centrali a fissione? 

Dipende da quanto costerà il kWh da fusione rispetto a quello da fissione, da quante centrali si potranno costruire, dalla disponibilità di siti per la loro realizzazione e da mille altri fattori che non possiamo conoscere con tanto anticipo: di certo, se con la fusione potremo soddisfare il fabbisogno energetico con costi competitivi rispetto alle altre fonti, sarà conveniente lasciar arrivare a fine vita le centrali a fissione e non costruirne più.