Che cos’è il cambiamento climatico, la minaccia più grande per il nostro pianeta?

Desertificazione, scioglimento delle calotte polari, eventi meteorologici estremi sempre più frequenti e devastanti: sono tutti fenomeni particolari da ricondurre ai cambiamenti climatici in corso. Ad aggravare la situazione negli ultimi decenni è stato il costante incremento dei gas a effetto serra nell’atmosfera, sprigionati attraverso le attività umane (dall’industria del cibo a quella della moda, passando per i trasporti e la produzione di energia).
Federico Turrisi 22 Febbraio 2021

Su Ohga ne hai sentito parlare spessissimo. Del resto, quella per contenere il riscaldamento globale è attualmente la sfida più importante a cui il genere umano si trova di fronte. I responsabili del cambiamento climatico siamo noi (e fra poco vedremo perché), su questo la comunità scientifica non ha dubbi. Ma siamo sempre noi che con misure immediate e incisive – tra cui, per esempio, l'abbandono dei combustibili fossili – possiamo invertire la rotta e salvare il pianeta. Per conoscere in maniera approfondita il cambiamento climatico ci vorrebbe un libro, anzi ci vorrebbero intere collane di libri. Tuttavia, quello che possiamo fare noi è mostrarti per sommi capi di che cosa si tratta, così da avere una bussola per orientarti ogni volta che affrontiamo tematiche collegate a questo enorme problema.

Cos’è

La definizione data dalle Nazioni Unite nel 1992, in occasione della nascita dell'Unfccc (The United Nations Framework Convention on Climate Change), è molto chiara: per cambiamento climatico si intende una variazione del clima dovuta a un'alterazione dell’atmosfera globale che sia direttamente o indirettamente attribuibile all’azione umana e che si va ad aggiungere alla variabilità climatica naturale osservata in periodi di tempo tra loro comparabili.

In realtà, di cambiamento climatico (e della potenziale minaccia che costituiva per il genere umano) si parlava ben prima degli anni Novanta. Per darti solo qualche pillola di "storia climatica", l'effetto serra fu teorizzato per la prima volta nel lontano 1821 dal fisico francese Joseph Fourier, che si chiese come mai la Terra potesse avere delle temperature tali da ospitare la vita, nonostante la grande distanza dal Sole. Fu poi una donna, la scienziata americana Eunice Newton Foote a dimostrare sperimentalmente nel 1856 come agiscono sull'atmosfera terrestre i gas serra, come l'anidride carbonica (la famigerata CO2). Insomma, da più di un secolo e mezzo conosciamo il problema, ma relativamente da poco ci siamo accorti di quanto sia grave.

Cause

Gli esperti dell'Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, hanno fatto notare che negli ultimi decenni la temperatura media globale è in aumento. Non solo, questa tendenza è in una fase di accelerazione. La causa è stata messa in relazione con l’elevata concentrazione nell'atmosfera di gas serra. Quali sono i principali? Uno l'abbiamo citato poco fa ed è l'anidride carbonica (o biossido di carbonio), probabilmente il più famoso di tutti. Potresti aver sentito nominare spesso anche il metano, ma poi ci sono altri gas serra, come il protossido di azoto, l'esafluoruro di zolfo, gli idrofluorocarburi (HFCs) e i perfluorocarburi, che sono meno noti ma altrettanto nocivi.

Forse però non sai che il principale gas serra è il vapore acqueo, ed è proprio grazie a lui se è possibile la vita sul pianeta. Il punto è proprio questo: i gas serra (fatta eccezione per i fluorurati) sono sempre esistiti in natura, ma con l'arrivo dell'età industriale, a partire dalla seconda metà del Settecento, i loro livelli sono schizzati alle stelle e possiamo dire senza sbagliarci che dietro al fenomeno del surriscaldamento globale c'è soprattutto l'azione dell'uomo.

Ma quali sono le più importanti fonti di emissione di natura antropica? Il contributo maggiore, con il 25% – prendiamo come riferimento i numeri forniti dall'University of California, che a sua volta utilizza come fonte il Quinto Rapporto di Valutazione dell'Ipcc – proviene dal settore energetico. Nel mondo, per la produzione di elettricità o per riscaldarsi si bruciano ancora in percentuali rilevanti combustibili fossili come il carbone, il petrolio e il gas naturale.

C'è poi quella enorme macchina che è l'industria alimentare (20,4%). Bada bene, non c'è solo il metano prodotto dai bovini, per esempio, oppure il protossido di azoto legato al crescente utilizzo di fertilizzanti azotati in agricoltura. L'uso del suolo per fare spazio a monocolture (vedi il caso della soia in Brasile o delle piantagioni di palma da olio in Indonesia e Malaysia) e l'incremento della produzione di carne attraverso gli allevamenti intensivi sono tra le cause di un fenomeno come la deforestazione. Se ci pensi, anche quando le fiamme divorano le foreste vengono rilasciate in atmosfera grandi quantità di carbonio.

Seguono l'industria manifatturiera (17,9%) e il settore dei trasporti (14%): per la prima, ci riferiamo alle emissioni di gas climalteranti connesse al settore siderurgico, a quello del cemento, ma anche alla moda (pensa solo ai danni ambientali del fast fashion) e allo smaltimento dei rifiuti, mentre per la seconda ci riferiamo in particolare all'inquinamento provocato dai gas di scarico degli aerei e dei veicoli su gomma alimentati a benzina e diesel.

Inutile girarci attorno. Praticamente tutto ciò che facciamo ha un impatto, più o meno grande, sull'ambiente. A questo proposito, un indicatore utile è la cosiddetta impronta di carbonio. È chiaro che più aumenta la popolazione, più aumentano i consumi. Attualmente l'uomo continua ad utilizzare il 60% in più delle risorse che la natura riesce a rigenerare: in sostanza, come ci ricorda ogni anno l'Overshoot Day, avremmo bisogno di un pianeta e mezzo per soddisfare le nostre esigenze.

Conseguenze

La maggiore concentrazione di gas serra nell'atmosfera – abbiamo detto prima – comporta un aumento della temperatura media globale, che a sua volta scatena una serie di altre conseguenze, come in un effetto domino. Il cambiamento climatico provoca soprattutto l'alterazione di interi ecosistemi, minacciando la sopravvivenza di specie vegetali e animali (in questo senso il problema della perdita di biodiversità è collegato a doppio filo all'emergenza climatica): pensa soltanto all'acidificazione degli oceani, allo scioglimento dei ghiacci, alla desertificazione.

Altro effetto del surriscaldamento globale è l'innalzamento del livello dei mari, che è determinato dal riscaldamento degli oceani, e dunque dall'aumento del loro volume, e accelerato dal rilascio d'acqua dovuto allo scioglimento delle calotte polari (Antartide e Groenlandia). Inoltre, il cambiamento climatico porta a una maggiore intensità e frequenza di eventi meteorologici estremi: uragani e tifoni sempre più devastanti, precipitazioni concentrate in poco tempo che determinano alluvioni e frane, periodi prolungati di siccità e via dicendo.

Ciò di cui non si parla abbastanza sono le conseguenze (enormi) dal punto di vista sociale ed economico. L'Agenzia europea dell'ambiente (Eea) ha calcolato che i danni economici derivanti da eventi climatici catastrofici, come inondanzioni, tempeste, ondate di calore eccetera tra il 1980 e il 2015 solo nell'Unione Europea ammontano a 433 miliardi di euro.

Infine, il cambiamento climatico sarà – o forse è meglio usare il presente "è" – uno dei fattori principali che spingeranno le persone a migrare. Questo perché le condizioni di vita in alcuni luoghi del pianeta, e soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, stanno diventando insostenibili. Il fenomeno dei "migranti climatici" richiederebbe una maggiore attenzione da parte delle istituzioni proprio perché è destinato a crescere nei prossimi anni.

Cambiamento climatico in Italia

L'Italia, e in generale tutto il bacino mediterraneo, è considerata tra i Paesi più esposti al fenomeno dell'aumento delle temperature e al rischio di essere investita da periodi di siccità sempre più lunghi, con conseguenze disastrose in primis per l'agricoltura. Tanto per citare un dato, lo scorso anno l'Istat ha rilevato che la temperatura media annua del 2018 in Italia è stata superiore di 0,4 gradi centigradi rispetto a quella del decennio 2007-2016, con una tendenza più marcata al Sud e alle isole. Una conferma del fatto che il cambiamento climatico nel nostro paese è in fase di accelerazione.

La devastazione provocata dalla tempesta Vaia nell’autunno 2018

Nel rapporto "Il clima è già cambiato" l'Osservatorio CittàClima di Legambiente ha registrato 946 fenomeni metereologici estremi in 507 Comuni negli ultimi 10 anni, dal 2010 a fine ottobre 2020. Solo nel 2019 sono state 42 le persone in Italia che hanno perso la vita a causa del maltempo; nel 2018 sono state 32. Infine, non si può non citare il caso di Venezia. Il capoluogo veneto con i suoi inestimabili tesori rischia infatti di diventare un'illustre vittima dei cambiamenti climatici, proprio perché minacciata dall'innalzamento del livello dei mari.

Come rimediare

Di fronte a una sfida epocale come quella posta dal cambiamento climatico, la comunità internazionale ha deciso di intraprendere un percorso comune per cercare di ridurre le emissioni di gas serra e contenere il più possibile il riscaldamento globale. Questo percorso è stato segnato da diverse tappe, tra cui le più importanti sono sicuramente il Protocollo di Kyoto del 1997 e l'Accordo di Parigi del 2015.

La domanda delle domande è la seguente: che cosa si può fare per evitare il peggio? Diciamo che ci sono due livelli di azione, che si intersecano tra di loro: uno istituzionale e uno individuale. Il punto numero uno, indicato anche dagli esperti dell'Ipcc, è l'abbandono dei combustibili fossili a vantaggio delle energie rinnovabili (solare ed eolico in testa). Qui ovviamente deve intervenire la politica per indirizzare gli investimenti verso la cosiddetta transizione energetica.

Nel dibattito pubblico hanno assunto un ruolo sempre più centrale il concetto di sviluppo sostenibile (vedi i 17 obiettivi fissati con l'Agenda Onu 2030) e l'esigenza di passare da un modello lineare a uno circolare. Senza dimenticarci di preservare gli habitat naturali, visto che tra i nostri migliori alleati per mitigare gli effetti del cambiamento climatico ci sono le foreste e gli oceani. Per questo motivo dobbiamo prenderci cura di loro. C'è poi tutto il fronte della lotta all'inquinamento atmosferico, e per limitarlo bisogna lavorare soprattutto su efficienza energetica e mobilità sostenibile.

Ognuno di noi, attraverso le scelte che compie ogni giorno (banalmente, a partire da quello che mettiamo nel carrello della spesa) può dare il proprio contributo nel contrastare la crisi climatica. Innanzitutto riducendo il più possibile gli sprechi, da quello alimentare a quello energetico passando per quello idrico. O ancora riducendo o evitando del tutto gli alimenti di derivazione animale, oppure usando il meno possibile l'automobile per gli spostamenti in città.

Quello del cambiamento climatico appare un problema più grande di noi, ma un atteggiamento fatalista è tanto nocivo quanto uno negazionista alla Donald Trump. Occorre però agire subito, perché le conseguenze dei nostri comportamenti irresponsabili adesso ricadranno sulle spalle delle future generazioni tra qualche decennio. E non c'è niente di più ingiusto.