Fast fashion e denim: quando il nemico è low cost (e sempre di moda)

Oggi parliamo di un nemico del Pianeta che ci sta molto, troppo vicino ogni giorno. Talmente vicino che ce lo portiamo addosso. Magliette, maglioni, jeans, giacche, insomma tutti quegli abiti che acquistiamo a poco prezzo e indossiamo anche solo per una stagione. Contribuendo a una filiera sporca e terribilmente inquinante.
Rubrica a cura di Sara Del Dot
29 luglio 2019

Chi di noi non è mai entrato nel negozio di qualche grande catena di abbigliamento per acquistare un bell’abito, una t-shirt, un paio di pantaloni a pezzo bassissimo per poi magari indossarli una sola stagione e infine abbandonarli in fondo all’armadio oppure, ancora peggio, buttarli via? Chi di noi, nel proprio armadio, non conserva almeno un paio di jeans? Chi, mettendo le mani tra gli scaffali di un negozio, non ragiona almeno un po’ in termini di “meno costa, meglio è”?

Il consumismo dilagante, il capitalismo pervasivo, lo stile di vita a cui ci siamo ormai completamente abituati e che prevede un modello di acquisto e benessere improntato sul concetto di “tutto e subito”, ha fatto in modo che gli oggetti, in questo caso i capi di abbigliamento, iniziassero a costare sempre meno e venissero realizzati già in un’ottica di utilizzo rapido e della durata di non più di qualche mese. Così, poco importa se questa camicetta non ci convince molto. La compriamo, tanto costa soltanto 5 euro e 90, poi al massimo se non la indosseremo mai non ci avremo perso granché. Tuttavia devi sapere che il prezzo di quella camicetta non si ferma a quei pochi euro. Il prezzo di quella camicetta è molto più alto. E non riguarda soltanto il tuo portafogli.

Il trucco del fast fashion

Fast fashion, che tradotto significa “moda veloce”, non è altro che un modello di produzione di abbigliamento finalizzato a rendere gli abiti d’alta moda accessibili alla disponibilità economica di tutti, e a durare talmente poco da poter orientare facilmente le tendenze e quindi rendere un capo già vecchio e “sacrificabile” dopo appena qualche mese. A monte di questo apparentemente comodo meccanismo c’è tutta la filiera della produzione, che naturalmente avviene a costi bassissimi e tramite l’impiego di materiali decisamente poco sostenibili. Così, in grandi capannoni del Bangladesh, dei Pakistan, della Cina o della Turchia, decine di migliaia di lavoratori, tra cui molti bambini, vengono pagati pochi centesimi all’ora (o al giorno!) per produrre il maglioncino che indosserai soltanto quella sera, o le scarpe di cui romperai (senza mai aggiustarlo) il laccetto alla prima corsa dietro al bus in partenza. Anche dal punto di vista ambientale non si scherza. Tessuti complicatissimi da smaltire, microfibre che a ogni lavaggio in lavatrice si disperderanno negli scarichi arrivando fino al mare, coloranti e sostanze chimiche che verranno sversate indiscriminatamente nei primi canali di scolo, danneggiando irreparabilmente le acque della zona. Proprio come accade nella filiera produttiva del capo d’abbigliamento forse più diffuso al mondo, di cui stiamo per parlare.

Denim killer

Il denim è forse il tessuto “economico” per lavorare il quale vengono fatte in assoluto più azioni a danno dell’ambiente. Non crederai infatti che i tuoi jeans abbiano quel colore perché nascono così dai campi di cotone? Ma a questo arriveremo tra poco. Il disastroso percorso del denim nasce infatti già proprio nei campi di cotone, dove per la produzione di un solo paio di pantaloni sono necessari 10.000 litri d’acqua e per garantire la crescita sana dei raccolto viene fatto un utilizzo spropositato di pesticidi e diserbanti. E non finisce qui. La lavorazione di questo capo d’abbigliamento prevede processi pericolosissimi (per i lavoratori e per l’ambiente) come la sabbiatura, l’utilizzo di metalli pesanti che vengono respirati dai lavoratori e lo sbiancamento localizzato, che renderanno quei jeans esattamente come li vuoi tu. A un costo, ovviamente, bassissimo.

Riporta, riusa, ricicla

Per evitare di contribuire a incentivare questa moda killer, sono diverse le strade che puoi percorrere. Un acquisto più etico e consapevole, infatti, è possibile. Anche in una prospettiva più economica. Innanzitutto oggi sono diverse le catene, anche grandi, che ti consentono di riportare gli abiti usati in cambio di un buono o di uno sconto sull'acquisto successivo, recuperando i tessuti vecchi per creare nuovi capi senza la necessità di utilizzare ulteriore materia prima. E non mancano nemmeno mercati dell'usato o veri e propri negozi nati dal riciclo, ma anche brand di moda etica e sostenibile creata con tessuti ecologici e duraturi. Insomma, le alternative sono tante ed è sufficiente informarsi per capire dove è meglio orientarsi per ridurre l'impatto ambientale di una moda così distruttiva.

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Sono nata e cresciuta a Trento, a due passi dalle montagne. Tra mille altre cose, ho fatto lunghe passeggiate nel bosco altro…